VANGELO DELLA DOMENICA

A cura di don Angelo Lorenzo Pedrini

NATIVITA’ DI SAN GIOVANNI BATTISTA – SOLENNITA’ – 2018 

Questa solennità, quest’anno sostituisce la 12esima domenica del tempo ordinario.

Non sto a fare una esegesi dei brani biblici, mi soffermo sul significato che questa festa può avere per noi, per la nostra vita.

Cosa ci insegna la nascita, la persona e la vita di Giovanni?

  1. Che ogni essere umano, indipendentemente da etnia, lingua, sesso, religione, condizione sociale ed economica, ha un’altissima dignità. Ce lo dice il salmo responsoriale (138): hai fatto di me una meraviglia stupenda, per questo ti ringrazio.

Aver coscienza che siamo una meraviglia stupenda, un progetto di Dio che deve venire alla luce in tutta la sua bellezza (e questo vale per noi ma anche per gli altri) è una realtà che occorre ribadire con forza.

Tante volte ci sminuiamo, diciamo che non siamo buoni a nulla, facciamo un’equazione maldestra: io sono la somma dei miei peccati. No, noi non coincidiamo con il nostro peccato, noi siamo l’espressione più alta dell’amore di Dio. La bellezza abita dentro di noi, anche quando ce ne dimentichiamo o la deformiamo o ne facciamo delle caricature.

Dio ci ama a partire dai nostri peccati, dalle nostre mancanze, dalle nostre fragilità, dai nostri tradimenti e infedeltà. Dio ci ama deboli. Così può farci forti (san Paolo). E’ quello che è successo a Giovanni il Battista.

2. Ogni essere umano, cristiano o meno, ha una missione sulla terra. Per i credenti questa missione è comunicata-rivelata da Dio (secondo i suoi tempi e i suoi modi); per i non credenti coincide con il lasciare una ‘traccia buona’; lasciando il mondo migliore di come lo abbiamo trovato (Baden-Powell).

C’è una missione che riguarda tutti: vivere la santità, vivere l’amore, comunicare l’amore che Dio ha per noi.

Poi c’è una missione particolare affidata a ciascuno, che spesso coincide con la vocazione personale: c’è chi si santifica attraverso la famiglia, attraverso il ministero, attraverso la vita di preghiera, attraverso la vita missionaria, attraverso il lavoro e la professione, il volontariato ecc…

Occorre dire “Sì” (soprattutto oggi) a questa prospettiva: non sono nel mondo ‘a caso’, ma ho un compito, un lavoro da portare a termine, una missione da compiere, per il mio bene e per il bene degli altri. In quest’ottica si vive e si muore diversamente.

3. Giovanni con la sua vita, con la sua parola, con le sue scelte diventa un vangelo vivente, una provocazione per i suoi concittadini e per chi lo incontra.

Questo deve avvenire anche per noi… quando ci incontrano gli altri cosa dicono?

Mi vengono in mente molti esempi belli, che suscitano ammirazione e imitazione:

  • Sposi da tantissimi anni che si vogliono bene come il primo giorno…
  • Lavoratori professionisti bravi, in gamba, che fanno il loro lavoro con passione…
  • Sacerdoti e vescovi santi, che si spendo per il bene della loro gente e delle loro comunità…
  • Giovani volenterosi che si spendono nel volontariato o comunque a favore degli altri, dei più poveri ed emarginati, oppure nel servizio educativo…
  • Gente anziana o ammalata che vive con letizia e con serenità di cuore la propria situazione…
  • Gente famosa, dello spettacolo o di altri ambienti che non si monta la testa ma vive in maniera semplice, bella, ordinata e pulita.
  • Gente sorridente, nonostante ferite, fatiche della vita, anche batoste… eppure non si stanca di offrire un sorriso bello, caldo, solare, incoraggiante, ricco di speranza (io non sono proprio capace… ho un’ammirazione e una venerazione particolare per queste persone…)

E io che testimonianza offro? Una testimonianza o una contro testimonianza?

Che il Signore ci aiuti ad offrire, attraverso la nostra vita, una bella, chiara, limpida, audace, generosa e lieta testimonianza di fede. Quella fede capace di rendere bella e significativa l’esistenza. Perché la fede cristiana è questa, non altro.

 

XI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – ANNO B – 2018 

Il vangelo ci ha appena presentato due piccole parabole che hanno come protagonista il seme, che simboleggia la Parola di Dio che cresce nel mondo, annunciando e realizzando il Regno di Dio.

La prima caratteristica di questo seme (che balza subito all’occhio) è la forza misteriosa di quest’ultimo, indipendentemente dalla sua accoglienza e dal tipo di terreno in cui è seminato. Così è della Parola di Dio: non è una parola umana (fragile di suo, instabile, contraddittoria…), è parola divina e dunque una parola che fa crescere, che da vita, che è feconda: molto belle e significative sono le parole del canto “come la pioggia e la neve”: Come la pioggia e la neve scendono giù dal cielo e non vi ritornano senza irrigare e far germogliare la terra; Così ogni mia parola non ritornerà a me senza operare quanto desidero, senza aver compiuto ciò per cui l’avevo mandata.

La Parola di Dio è così: imprevedibile e misteriosa, a volte sembra non dire niente ma sotto sotto continua a lavorare e poi salta fuori quando meno te lo aspetti e illumina un avvenimento, un fatto, una sofferenza, una gioia, una storia… pone domande e offre risposte. Consola, insegna e provoca… a patto che la si frequenti… e non la si ascolti frettolosamente solo la domenica a messa…

E’ la stessa logica del seme: cade nel terreno, ma poi bisogna coltivarlo, altrimenti è tutto inutile… è l’atteggiamento di l’obbedienza alla Parola: ob-audire: ascoltare nel profondo e poi provare a metterla in pratica. Così la Parola di Dio esprime tutto il suo potenziale, la sua forza, la sua energia. Altrimenti resta sterile.

La seconda sottolineatura riguarda il Regno di Dio, che cresce, anche se noi facciamo fatica a vedere questa crescita, soprattutto nel contesto sociale, culturale, ecclesiale, civile in cui viviamo. Ricordiamo il detto: “fa più rumore un albero che cade che una foresta che cresce”.

Come cristiani siamo chiamati a testimoniare, comunicare, annunciare i semi di bene presenti nel mondo. C’è chi annuncia e comunica i semi di male, noi siamo chiamati a far brillare i semi della risurrezione di Cristo. E ce ne sono. Occorrono gli occhi giusti per vederli, gli occhi della fede, gli occhi della fiducia. Pensiamo ai telegiornali…

Il Concilio Vaticano II, nei lontani anni ’60 già parlava di “segni dei tempi”; cioè di segni che dimostrano e testimoniano che lo Spirito santo non se ne sta con le mani in mano ma lavora per gli uomini e con gli uomini. Il Concilio ne ha evidenziati alcuni, quali:

  • Il progresso medico e scientifico
  • La condizione della donna e la sua dignità nelle società democratiche
  • L’ecumenismo
  • Lo sviluppo dei diritti umani e civili (in particolare la libertà religiosa, … ma non solo).
  • La lotta alle discriminazioni
  • La crescita del vangelo in tante parti del mondo, in particolare in Asia (Cina e India) e in Africa
  • La caduta dei sistemi ideologici e totalitari come il nazismo, il fascismo e il comunismo
  • Io ci metterei la Comunità Europea (la quale non ha mai conosciuto settant’anni ininterrotti di pace… e ditemi se è poco…)

Terza e ultima sottolineatura: queste parabolette di Gesù ci aiutano a riscoprire uno sguardo bello e sereno con il creato.

Per fortuna oggi stanno aumentando i giovani che scelgono di avvicinarsi al mondo della natura e, nell’ambito del lavoro, all’agricoltura, all’agriturismo, ai prodotti “a chilometro zero”. E’ un segno bello di un rapporto ritrovato con il creato e con la terra, dalla quale proveniamo. E’ il segno di un’umanità che ritrova le sue radici, e di conseguenza, il suo futuro.

Di tutto questo ringraziamo il Signore, e, attraverso il nostro piccolo ma importante contributo, facciamo sì che i semi di bene continuino a moltiplicarsi e a produrre una messe abbondante, a lode di Dio e per il bene di tutti.

 

SOLENNITA’ DI SAN PANTALEONE, patrono della Città e della Diocesi di Crema

2Sam 24,15-19.25

Sal 27 1-2.6-9

2Pt 3,14-17 

Gv 12,24-26

La prima lettura, tratta dal secondo libro di Samuele, è stata probabilmente scelta per le sue assonanze, similitudini e allusioni con la storia del nostro patrono, san Pantaleone: qui il Signore “manda” la peste in Israele. Nel 1361 Crema viene colpita da un’epidemia di colera, per questo invoca il santo medico che libera la città dal morbo maligno, proprio il giorno del suo martirio.

Come nella lettura che abbiamo appena ascoltato, il re Davide diventa il tramite (sacerdote) tra Dio e la sua gente, così san Pantaleone, invocato dal popolo cremasco, diventa protettore della città e del territorio circostante.

San Pantaleone, pur essendo un santo cronologicamente distante da noi (è vissuto attorno al 250-300 d.C.) ha delle caratteristiche peculiari che lo rendono attuale, vicino alla nostra vita di fede e alla nostra sensibilità. Vediamo quali sono:

  • San Pantaleone è un martire: il martire sceglie di dare la vita per Cristo. In un periodo storico in cui le scelte definitive fanno paura e vengono considerate da molti superate, Pantaleone è uno che “gioca la sua vita” per un grandissimo ideale, “ci mette la faccia”, rischia tutto: trova la perla preziosa e per acquistarla non esita a dare ciò che ha di più prezioso: la vita stessa.

Pantaleone ha coraggio: cor-actio: un cuore in azione, un cuore donato a Cristo, che ne diventa il motore, l’orizzonte, la mèta.

  • Pantaleone è medico anargiro: esercita gratuitamente la sua professione a favore delle fasce più deboli e indigenti della popolazione. Risuonano in lui le parole del Vangelo: “gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date” (Mt 10,8).

E’ una persona colta, acculturata, preparata. La fede, ci insegna il patrono, non è (come si pensava in passato e alcuni lo pensano tutt’ora) una storiellina romantica per gli ingenui, i ‘sempliciotti’, i creduloni… una caramella Ambrosoli per addolcire le fatiche della vita…

Parafrasando le parole di San Paolo, Pantaleone è stato un uomo del suo tempo, la cui formazione e preparazione intellettuale ed esperienziale lo ha aiutato a “rispondere alla speranza che abitava in lui”. La scienza, ci dice il patrono, da sola non salva (come pensano in molti, oggi).  E cultura e fede non sono in opposizione, al contrario si compenetrano, interagiscono e si arricchiscono. E quando lo fanno, nascono dei capolavori!

  • Pantaleone è un laico. Un laico impegnato. Un laico che ha vissuto il vangelo nei propri ambienti di vita, soprattutto nel lavoro. Un uomo che ha fatto della sua professione una vocazione e una missione. Impegnato nel sociale, nella promozione del bene comune, nella costruzione della “polis”. Uno che non si è chiuso nel proprio benessere egoistico e autoreferenziale, ma si è aperto con generosità e dedizione al bene dei fratelli.

Aperta parentesi: il martirio non lo si “inventa”: il martirio lo si prepara, giorno dopo giorno, attraverso le piccole scelte quotidiane di amore donato e condiviso.

  • Infine, ultima caratteristica, Pantaleone è un giovane. Giovane come età anagrafica e soprattutto giovane ‘dentro’. Una giovinezza che gli viene dallo Spirito e dall’incontro con il Signore. Risuona il salmo 43: “Mi accosto all’altare di Dio, (…) che rende lieta la mia giovinezza”.

Il vangelo ci insegna che il segreto della vita è donarla, spenderla per il bene del prossimo. Altrimenti la vita insterilisce, sfiorisce, rinsecchisce. Chi invece sceglie di fare della propria vita un dono d’amore la ritrova arricchita e accresciuta da Dio e dai fratelli.

Pantaleone ha seguito Gesù, ha realizzato la sua vocazione nel servizio al prossimo e ha ricevuto la corona di gloria (kabod = il peso specifico, la giusta importanza).

Che il patrono Pantaleone ci sia di esempio, di sostegno e di incoraggiamento nel cammino verso la santità.

 

SOLENNITA’ DEL CORPUS DOMINI – anno 2018

Questa solennità, di origine medievale (celebratasi la prima volta in Francia nel 1247) ci ricorda la centralità del sacramento dell’Eucarestia nella nostra vita di credenti (alimento – cibo e bevanda spirituale), nella vita della Chiesa e nella vita del mondo.

Sì, anche del mondo intero, perché il significato del mistero eucaristico non riguarda solo i credenti, ma tutti gli uomini. (Qualcuno si domanderà: perché? non riguarda solo i credenti, e in particolare i cattolici?) Perché l’Eucarestia rivela a tutto il mondo il mistero dell’amore, che tutti, e sottolineo tutti, andiamo cercando, talvolta a tentoni, talvolta in modo sbagliato, sgangherato e confuso; affamati e assetati di questa energia e di questa forza, l’unica a saper dare senso pieno e definitivo all’esistenza.

Ricordiamo anche le parole della Tradizione: L’Eucarestia fa la Chiesa e la Chiesa ‘fa’ l’Eucarestia (card. Henry De Lubac).

L’Eucarestia è il sacramento che edifica, costruisce la Chiesa, la quale, per mandato di Gesù (fate questo in memoria di me) la celebra ogni giorno e ogni domenica. Perché? Per obbligo, per tradizione, perché ‘si deve’, perché ‘si è sempre fatto così’? No. Perché l’Eucarestia, come dicevamo prima, è la fonte dell’amore e se uno vuole imparare ad amare, qui trova la fonte, la sorgente dell’amore.

Abbiamo bisogno di imparare ad amare da Dio. Perché spesso, l’amore umano lo viviamo in forme parziali, riduttive, incomplete. Vediamole insieme:

  • AMORE NARCISTA, EGOISTA: mentre amo te, amo me stesso.
  • AMORE POSSESSIVO, ASFISSIANTE: ti voglio bene se stai sotto il mio controllo/ ti amo quando ti possiedo.
  • AMORE CHE ESALTA SOLO IL SENTIMENTO: ti amo solo se sento/provo qualcosa per te… amore di pancia.
  • AMORE “INTELLETTUALE”, RAZIONALISTA, “MATEMATICO”: amo solo se mi tornano i conti (convenienza)…
  • AMORE “A TEMPO”: ‘sto insieme a te finché dura…’
  • AMORE DEL “DO UT DES” (dare per avere): voglio bene solo se dall’altra parte trovo il contraccambio.
  • AMORE A DISTANZA DI SICUREZZA: ti amo solo se non invadi il mio spazio vitale.
  • AMORE DI SOTTOMISSIONE: dicendo di amarti, annullo la mia persona.
  • AMORE CONDIZIONATO: ti amo ‘a patto che…’
  • AMORE STERILE: che non porta frutto, che non si moltipica, che non genera, che non crea storia santa, che non da vita, che non offre ragioni per vivere e per sperare…

Occorre guardare e imparare dall’amore di Cristo, che ha delle caratteristiche tutte sue; è originale e originante (viene dall’origine):

  • E’ IRREVOCABILE: una volta che Dio si dona non può più tirarsi indietro (Dio non può rinnegare se stesso!)
  • E’ ETERNO, FEDELE E INDISSOLUBILE (indistruttibile!)
  • È INCONDIZIONATO: Ti amo perché voglio (scelgo di) amarti. Non pone condizioni per la sua accoglienza
  • E’ GRATUITO: non ti chiede nulla in cambio
  • E’ UNIVERSALE: per tutti, nessun escluso (‘per voi e per tutti!’)
  • E’ FECONDO: che genera vita
  • E’ TOTALE, PIENO, ESUBERANTE, ESAGERATO (ASIMMETRICO), CHE CHIEDE RECIPROCITA’
  • UN AMORE CHE SPRECA, CHE NON HA PAURA DI ‘BUTTAR VIA’… (immediatamente ci viene in mente la parabola del seminatore – Mt 13,1-23 e sinottici)
  • UN AMORE CHE CI RIMETTE, CHE SI LASCIA ANCHE FERIRE, per il bene dell’altro.

Santa Eucarestia, aiutaci ad amare, aiutaci a sperare, aiutaci a vivere sullo stile di Gesù.

 

SOLENNITA’ DELLA SS. TRINITA’ – anno 2018

Centro della nostra fede, definizione del nostro Dio.

C’è un canto antico (La creazione giubili) che definisce il mistero della SS. Trinità come “mistero imperscrutabile, inaccessibile”……. ma anche no! Il nostro Dio non è un Dio chiuso in se stesso, un Dio che gioca a nascondino… un Dio di cui non sappiamo nulla, un Dio che non ha mai parlato (il nostro Dio è un Dio ‘chiacchierone’… certo, per chi lo vuole ascoltare!)

Al contrario, noi cristiani adoriamo, veneriamo, amiamo, seguiamo, siamo discepoli e testimoni di un Dio rivelato, di un Dio che si fa conoscere, che ci cerca, che si fa trovare dagli uomini, che si mette in comunicazione con loro, che “parla come ad amici, che si intrattiene con loro; per invitarli alla comunione con sè” dice il Concilio Vaticano II (Dei Verbum 2).

Dio non è un Dio chiuso, ripiegato su se stesso, un Dio timido, introverso, che si fa i fatti suoi…

E’ il Dio della vita ed è il Dio dell’amore, perché la Trinità è la rivelazione più alta dell’amore: un Padre che ama il Figlio e questo amore prende la forma dello Spirito Santo (terza persona trinitaria).

Dicevamo non un Dio chiuso ma aperto, una trinità “ad extra”, direbbero i teologi; che si dona per noi uomini, che fa il tifo per noi, che ci sostiene, ci incoraggia, ci provoca a cercare e trovare la verità su noi stessi (una verità che non è mai un’idea, un’astrazione, un concetto ma un’esperienza).

La trinità infine è mistero di comunione. Quanto ne abbiamo bisogno in questo periodo storico! Ogni volta che ci facciamo il segno della croce dovrebbe venirci in mente proprio questo: che come Dio è comunione, anche noi siamo chiamati a costruire legami di comunione, con tutti. Dio è inclusivo, non esclusivo!

Se qualche anno fa la verità potevi cercarla magari anche da solo, a tentoni, oggi non è più possibile. E’ molto più faticoso! E’ più bello cercare la verità insieme, lasciarsi illuminare e arricchire da prospettive diverse per arrivare, sì, ad una sintesi personale.

Trinità, mistero di amore e di comunione, accompagnaci, sostienici, pro-vocaci, nel cammino della vita perché si compia la tua santa volontà, ovvero che tutti gli uomini siano salvi e giungano alla conoscenza della verità che da vita e gioia al mondo (1Tim 2,4).

 

SOLENNITA’ DI PENTECOSTE – anno 2018

Cinquanta giorni dopo la Pasqua celebriamo e viviamo la discesa dello Spirito Santo.

Non facciamo l’errore di pensare alla Pentecoste come un fatto passato. Non siamo spettatori di qualcosa che non ci riguarda ma siamo resi attori protagonisti di una rinnovata Pentecoste. Infatti Gesù ci ha promesso che il dono dello Spirito santo viene regalato in abbondanza a coloro che glelo chiedono (Lc 11,13).

Lo Spirito è l’amore del Padre e del Figlio che viene riversato nei nostri cuori, dice san Paolo (Gal 4,6), è forza interiore, energia spirituale che si sostiene nella fede; è fuoco e vento che gonfia le vele, che ci fa andare avanti, che ci fa camminare (papa Francesco).

Il vangelo e Gesù stesso parlano dello Spirito come:

  • Creatore, perché ci ri-crea a immagine di Gesù, ci da la sua forma (conformi all’immagine del Figlio (Rm 8,29)
  • Difensore (paracleo, advocatus): ci difende dal male e non abbandona nei momenti di prova, di fatica, di tentazione
  • Consolatore: ci aiuta quando le cose non vanno per il verso giusto… quando il professare e il vivere la fede diventa difficile, magari a causa di un contesto ostile o refrattario…

Chi è lo Spirito Santo?

Lo Spirito Santo è il regista della Chiesa: promuove, suscita e sostiene i carismi nella Chiesa (le energie di bene a servizio della comunità).

Lo Spirito è anima della preghiera e della Parola

Lo Spirito è protagonista e autore dei sacramenti della Chiesa (il copyright ce l’ha lui!)…

Lo Spirito è il suscitatore, l’allenatore dell’unità, della comunione ecclesiale…

Lo Spirito è guida della coscienza (no ad una coscienza fine a se stessa ma illuminata, guidata, orientata, accompagnata)

Lo Spirito è sapienza che guida il discernimento nella Chiesa (Luce che tutto fa nitido)…

Lo Spirito santo è colui che è capace di mettere insieme le diversità e farle diventare ricchezza. Parlando una sola lingua: la lingua dell’amore, della fede in Dio.

Il cristiano è colui che si lascia insegnare la lingua dell’amore dallo Spirito Santo. Quando succede questo, le persone ci capiscono, le incomprensioni si sciolgono, le distanze si accorciano, i cuori si avvicinano. Non abbiamo più bisogno di raffinate tecniche pastorali per annunciare il vangelo. Accade e basta. E questo è il vero miracolo, che continua nel corso dei secoli, dei millenni, e che probabilmente continuerà fino alla fine del mondo.

 

ASCENSIONE – anno B – 2018

Con la solennità dell’Ascensione, e domenica prossima con quella della Pentecoste, si compie il mistero pasquale di Gesù. La missione di Cristo riceve il suo sigillo.

L’Ascensione è una festa strana, nella quale nostalgia e gioia si mescolano insieme.

E’una conclusione e allo stesso tempo un inizio: termina la storia di Gesù di Nazareth e inizia la storia della Chiesa.

Gesù scompare agli occhi dei suoi discepoli ma il suo non è un addio. Inizia una modalità diversa di rapporto: “se non me ne vado non può arrivare a voi lo Spirito Santo”. La forma spirituale di Gesù sarà il suo nuovo modo di stare e di accompagnare i discepoli nell’avventura e nella sfida dell’evangelizzazione.

E’ quell’allora che abbiamo ascoltato nel vangelo che rende possibile tutto ciò: i discepoli non possono più contare sulla presenza fisica, terrena del Maestro ma ricevono molto di più: asceso al cielo, in piena comunione con il Padre, Gesù è vicino ad ognuno di loro senza più limiti di spazio e di tempo.

Tuttavia una domanda sorge spontanea: come potranno questi uomini che si sono rivelati così fragili e per certi versi inaffidabili, portare avanti un compito così gravoso e impegnativo?

Semplice, perché la vera risorsa della missione non sarà la loro bravura ma il dono dello Spirito santo. Infatti riceveranno “potenza dall’alto”. E’ infatti nella mia debolezza che si rivela la tua forza (san Paolo).

Per i discepoli il tempo dell’ascensione segna un ‘giro di boa’:  è il tempo della maturità e della responsabilità: Gesù non cammina più con loro, non determina le loro scelte momento per momento, non suggerisce più il come, il dove e il quando… tuttavia promette assistenza attraverso il dono dello Spirito: «Avrete forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi e mi sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria fino agli estremi confini della terra».

Non è una “mission impossibile”, perché il Signore “agisce insieme con loro”, accompagna, sostiene, incoraggia, promuove, protegge e consola da possibili insuccessi, fatiche e pericoli.

La festa che celebriamo è allora la festa della “vita adulta”: Dio si fida della sua Chiesa, dei suoi discepoli, si fida di noi e affida a noi il suo vangelo, perché attraverso la parola, la vita e la testimonianza, raggiunga tutti, nessuno escluso. L’essere testimoni non è così un’onorificenza, ma un dono e un impegno per continuare e arricchire la missione stessa del Figlio di Dio.

Gesù ci affida il suo vangelo, non una parola qualsiasi. Capace di cambiare la vita, di trasformare i cuori, di guarire nel profondo, di donare incoraggiamento e slancio nuovo. Una parola che non deve andare perduta, lasciata in un cassetto, ma seminata con abbondanza, addirittura esagerando, senza avere paura di sprecare il seme in terreni apparentemente sterili o inadatti.

 

VI domenica del Tempo pasquale – Anno B – 2018

La liturgia di questa domenica ci porta al cuore del vangelo: Gesù ci rivela cos’è l’amore, come si manifesta e da dove scaturisce, quale ne è la sorgente.

Partiamo proprio dalla sorgente: il Padre che ama il Figlio. E il Figlio, ricambiando questo amore paterno, dona la vita per i suoi amici, per i suoi fratelli e sorelle, che siamo noi.

Poi c’è un secondo aspetto che potrebbe apparire un po’ in contraddizione con una certa idea di amore che ha la nostra società e la nostra cultura: se osserverete i miei comandamenti rimarrete nel mio amore… Questo vi comando: che vi amiate gli uni gli altri.

Cosa c’entra l’amore con l’osservanza di alcuni comandamenti, che siano pure di Dio? Si può comandare l’amore??

E qui c’è una traduzione errata della nostra lingua italiana: nell’originale ebraico non esiste la parola ‘comandamento’. Esiste il termine “parola”, parola che fa crescere, parola di vita, parola che da la vita, che ti da coraggio, che ti fa andare avanti… parola creatrice, e dunque parola di amore. Per quello che Gesù poi parla di gioia: è la gioia di aver trovato parole che fanno crescere, che danno vita!!

Ecco allora il grande invito di Gesù, la sua grande proposta per l’uomo: amatevi gli uni gli altri COME io vi ho amato voi. Non c’è un amore più grande di questo.

Com’è l’amore di Gesù: diciamo anzitutto cosa non è:

  • Non è sterile, egoista, narcisista, autoreferenziale, chiuso in se stesso
  • Non è un amore calcolato, interessato, condizionato “io ti do se tu mi dai”
  • Non è un amore legato al merito: sono bravo, bello, buono, allora Dio mi vuole bene…
  • Non fa distinzioni, classificazioni, graduatorie, non mette ‘etichette’…
  • Non è superficiale ma profondo, intenso, “che ci rimette di tasca sua per il bene dell’altro”.

Come allora deve essere l’amore, quale caratteristiche imprescindibili deve avere?

  • L’amore di Dio non è prima di tutto e sopratutto un sentimento (che va e viene… come si fa a fondare un’intera vita sul sentimento?), ma è un atto, un fare, uno sporcarsi le mani, un costruire la vita insieme…
  • L’amore di Dio, come ci ha detto anche la prima lettura (gli apostoli che annunciano il vangelo anche ai pagani e questi si aprono alla fede) non discrimina, non chiude, non imbriglia, non fa venire rimorsi di coscienza, non è complicato, ma è semplice, non è esclusivo ma è inclusivo. Sì l’amore di Dio include, l’amore di Dio abbraccia, tiene insieme, tiene uniti, crea comunione.

Non è che ci siamo noi e poi ci sono gli altri. Non è che ci sono i ‘vicini’ e ci sono i lontani; non ci sono quelli ‘di chiesa’ e quelli ‘del mondo’. Ci siamo noi, essere umani, fratelli e sorelle di un unico padre che è nei cieli e ama tutti allo stesso modo. Anzi, ama con particolare predilezione chi ha sbagliato e chi continua a sbagliare: “amami quando me lo merito meno, perché sarà il momento in cui ne avrò più bisogno”.

Dio non guarda al merito. Dio guarda gli occhi e il cuore. Dio guarda nel profondo.

Cari fratelli e sorelle, mai discriminare, mai. Né per razza, ne per cultura, né per religione, né per istruzione, né per orientamento sessuale.

Non facciamo soffrire le persone. Soffriamo già tanto di nostro. Amare le persone così come sono.

Ricordiamo i verbi di papa Francesco nell’Amoris Latetitia: accogliere, sostenere, promuovere e integrare. Per tanto tempo abbiamo fatto fatica su questo. Ora è il momento per giocarcela questa partita, come discepoli di Gesù.

Infine, chi ama porta frutto. Molto frutto. Nel vivere l’amore si può sbagliare (lo sappiamo tutti, in particolare gli sposati, i findanzati, i genitori…), ma se la prospettiva e il fondamento è l’amore di Dio, anche sbagliando, l’amore è sempre fecondo e generativo.

Frutto del dono dello Spirito Santo è l’amore, ci ha ricordato la seconda lettura.

Se abbiamo trovato questo amore nella nostra vita, custodiamolo gelosamente nel cuore e alimentiamolo ogni giorno. E saremo profondamente, serenamente e cocciutamente felici. Perché solo l’Amore salva. Salva dalla morte e da senso alla vita.