VANGELO DELLA DOMENICA

A cura di don Angelo Lorenzo Pedrini

XXXII domenica del T. O. – anno B – 2018

Il vangelo di questa domenica è ambientato nel tempio di Gerusalemme, il luogo di culto più caro agli ebrei; luogo che anche Gesù visitava spesso, da buon israelita. Qui Gesù insegna alla folla (probabilmente non nel tempio vero e proprio ma nei cortili esterni, dove si radunava la folla).

Il brano si può dividere in due parti. Nella prima parte troviamo il rimprovero di Gesù agli scribi. Riguardo a questi ultimi Gesù sottolinea le loro contraddizioni:

  • Le lunghe vesti: per noi è la ricerca del capo firmato, la spesa esagerata per l’abbigliamento, il far “buona mostra” di sé. E’ l’esibizionismo, è l’ostentazione della propria posizione sociale: “ho una posizione rispettabile, dunque sono.
  • Ricevere i saluti nelle piazze: le adulazioni, le smancerie, il “politically correct” di facciata, senonchè dietro ne diciamo di ogni…
  • Avere i primi seggi e i primi posti: l’essere riconosciuti, l’essere visti, altrimenti non siamo… “tu si que vales”… il far coincidere il nostro essere con il ‘ruolo’ che ricopriamo…
  • Il pregare a lungo per farsi vedere… gli atti di culto per farci dire “ma che bravo che è…, ma che belle ‘cerimonie’ che fa… peccato che le cerimonie non salvano… “se non ho l’amore non sono nulla”, dice san Paolo questo vale soprattutto per noi preti, per i “ministri del sacro”.
  • Divorare le case delle vedove: ai tempi di Gesù vedove e bambini erano le categorie sociali più emarginate e indifese; proprio per questo la legge proteggeva queste persone.

Nella seconda parte troviamo un Dio che guarda, che osserva, un Dio sentinella, attento all’agire degli uomini; in particolare a quelle azioni belle e buone, che tuttavia non fanno notizia, non vanno a finire sui giornali, ma proprio per questo ancora più vere.

Cosa osserva Gesù? vede i ricchi che gettano molte monete nel tesoro del tempio. Poi vede una vedova che getta due spiccioli. Ma quell’offerta apparentemente insignificante, dice Gesù, vale più di tutte le altre. Perché?

E’ una questione di pauperismo? Un insegnamento morale? Un atteggiamento di buona condotta, di generosità? Una lode ai poveri? Niente di tutto questo.

L’offerta di quella donna è gradita a Dio perché quella vedova ha donato tutto quello che aveva, tutto quanto aveva per vivere. In altre parole: ha donato se stessa. E’ riuscita a incarnare nella proprio vissuto: “Signore, so che tu sei la mia vita, affido tutto a te”.

Nell’esperienza della fede occorre che “ce la giochiamo fino in fondo”, ossia che non teniamo niente per noi ma offriamo tutto noi stessi a Dio… se nelle relazioni tieni sempre qualcosa per te, mettendoti al riparo, tenendo un salvagente di emergenza, un uscita di sicurezza non ti stai donando veramente… questo vale per l’esperienza matrimoniale, familiare, lavorativa, per tutti gli àmbiti di vita.

Gesù rimane sorpreso, meravigliato, ammirato, estasiato da questo gesto così umile e nascosto agli occhi del mondo ma non agli occhi di Dio, che scruta le intenzioni dei cuori (cfr. 1Cor 4,5).

Ma non è l’unica reazione di Gesù. Egli diventa anche riflessivo perché l’anziana donna gli sta rivelando il suo futuro: anche Gesù sarà chiamato a donare tutto se stesso, immolato sull’altare della croce.

C’è una bella preghiera di Charles De Foucauld che può essere messa in bocca alla vedova del vangelo:

 Padre mio, io mi abbandono a Te, fa’ di me ciò che ti piace.
Qualunque cosa tu faccia di me, ti ringrazio.
Sono pronto a tutto, accetto tutto,
purché la tua volontà si compia in me
e in tutte le tue creature.
Non desidero niente altro, Dio mio;
rimetto l’anima mia nelle tue mani;
te la dono, Dio mio,
con tutto l’amore del mio cuore, perché ti amo.
Ed è per me un’esigenza d’amore il darmi,
il rimettermi nelle tue mani, senza misura,
con una confidenza infinita,
poiché Tu sei il Padre mio.

 Questa è la fede. Vista così è un’esperienza faticosissima da vivere. Ma Gesù direbbe: “impossibile per gli uomini ma non a Dio” (Mc 10,27). Perché chi decide, chi sceglie di aprirsi al suo amore, arriverà anche a sperimentare questo (con i tempi e i modi che solo Dio conosce).

 

XXXI domenica del T. O. – anno B – 2018

Il brano del vangelo di questa domenica dell’evangelista Marco si colloca all’interno della disputa tra Gesù e i capi religiosi. Gesù discute sulla necessità o meno di dare il tributo a Cesare (12,13-17); discute con i sadducei sulla risurrezione (12,18-27); infine dialoga con uno scriba su quale sia il primo di tutti i comandamenti (12,28-34).

Questo dialogo fra Gesù e l’esperto della Legge mosaica non ha più il sapore amaro della contrapposizione. Il versetto 28, che fa da introduzione, sottolinea la buona fede dello scriba: «allora si avvicinò a lui uno degli scribi che lo aveva udito discutere e, visto come aveva ben risposto a loro, gli domandò…».

La domanda che viene posta a Gesù non è né polemica né banale: ai tempi di Gesù la Legge di Mosè era infarcita e ingolfata da moltissime prescrizioni, norme, precetti, di fronte alle quali un ebreo osservante spesso si trovata disorientato.

Gesù risponde mettendo insieme due passi dell’antico testamento: il primo tratto da Deuteronomio 6,4 (che abbiamo letto nella prima lettura). Ama Dio con tutto te stesso. E come si fa? Ascoltando la sua parola, conoscendo la sua volontà, obbedendo alle sue parole di vita (non esiste la parola comandamento nella Bibbia!)

Il secondo passo Gesù lo prende dal Levitico (19,18): Ama il tuo prossimo come te stesso. E qui chissà se lo scriba avrà capito fino in fondo la parola di Gesù… perché nella cultura ebraica il ‘prossimo’ era il connazionale e il correligionario… Gesù amplia gli orizzonti e insegnerà ad amare ogni essere umano, qualsiasi sia la sua razza, il suo colore della pelle, la sua cultura, la sua religione, la sua lingua, il suo orientamento sessuale: “questo è il mio corpo; questo è il mio sangue versato per voi e per tutti” (e non per ‘molti’!)

Lo scriba resta ammirato dalle parole di Gesù e capisce che il nocciolo dell’esperienza religiosa è l’amore, che sorpassa, travalica, va oltre, dando il giusto valore ad ogni atto esterno dell’uomo (gli olocausti e i sacrifici).

Dio, in tanti passi della Bibbia ha detto esplicitamente che non glene frega niente degli atti di culto se dietro a tali atti non c’è uno cuore di carne, un cuore contrito e umiliato, un cuore che ama. Per questo sant’Agostino arriverà a dire: “ama e fa ciò che vuoi!

“Vedendo che egli aveva risposto saggiamente, Gesù gli disse “non sei lontano dal Regno di Dio” (v.34).

Non sei lontano dal Regno è già qualcosa, è già molto. Eppure questa frase di Gesù sottolinea una mancanza. Cosa manca a quest’uomo per essere partecipe del Regno?

La relazione interpersonale con Dio, che si realizza esclusivamente in Gesù: come ci ha detto la seconda lettura Gesù è il sommo e grande sacerdote che ‘media’ il nostro incontro con Dio.

Cari fratelli e sorelle, chiediamo al Signore di saper tener sempre unite queste colonne su cui poggia l’architrave della fede cristiana: l’amore a Dio e l’amore al prossimo.

Gesù, annunciando questa parola non ha fatto altro che rivelare ancora una volta la sua identità: Lui vero Dio e vero uomo, Lui che ha amato così tanto Dio da dare la vita per le sue creature.

Mai solo amore a Dio, perché se è solamente questo è un amore vuoto, sterile e in ultima analisi falso. San Giacomo arriva a dire: «mostrami la tua fede senza le opere (se sei capace!) ed io con le mie opere ti mostrerò la mia fede» (Gc 2,18).

Mai solo amore all’uomo, perché, soprattutto nel contesto in cui viviamo, questo non sta in piedi. La sola filantropia oggi non basta. Sono maggiori i motivi per cui invece di voler bene ai nostri fratelli e sorelle, ci vien voglia di dare loro una pedata nel sedere. Amare l’uomo come tale, solamente in maniera orizzontale, spesso assume la forma di una sfida titatica, perché l’uomo è capace di tanto male, di feroce violenza, di fredda indifferenza.

Per questo abbiamo bisogno di una ‘visione trascendente’: di guardare l’uomo come lo guarda Dio: “non sei la somma dei tuoi peccati, ma sei l’insieme dell’amore che Dio ha per te, Lui che ti ha voluto, pensato, creato, santificato e redento”.

Se teniamo insieme queste due verità esistenziali allora saremo credibili; in caso contrario tradiremmo clamorosamente il grande evento dell’Incarnazione (dando una sonora contro testimonianza); inoltre verremmo considerati delle persone bigotte fuori dal mondo oppure degli ingenui idealisti. In un caso o nell’altro da tenere a debita distanza.

 

Commemorazione dei fedeli defunti – 2018 

Ricordare i nostri cari che ci hanno lasciato è un gesto, uno stile, un atteggiamento non solo cristiano, ma prima di tutto umano. Fin dall’antichità più remota, infatti, tutti i popoli della terra hanno sempre venerato e ricordato i propri cari defunti.

Tuttavia noi cristiani abbiamo uno specifico che ci contraddistingue: noi non celebriamo il culto dei morti. Infatti i luoghi dove sono sepolti i nostri cari non si chiamano necropoli – necro-polis (le città dei morti), ma si chiamano cimiteri (i luoghi del sonno, in attesa della risurrezione, che Gesù ci ha conquistato).

La fede della risurrezione di Cristo ci porta a pensare i nostri fratelli e sorelle defunti in Dio, partecipi e protagonisti di quel mondo che non ha fine e che Dio, in Gesù è venuto a portare (quella che chiamiamo “vita eterna”).

Una vita che siamo chiamati a costruire già su questa terra e che avrà il suo compimento nel regno dei cieli.

Il ricordo dei nostri defunti ci deve portare a fare una cosa importantissima: a non sprecare la vita.

Proprio perché su questa terra ci restiamo poco, occorre fare di tutto perché gli anni che ci sono concessi vengano vissuti al meglio. La nostra vita è il più grande investimento su cui concentrare tutte le nostre energie. Evidentemente non in maniera egoistica, ma donandoci per amore. Perché la felicità accade, si realizza, solo se condivisa.

Nessuno infatti può essere felice da solo. Infatti quello che noi chiamiamo “inferno” non è il regno del peccato (che viene eliminato, dimenticato, distrutto da Dio) ma il regno della solitudine.

Cari fratelli e sorelle, restiamo in comunione con i nostri cari, insegniamo alle nuove generazioni a pregare per i propri morti e a visitare i cimiteri, sentiamoli vicini come nostri protettori perché non morti, ma viventi in Dio e non chiudiamo mai la giornata senza il loro vivo e affettuoso ricordo.

 

Solennità di Tutti i Santi – 2018 

Celebriamo la solennità di tutti i santi, gli ‘amici di Dio’, i testimoni della fede; coloro che hanno preso sul serio il vangelo e attraverso la loro vita hanno manifestato le grandi opere di Dio e soprattutto la sua misericordia e il suo amore verso di noi.

Sfatiamo subito un mito: i santi non sono superuomini, non sono eroi, non sono miti non ben identificabili. Sono persone. Con i loro talenti e i loro limiti, le loro ricchezze e le loro fragilità, i loro punti di forza e i loro talloni d’Achille. E’ più il santo si è mostrato vulnerabile agli occhi del mondo, più si è rivelata la forza, la grandezza dell’opera di Dio.

Nella Chiesa ci sono i ‘grandi’ santi: pensiamo agli apostoli, ai padri della Chiesa, ai grandi uomini e alle grandi donne che con la loro vita e le loro scelte hanno cambiato le sorti di un’intera nazione, di un continente o del mondo intero (pensiamo a san Francesco, d’Assisi, Santa Caterina da Siena, San Benedetto…)

Ma ci sono anche i ‘piccoli’ santi: papa Francesco li chiama i santi della porta accanto, i santi del quotidiano (perché è nella vita di tutti i giorni che si vive la santità).

Diventa santo non colui che fa cose stratosferiche, eccezionali, magniloquenti, ma colui che cerca di far bene le cose di tutti i giorni. Anche di Gesù dicevano: “ha fatto bene ogni cosa…”.

I santi umili, silenziosi, discreti, schivi, ma capaci di portare il bene di Dio e di fare tanto bene agli altri.

Pensiamo a tante mamme e a tanti papà che hanno donato la propria vita per il bene della famiglia e dei figli;

a quanti hanno faticato e sofferto in un lavoro compiuto in modo onesto e rispettoso;

ai molti giovani che non hanno perso la speranza;

a tanti anziani che hanno vissuto la malattia come offerta per il bene altrui;

ai tanti uomini e donne che si spendono per il bene pubblico;

ai tanti volontari che offrono parte del loro tempo e delle loro energie per far crescere la comunità;

alla tanta gente che ha imparato a perdonare (magari anche rimettendoci di persona) perché ha capito che il perdono è la forma più grande dell’amore.

Cari fratelli e sorelle, guardiamo con affetto e ammirazione ai santi per ricevere da Dio e dalla loro intercessione la forza per diventare santi noi.

Lasciamoci meravigliare e sorprendere dalla loro eredità morale e spirituale, per impreziosire la nostra vita con la bellezza delle loro scelte, la semplicità della loro condotta, l’entusiasmo e il coraggio della loro testimonianza, la ricchezza della loro fede.

 

XXX domenica del T.O. – anno B – 2018

Siamo nel capitolo decimo del vangelo di Marco; Gesù sta partendo per Gerico, insieme ai suoi discepoli e a molta folla. Da questa folla emerge uomo, Bartimeo, cieco, che siede lungo la strada a mendicare. Probabilmente avrà chiesto soldi o da mangiare, tuttavia in quel momento sta chiedendo vita.

Bartimeo non vede e grida la sua cecità. Gesù si scaglierà invece con coloro che credono di vedere e non vedono: i presuntuosi farisei[1].

Quest’uomo ha gli occhi malati, un po’ come noi. Imprigionati e schiavi della cultura dell’immagine e del pregiudizio, ci dimentichiamo che “l’essenziale  è invisibile alla vista; che l’essenziale sta nel cuore”.

 Uno dei fattori di questa “smania dell’apparire” penso sia il non essere più capaci di dirci, di raccontarci, di incontrarci nella verità (se non nella superficialità e nella banalità).

L’incontro lo vediamo più come un peso e una fatica, più come un’opportunità per arricchire noi e gli altri. Allo ci “auto affermiamo”, dicendo a noi stessi e agli altri “tu si que vales”. La qualità della vita di una persona non si misura sui like o sui followers su Instagram, Faceboook o Twitter ma dalle relazioni che sappiamo instaurare…

La cecità di quest’uomo gli impedisce di lavorare, di darsi da fare, e dunque l’unico modo per procacciarsi la vita è quello di mendicare, di chiedere aiuto, di tendere le mani vuote perché un altro le possa riempire.

Quando Gesù, nelle beatitudini cita i “i poveri nello spirito”, sono proprio i ‘mendicanti’! Mendicanti di amore, di verità, di bellezza, di bontà…

Ma proprio questo allungare le mani per chiedere l’aiuto agli altri gli consentirà di incontrare Gesù, in maniera impertinente ed esuberante, infatti incomincia a gridare.

Cosa grida Bartimeo? Grida la sua fede: “Figlio di Davide, abbi pietà di me!”

“La fede la grida chi ce l’ha…” spesso la nostra fede è sottotono, un po’ “politically correct”;  a volte ci convinciamo che sia sufficiente pensare che il Signore ci sia… invece il dialogo con Dio è importante! Tutta la Bibbia ce lo testimonia!

Bartimeo chiama Gesù con il titolo regale “Figlio di Davide”: lo riconosce come Messia e re del suo popolo.

La gente lo rimprovera, ma lui grida ancora più forte la stessa esclamazione. Ci vengono in mente le parole di Gesù: “chiedete e vi sarà dato; cercate e troverete; bussate e vi sarà aperto. Perché chi chiede ottiene, chi cerca trova, e a chi bussa sarà aperto (Lc 11,9-10).

Al sentire questo titolo e questa invocazione, detta in quel modo, Gesù si ferma e chiede ai suoi collaboratori di farlo venire verso di lui.

Molto belle sono le parole dei ‘mandanti’ di Gesù: Coraggio, alzati, ti chiama. Tre verbi che sanno di risurrezione:

  • Cor-atio: un cuore in azione
  • Alzati: risorgi
  • Ti chiama

Ci sono alcuni gesti di Bartimeo che dicono la sua fede e il suo desiderio di affidarsi, di abbandonarsi totalmente a Gesù. Il primo di questi gesti è il lasciare il mantello, l’unica cosa che possedeva e gli dava dei diritti, in quanto mendicante. Il secondo è seguire Gesù lungo la strada. Bartimeo diventa discepolo e fa correre quella parola che lo ha salvato. Diventa testimone delle grandi cose che Dio ha fatto a suo favore.

Bartimeo diventa modello di ogni credente:

  • Grida la sua fede
  • Si fida e si affida a Gesù
  • Fa camminare quella Parola di vita che lo ha salvato, riabilitato, rimesso in moto.

E’ il cammino che ciascuno di noi è chiamato a compiere.

[1] Cfr. il vangelo del cieco nato, Gv  9,39-41: Gesù allora disse: «È per un giudizio che io sono venuto in questo mondo, perché coloro che non vedono, vedano e quelli che vedono, diventino ciechi». Alcuni dei farisei che erano con lui udirono queste parole e gli dissero: «Siamo ciechi anche noi?». Gesù rispose loro: «Se foste ciechi, non avreste alcun peccato; ma siccome dite: “Noi vediamo”, il vostro peccato rimane».

 

XXIX domenica del T.O. – anno B – 2018 

Il brano evangelico di oggi non lo si comprende appieno se non si facendo riferimento ai versetti che lo precedono (Mc 10,32-34), nei quali Gesù annuncia per la terza volta il suo destino di passione, morte e risurrezione.

Gesù e i dodici stanno camminando verso Gerusalemme; l’atmosfera si fa pesante, i discepoli capiscono e non capiscono le parole del Maestro; sono sgomenti e impauriti; solo Gesù va avanti con passo deciso.

E’ in questo contesto, di smarrimento e di incomprensione, che salta fuori la richiesta (fuori luogo) di Giacomo e Giovanni: «Maestro, vogliamo che tu faccia per noi quello che ti chiederemo» (v.35). Una richiesta che tradisce prepotenza, saccenza, spocchiosità, arrivismo.

  • Noi vogliamo: indice di un io prepotente, invasivo… quasi a voler obbligare Dio, come facevano i pagani. Tutto il contrario di una preghiera fiduciosa, di abbandono, filiale. I due accampano pretese ingiustificate: “ce lo devi, sei in debito con noi (perché abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito!)”
  • Che tu faccia: come se Gesù non avesse fatto ancora niente per loro!
  • Per noi, e dunque non per gli altri. Emerge una pretesa di esclusività: noi che siamo i più bravi, che ti stiamo più vicino, che siamo i ‘prediletti’…

Salta fuori una ricerca dei primi posti e una squalifica dell’agire altrui (gli altri non contano-valgono nulla).

Perché si arriva a questo punto?

Gesù in questo brano cammina da solo davanti a tutti. I discepoli sono dietro, non lo seguono; parlano tra di loro. Si creano invidie, gelosia, rivalità e contese quando le parole del maestro non vengono più ascoltate e si ascoltano solo le nostre.

Qual è la reazione di Gesù?

  • Non da spazio alla propria comprensibile delusione: nessuna traccia nel brano di risentimento, lamentela, arrabbiatura.
  • Poi Gesù chiama attorno a sé i discepoli, li raduna, li “tira insieme”. Gesù vuole ricostruire la comunione vacillante, la fraternità che deve essere ricomposta. Facendo questo sembra dire: questo tema è da risolvere, non lasciamolo correre; non è un problema da poco! Occorre intervenire subito altrimenti gli effetti potrebbero essere pesanti…
  • Gesù da credito alla risposta dei discepoli; non soffoca il loro desiderio di “essere primi” ma lo orienta, lo trasforma, ne ribalta la prospettiva: di queste cose dobbiamo parlarne; mettiamole a tema. E gli suggerisce: “fate come me e non fate come gli altri (tra voi non sia così)”: chi vuole diventare grande sarà vostro servitore, e chi vuole essere il primo sarà schiavo di tutti. Anche io infatti non sono venuto nel mondo per farmi servire, ma per servire e dare la mia vita in riscatto per tutti (vv. 43-45).

Da la vita solo chi muore, ama chi sa perdere; è signore solo chi serve, farsi schiavo è libertà.

Il vero potere è il servizio e il vero regnare è amare. Se il buon Dio ci ha fatto – o ci sta facendo capire (o almeno intuire) questa verità, siamo sulla buona strada. Gesù ci direbbe: “non sei lontano dal regno di Dio” (Mc 12,34).

 

XXVIII domenica del T.O. – anno B – 2018 

Vangelo famosissimo del giovane ricco (Marco lo chiama ‘un tale’, perché, alla fine, questo giovane non è riuscito a scoprire la verità più profonda di se stesso, che gli antichi identificavano con il ‘nome’). Non solo fa fatica a rispondere alla domanda “chi sono” ma anche a quella più vera e impegnativa: “per chi sono” (la vera domanda vocazionale!)

La ricerca di quest’uomo è comunque sincera: corre incontro a Gesù e si mette in ginocchio davanti a lui. Lo chiama ‘buono’ e gli pone la domanda delle domande:

Cosa devo fare per avere (ereditare) la vita eterna? (10,17) ovvero: cosa devo fare per essere felice? E’ già una domanda messa male: utilizzando il verbo ‘fare’ il tale mette al centro se stesso e sottende che la felicità provenga unicamente dallo sforzo umano: più ti dai da fare, più ti costruisci la tua felicità.

Jovanotti ha capito molto bene che questa non è la logica: infatti nel suo brano canta: “dottore, che sintomi ha la felicità?”… la felicità ti viene incontro… e tu devi essere pronto ad acchiapparla…

Arriva la risposta di Gesù: segui le parole di vita, (in ebraico non esiste la parola ‘comandamento’); le parole che ti fanno crescere, che ti fanno maturare come uomo, le parole che danno gusto, sapore, orientamento; la parola di Dio per te.

Il giovane sta già facendo questo cammino. Il “fare” c’è ed è pure buono! Ma questo non basta, non è sufficiente. C’è ancora un atteggiamento che bisogna interiorizzare: vendere tutto, dare il patrimonio ai poveri e poi seguire il Signore (10,21).

Da notare che Gesù dice al giovane di vendere, non di regalare il suo patrimonio. Perché vendere è più doloroso che regalare. Gli oggetti venduti si spersonalizzano, la loro carica relazionale si perde quando si trasformano in soldi. Infatti, chi riceve del denaro, non sa che cosa si nasconde dietro di esso.

Gesù gli sta dicendo: lìberati dai tuoi pesi, da ciò che ti chiude, che ti opprime.

Gesù lo sta chiamando alla conversione da un cuore appesantito e chiuso a un cuore aperto e accogliente, disponibile alle necessità dell’altro.

Inoltre lìberati dalla presunzione di poter conquistare la vita di Dio a partire unicamente dai tuoi sforzi e dai tuoi meriti. La vita in Dio non la si conquista, la si riceve, la si accoglie.

A queste parole l’uomo si fa scuro in volto e se ne va via rattristato; dice l’evangelista: possedeva infatti molti beni (10,22).

La seconda parte del vangelo ci fa fare un passaggio: dal vendere all’abbandonare – lasciare: un livello più profondo ed esigente. Lascio perché ho trovato di meglio.

Sempre tornando a Jovanotti, canta: “mi fido di te” ma anche “cosa sei disposto a perdere?”.

Questo è scegliere, questo è discernere (scindere, separare): imparare a fare la volontà di Dio, anche e soprattutto quando non coincide con la nostra. Infatti il regno di Dio appartiene a chi ha un animo lieto e libero di accogliere un dono gratuito e immeritato. Appunto non una conquista tua, ma dono. Perché solo perdendo il superfluo, l’illusorio e ciò che è di ostacolo, si trova l’essenziale, che, ricordiamocelo, è sempre invisibile agli occhi… ma non al cuore (Saint-Exupéry, Il piccolo principe).

 

XXVII domenica del T.O. – anno B – 2018 

La parola di Dio di questa domenica affronta il tema del matrimonio: lo abbiamo ascoltato nel vangelo, nella disputa (discussione) che Gesù ha con i farisei e poi nella prima lettura (tratta dal libro della Genesi), ripresa proprio da Gesù per fondare l’indissolubilità del sacramento matrimoniale.

Cos’è il matrimonio? E’ un patto tra uomo e donna che liberamente decidono di essere “una sola carne” (Mc 10,7) per tutta la vita, costruendo fra di loro un’intima comunione di vita e di amore che ha come scopo il bene e la felicità dei coniugi e la nascita e l’educazione dei figli, il formarsi della famiglia.

L’amore fra uomo e donna, nella prospettiva cristiana non è solo un sentimento (sarebbe un amore acerbo, immaturo), ma una chiamata, una vocazione che si fa progetto di vita: la costruzione, la realizzazione di una vita ‘a due’: un’unità (infatti nel vangelo Gesù dice: “ciò che Dio ha congiunto” Mc 10,8): due alterità, due diversità che si incrociano, si incontrano, si scontrano e … si completano.

Questo patto, questo contratto (per usare il termine giuridico), antico come il mondo, è stato elevato dal Signore Gesù a dignità di sacramento.

Il matrimonio è sacramento perché rivela, ri-presenta, manifesta, realizza nella natura umana, il rapporto d’amore e sponsale, matrimoniale di Cristo con la Chiesa, prefigurato nell’A.T. dal rapporto di amore e di fedeltà di Dio con il suo popolo, Israele.

E’ da questo legame inscindibile e indissolubile fra Cristo e la Chiesa che il matrimonio cristiano riceve le caratteristiche fondamentali ed essenziali che lo definiscono e ne fanno una realtà unica, irripetibile e non modificabile da tempi, culture, mentalità, desideri della coscienza pubblica.

Il matrimonio cristiano è indissolubile cioè eterno.

Restiamo un attimo sull’indissolubilità, sul ‘per sempre’: si può ancora, oggi, pensare il matrimonio nell’ottica del ‘per sempre’? Sì! Ma ad una condizione: che lo si fondi né sul singolo, né sul coniuge, né sul rapporto umano ma sul mistero che esso manifesta:“con la grazia di Dio lo voglio!”

Limiti e fragilità non minano l’indissolubilità. Se vissuti nell’amore anche questi diventano vie di santificazione. Cosa invece mina l’indissolubilità? Solo una cosa: il cuore indurito (sklerocardia), insensibile, rigido, incapace di perdonare e di amare, chiuso nelle proprie pretese, recriminazioni, diritti. A volte anche un cuore ferito che si chiude a riccio per paura di soffrire ancora… ma è dal cuore ferito (di Cristo) che nasce l’amore: la sfida dell’amore passa per un cuore che accetta di ‘perdere sangue’!

  • Unitivo: rende una cosa sola: “siano una cosa sola”
  • Procreativo: fecondo, generativo
  • Fedele: la fedeltà è una delle caratteristiche di Dio e un segno di maturità dell’amore umano.

Ce la si fa? Non è un ideale troppo ‘alto’? Ce la si fa con la grazia di Dio, con la virtù dell’umiltà, della pazienza, della capacità di ascolto, di comprensione e di perdono. E siccome questo amore umano è segno-sacramento dell’amore di Dio non può venire meno; non può essere ritrattato, rinnegato, adulterato (rovinato). Potranno esserci sbagli, errori, limiti, incomprensioni, anche tradimenti… ma l’orizzonte deve essere questo.

Se ci si scopre bambini, ossia figli che hanno una fiducia immensa nel Papà, si trova anche la forza per vivere il patto nuziale. Gesù infatti dice: “a chi è come loro appartiene il Regno di Dio”(Mc 10,8). E se il matrimonio è una via importante per arrivare al Regno, il Signore ci garantisce la strada.

Ultima cosa: rispetto e comprensione (e nessuna crociata!) per le alte forme di amore. Il matrimonio, per noi cristiani, è la via più bella, più matura, più completa per vivere l’amore. Per questo la Chiesa non si stanca di annunciare il vangelo del matrimonio. Tuttavia, ripeto, accoglienza e sguardo buono verso le altre forme di amore, soprattutto quelle che hanno in sè i semi (da far crescere) della fedeltà, del dono di sé, della responsabilità del legame.

 

XXVI domenica del T.O. – anno B – 2018 

La Parola di Dio di questa domenica ci fa riflettere su due aspetti, su due tematiche che incrociano la nostra vita di fede:

  • Il profetismo, accennato nella prima lettura (Nm 11,25-29)
  • Il tema dello scandalo, narratoci dal vangelo (Mt 9,38-48)

Mosè nella prima lettura esclama: “Fossero tutti profeti nel popolo di Dio e volesse il Signore porre su di loro il suo spirito!

L’uomo di Dio risponde così al suo servitore Giosuè perché quest’ultimo mostra un accenno di gelosia nei confronti di due uomini, Eldad e Medad, convocati ma non presenti al momento della comunicazione dello Spirito. Essi lo ricevono lo stesso, anche se non si trovano nel luogo indicato.

Qui viene sottolineato, come in altre parti della Bibbia, l’agire libero e misterioso di Dio, che offre i suoi doni spirituali a tutti, senza distinzioni né esclusioni. Ecco allora il primo insegnamento: occhio al rischio che corre Giosuè, ossia l’essere gelosi dei doni di Dio! L’invidia per cui Dio è buono con tutti. Ricordiamoci le parole di Gesù nella parabola dei servi della prima e dell’ultima ora: “non sarai mica geloso perché io sono buono e posso fare dei miei beni quello che voglio?” (Mt 20,15).

Oppure sempre le parole di Gesù a Nicodemo nel vangelo di Giovanni, al capitolo terzo: lo Spirito Santo soffia dove vuole, ne senti la voce, non sai da dove viene né da dove va (Gv 3,7).

Lo Spirito soffia dove vuole: anche al di fuori della Chiesa! Lo ha detto anche il Concilio Vaticano II parlando dei ‘semi del verbo’ presenti anche nelle altre tradizioni, culture e religioni…

Non facciamo l’errore di ‘incasellare’ l’agire di Dio, secondo le nostre categorie umane, i nostri schemi, le nostre precomprensioni e i nostri pregiudizi. La verità di Dio è sempre più grande della nostra recezione – percezione!

Gioele 3,1-2: “Effonderò il mio spirito sopra ogni uomo e diverranno profeti i vostri figli e le vostre figlie; i vostri anziani faranno sogni, i vostri giovani avranno visioni”.

Cosa significa essere profeti? Come essere profeti nel nostro mondo?

Il profeta è colui che vede ‘oltre’; colui che vede in anticipo ciò che gli altri vedranno solo in un secondo momento.

Ma il profeta, oggi è anche colui:

  • Che riesce a scovare, in mezzo al gran casino, alle contraddizioni e alle incoerenze di questo mondo, i semi di bene che Dio ancora oggi non si stanca di piantare e che tanta gente non si stanca di far crescere. “Profeti di speranza”!
  • Colui che sa pro-vocare con mitezza e semplicità, senza urlare, senza strafare, senza mettere al centro se stesso ma i valori che vuole comunicare. Colui che sa dire il vero senza imporlo. “Proporre ma non imporre”.
  • Colui che sa incoraggiare, stimolare, tirar fuori le energie di bene presenti in ciascuno.
  • Colui che indica una strada di luce, ma poi non ti dice: “armiamoci e partite”… cammina con te, si fa compagno di viaggio. Come hanno fatto tutti i grandi personaggi biblici, fino ad arrivare a Gesù.

Il secondo tema lo prendiamo dal vangelo: lo scandalo.

Dal greco skàndalon: è un comportamento esecrabile, colui che lo commette diventa ostacolo, pietra di inciampo per i fratelli e le sorelle di fede (e non solo). Gesù è molto duro contro coloro che creano scandalo, anche se offre sempre una possibilità di conversione, di pentimento, di rinascita.

Viviamo in un’epoca (anche a causa dei mezzi di comunicazione che ci informano in tempo reale) in cui il male e gli scandali sono all’ordine del giorno… infatti sembra che ce ne siano uno al giorno, sia nella società civile che nella Chiesa.

E nella comunità cristiana fanno ancora più male, soprattutto se perpetrati da chi ci si aspetterebbe maggiore esemplarità e moralità.

Tuttavia vorrei invitarvi a non fare confusione tra chi commette scandalo (con chi compie un atto moralmente deplorevole) chi è malato. La pedofilia, ad esempio, è una malattia. Il reato di pedofilia va perseguito; il pedofilo va condannato ma anche curato, perché, come tale è una persona malata. E anche la persona che commettesse il più efferato dei delitti, resta sempre persona, resta sempre un fratello e una sorella, e se non riuscirò più ad amarlo per quello che ha fatto, cercherò almeno di aiutarlo in nome di quella dignità umana che non viene perduta neanche con il più grave dei peccati. Non è facile, ma ci si deve provare…

Perché questa è l’unica strada per non farsi divorare dall’odio e dal desiderio di vendetta, che è come un boomerang: ritorna sempre a chi lo ha scagliato: non te ne liberi più!

Non facciamo l’errore di riscoprirci ‘bestie’, dei giustizialisti, dei forcaioli… primo perché non siamo migliori degli altri e secondo perché a ciascuno, sempre, deve essere data una opportunità di riscatto… e quando sentiamo parlare di castrazione chimica, di ritorno ai “forni crematori”, di dare in mano a tutti armi come caramelle per difendersi… fermiamoci un attimo e ritorniamo a far funzionare il cervello e non qualcos’altro…

Papa Francesco, pochi giorni fa a Tallin (Estonia), nella visita delle repubbliche baltiche, parlando con i giovani, ha detto queste parole:

È brutto quando una Chiesa, una comunità, si comporta in modo tale che i giovani pensano: “Questi non mi diranno nulla che serva alla mia vita”. Alcuni, anzi, chiedono espressamente di essere lasciati in pace, perché sentono la presenza della Chiesa come fastidiosa e perfino irritante. E questo è vero. Li indignano gli scandali sessuali ed economici di fronte ai quali non vedono una condanna netta (…).

Sessualità vissuta male, soldi e ricerca di potere sono le tentazioni che il diavolo utilizza per indebolire e cercare di sconfiggere la crescita del bene e l’annuncio del vangelo.

Come fare a superare tutto questo? (in riferimento soprattutto ai pastori):

  • Preghiera e contatto con il popolo di Dio
  • Una seria e solida formazione, a partire dagli anni di seminario, di un’educazione alla relazione, agli affetti, ai sentimenti e alla sessualità.
  • Il fare esperienza di comunione, di fraternità e imparare a camminare e a lavorare insieme.

Papa Francesco conclude:

Non stanchiamoci di chiedere al Signore che la comunità cristiana, la Chiesa, possa essere, possa diventare, possa ri-diventare (dove ha perso la strada) una «comunità trasparente, accogliente, onesta, attraente, comunicativa, accessibile, gioiosa e interattiva» (ibid., 67), cioè una comunità senza paura. Le paure ci chiudono. La fratellanza e la comunione aprono, come le braccia di Gesù in croce. Solo guardando a Lui ci può essere rinascita, speranza e gioia piena.

 

XXV domenica del T.O. – anno B – 2018                     

Sceso dal monte della trasfigurazione, Gesù attraversa la Galilea. E, come nel vangelo di domenica scorsa, continua a pro-vocare i suoi discepoli, annunciando il suo destino di sofferenza e di morte, tappe imprescindibili e assolutamente necessarie per arrivare alla risurrezione, alla pienezza della vita.

Che bella immagine! Un Dio che attraversa strade, che mangia polvere, che non ha paura di sporcarsi mani e piedi con l’umano… perché “la gloria di Dio è l’uomo che vive!” (Ireneo di Lione).

L’evangelista ci dice che i discepoli “non capirono queste parole e avevano timore di interrogarlo” (Mc 9,32).

Non capivano o non volevano capire? Le parole di Gesù sono parole ‘scomode’. Le parole scomode… quanta fatica ad accoglierle!

Quali sono le parole scomode (che non vanno più di ‘moda’) dell’uomo d’oggi?

  • Fragilità, limite, debolezza…
  • Fatica, impegno, sacrificio, costanza…
  • Onestà
  • Sofferenza e morte

Poi la discussione sul ‘chi fosse il più grande’.

Gesù non tarpa le ali ai discepoli, non dice “non dovete neanche pensarci”… quello del “diventare grandi” è un desiderio che abita il cuore dell’uomo e per questo da non sopprimere… ma da orientare bene!!

 Se uno vuole essere primo sia l’ultimo di tutti e il servitore di tutti (Mc 9,35).

Come non possono venirci in mente le parole di san Paolo nella lettera ai Filippesi, al capitolo secondo:

5 Abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù,
6 il quale, pur essendo di natura divina,
non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio;
7 ma spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo
e divenendo simile agli uomini;
apparso in forma umana, 8 umiliò se stesso
facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce.
9 Per questo Dio lo esaltò!

Se la Chiesa e noi cristiani vogliamo essere veramente fedeli al Signore Gesù questa è la strada: essere servi dell’umanità; una Chiesa ‘del grembiule’, come diceva don Tonino Bello. E una Chiesa serva è una Chiesa che ama; una Chiesa che ha a cuore il bene dell’altro, facendo di tutto affinché questo bene venga custodito, difeso, accresciuto.

Come, oggi, incarnare questa vocazione al servizio a favore di tutti? Attraverso:

  • La prossimità: “esserci”
  • L’ascolto paziente e orante
  • La ‘simpatia’, l’affetto verso coloro che la pensano diversamente da me…
  • La sospensione del giudizio sulle persone (non sulle azioni) e la capacità di accordare fiducia: “ce la puoi fare!”
  • In sintesi: l’apertura del cuore. “Voglio una Chiesa aperta!” (papa Francesco).

Una Chiesa ‘serva’… ma di cosa?:

  • Serva della comunione – sinodalità – ‘camminare insieme’
  • Serva del mondo, una Chiesa ‘estroversa’, verso le periferie del peccato, del dolore, dell’ingiustizia, dell’ignoranza e dell’assenza di fede, quelle di ogni forma di pensiero (papa Francesco).

«Dobbiamo servire il mondo, ma da risorti. Di servizio se ne compie, nella Chiesa, e tanto anche. A volte fino all’esaurimento. Ci schieriamo con i poveri, facciamo mille sacrifici, aiutiamo la gente… ma non con l’anima dei risorti, bensì con l’anima degli stipendiati. E non sempre col nostro servizio annunciamo Cristo speranza del mondo. Annunciamo più noi stessi e la nostra bravura, che lui! Appariamo non di rado un’organizzazione che incute rispetto, spesso anche paura, soggezione. Ma non siamo i viandanti entusiasti che insieme con gli altri dirigono i propri passi verso Cristo risorto». (don Tonino Bello).

  • Serva della pace, la quale può essere definita “la convivialità delle differenze” (don Tonino Bello).

Infine l’immagine del bambino. Qui l’evangelista non vuole sottolineare la tenerezza di Gesù verso i bambini… non c’è un Gesù tenero, romantico, davanti a cui commuoversi. I bambini (soprattutto se orfani) al tempo di Gesù non erano considerati nella società, appartenevano alla categoria degli ‘ultimi’ (come le vedove).

Gesù ci invita ad accogliere gli ultimi, gli esclusi, gli emarginati, chi fa più fatica e chi nessuno vuole fra i piedi. Ci invita a stare ‘dalla loro parte’.

Non è facile, talvolta è una cosa che può dare anche fastidio, talvolta può capitare di dover ‘forzare’ il nostro istinto, le nostre precomprensioni… ma ci si prova, nel nome di Colui che, primo di tutti, si è fatto servo, ultimo di tutti.

 

XXIV domenica del T.O. – anno B – 2018

La liturgia della parola di Dio ci offre la lettura continua del vangelo di Marco. Siamo nel capitolo ottavo e stiamo arrivando al cuore del vangelo, stiamo raggiungendo una vetta, una cima, e nello stesso tempo scopriremo di dover salire ancora, per vie ancora più impervie e affascinanti.

Il brano è composto da due brevi parti: nella prima troviamo la rivelazione di Gesù come Cristo, per bocca dell’apostolo Pietro (Mc 8,27-30); nella seconda Gesù rivela il suo destino paradossale, suscitando una reazione alquanto sconsiderata del primo degli apostoli (primum inter pares), che rimprovera Gesù e a sua volta viene rimproverato (Mc 8,31-33). Pietro non fa una bella figura e ne esce con le ossa rotte perché intuisce la divinità di Gesù ma non riesce a coglierne il significato profondo e soprattutto la modalità concreta con la quale Gesù porterà a salvezza tutta l’umanità.

Soffermiamoci soprattutto sulla prima domanda di Gesù:

“Voi chi dite che io sia?” (8,29); “chi sono io per te?”: è la domanda della fede, è la domanda con la quale viene a galla se siamo credenti o meno e a che ‘tipo’ di ‘dio’ crediamo…

Chi è Gesù per me?

  • Una tradizione, seppur importante?
  • Una devozione da trattare con rispetto e debita distanza?
  • Un soprammobile da lucidare ogni tanto?
  • Un regalo che ho ereditato (dalla mia famiglia, dalla Chiesa, dalla cultura in cui son nato) e che non ho mai scartato?
  • Un maghetto alla Harry Potter per risolvermi i problemi che non riesco a risolvere da solo?
  • Una bella idea?
  • Un’etica, una morale, su cui fondare la mie scelte?
  • Un uomo bravo, buono, uno dei tanti (o tra tanti) che ha cercato di lasciare un segno in questo mondo, a cui va la mia stima e la mia ammirazione?

Pietro: Tu sei il Cristo (8,29), il Figlio di Dio, l’unico Dio generato (unigenito) che ha il potere di rendermi bella la vita! (Occhio! non che ha il potere di regalarmi/promettermi la “bella vita” – come si è confuso Pietro). P.S.: Importantissima questa differenza tra la ‘bella vita’ e la ‘vita bella’. Quale vuoi? Quale cerchi? Per la quale ti affanni e ti impegni, stai investendo?

Sappiamo che Pietro aveva in testa un messianismo trionfante, vincente, potente, sia sul piano religioso che sul piano civile, sociale e politico.

E proprio qui sta lo sbaglio: Gesù è sì il Messia ma lo sarà nella forma del servo obbediente e sofferente.

Obbediente perché vivere è accogliere una parola che porta con sé una promessa che va realizzata.

Sofferente perché il Figlio dell’uomo, per compiere fino in fondo e in piena libertà la sua missione dovrà soffrire molto, essere rigettato, venire ucciso e il terzo giorno risorgere.

Gesù parla apertamente di ciò che lo attende e invita gli altri a non dimenticarlo, preparandosi a fare altrettanto. Perché questa è l’unica strada per poter amare; sentiero stretto, pericoloso, faticoso, e per questo fecondo, che genera vita.

Dicendo questo Gesù invita i suoi discepoli a fare altrettanto, a imparare ad “andare dietro a lui” (Vai dietro a me Satana; impara a pensare secondo Dio e non secondo gli uomini! Gesù dice a Pietro: togliti dalla testa l’idea di Messia che ti sei fatto e accogli la rivelazione di Dio, come sto facendo io; non fare di testa tua ma “Seguimi”!).

Quante volte anche noi vogliamo fare di “testa nostra” nelle cose che riguardano la fede! E invece, anche qui c’è un’obbedienza da far crescere, come ha fatto Gesù che, in tutto e per tutto, si è reso obbediente al Padre ed ha imparato ad amare dalle cose che ha vissuto e sofferto (“pur essendo figlio, imparò l’obbedienza dalle cose che patì” – Ebrei 5,8).

Questa è la strada. Non ce ne sono altre. Impari ad amare quando ti fai umile; quando impari ad accettare i tradimenti e i fallimenti; quando ti alleni a perdonare; quando ti metti nella logica del soffrire per il bene dell’altro. Perché amare è sempre un po’ soffrire e morire a se stessi.

Alla luce di questo comprendiamo anche la conclusione del vangelo: «Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia e del Vangelo, la salverà» (Mc 8,34b-35).

Chi vuole salvare la propria vita; chi vuole tenerla per sé, possederla in modo esclusivo in realtà la perderà, perché vittima del proprio egoismo e della propria autoaffermazione. Chi invece offre la vita per il vangelo, cioè chi è capace di fare della propria vita un dono, la salva perché la vita genera altra vita; perché la vita produrrà frutti di bene, destinati a rimanere in eterno.

Testimone luminoso di questa logica di amore è stato il beato don Pino Puglisi che papa Francesco ha voluto venerare a 25 anni dalla morte, nella sua terra, la Sicilia e nella sua città, Palermo. Che il suo esempio e la sua intercessione ci stimolino a una testimonianza sempre più forte e coraggiosa.

 

XXIII domenica del T.O. – anno B – 2018

La profezia di Isaia che abbiamo ascoltato nella prima lettura (35,4-7a) trova il suo compimento nel vangelo. Qui ci è stato narrato dall’evangelista Marco (siamo al capitolo settimo) la guarigione del sordomuto da parte di Gesù.

Innanzitutto Gesù va nel territorio della Decapoli, in terra pagana. Abbatte gli steccati territoriali e va a portare la salvezza anche a chi, secondo la mentalità ebraica, non ne avrebbe ‘il diritto’. E questa è già una grande apertura, che, come vedremo, ha a che fare il seguente gesto di guarigione.

In questi luoghi alcune persone non specificate, portano a Gesù un sordomuto. Attraverso due tipi di gesti, Gesù lo guarisce. Quali sono questi gesti:

  • Di attenzione alla persona che Gesù ha davanti: lo prende in disparte, gli parla insieme personalmente, cerca un contatto fisico. Tutti gesti che indicano la bella umanità del Figlio di Dio.
  • I gesti che richiamano la creazione: gli pone le dita negli orecchi, gli tocca la lingua con la sua saliva, emette una parola di vita. Gesù si rivela come Dio creatore, capace di ricreare l’umanità segnata dal limite, dalla fragilità, dal peccato.

Il sordomuto chi è? E’ un uomo che fa i conti con la propria disabilità fisica che diventa ancora più pesante perché questa disabilità lo chiude, lo isola dal mondo. Quest’uomo è un emarginato; una persona che non riesce a comunicare, a dirsi, a narrarsi, a instaurare relazioni. E’ una persona che amaramente sperimenta i segni della morte, più interiore che fisica.

Soffermiamoci sul verbo (all’imperativo) che Gesù utilizza per guarirlo: “APRITI!”

Questa parola di Gesù va al di là del poter sentire e del poter parlare. Il sordomuto sperimenta una chiusura (a Dio, al mondo, nelle relazioni, magari anche nel suo stesso cuore). Gesù gli dona la possibilità di aprirsi, di rapportarsi a Dio, alle persone, al reale, in maniera diversa, aperta appunto.

Anche noi sperimentiamo nella nostra vita un sacco di chiusure: sordità, mutismi, indifferenze, superficialità…

Anche noi siamo sordi:

  • Sordi al grido dei poveri e sordi di fronte alle ingiustizie del mondo… sembriamo addirittura anestetizzati, ci abbiamo fatto l’abitudine… niente più ci scalfisce, ci emoziona, ci fa provare compassione…;
  • Sordi alle sofferenze degli altri;
  • Sordi alla richiesta che sale dai giovani di essere accompagnati; di avere il diritto ad avere adulti che siano testimoni credibili di una vita buona…;
  • Sordi al ‘nuovo’ che ci viene incontro e che spesso ci fa paura: pensiamo ai mondi digitali, alle nuove fontiere del lavoro on line, al mondo dei ‘social’… la frase che più si sente in giro? “dove andremo a finire!”
  • Sordi alla diversità, alla multiculturalità, alla multi religiosità… altra frase ‘famosa’: “cosa succederà della nostra civiltà europea?”

Anche noi siamo diventati muti (non proferiamo parole), di fronte:

  • Alla corruzione dilagante;
  • Alla banalizzazione del corpo, alla violenza sul ‘femminile’;
  • A un mondo del lavoro che schiavizza gli operai e gli impiegati, i giovani che si affacciano o alle partite iva…;
  • Ad una società totalmente incapace di dire cosa è famiglia, che se ne disinteressa e che ne ha perso il valore…;
  • Ad una società che ha perso il valore della verità ed è bombardata dalle “fake news” che distorgono il reale e fanno fuori le persone;
  • Ad una politica (e ad un tipo di informazione) che invita a chiuderci nella paura piuttosto che aprirci con serenità e fiducia al pensiero che si possa costruire una città, una nazione, un continente e un mondo migliore, abitabile per tutti.

Gesù ci invita, ti dice: “APRITI!”

Fatti risanare dalle tue chiusure, dalle tue sordità, dai tuoi mutismi; apriti a Dio, dai fiducia ai fratelli e alle sorelle, e scoprirai che c’è sempre una via di risurrezione, di rinascita, di luce. Per tutti.

 

XXII domenica del T.O. – anno B – 2018

Con questa domenica la liturgia della Parola ci fa riprendere la lettura del vangelo di Marco, interrotta per l’inserzione del discorso di Gesù dopo la moltiplicazione dei pani del capitolo sesto di Giovanni.

Il vangelo è introdotto dalla prima lettura, che ci ha raccontato del dono della Legge da parte di Dio a Mosè (Dt 4). La legge, i comandamenti (parole di vita) sono il segno della vicinanza, della cura e dell’amore di Dio nei confronti del popolo.

Gesù ci invita a riprendere il tema della Legge, ma in una prospettiva nuova, ossia distinguendo bene (fare discernimento) ciò che è parola di Dio e ciò che è tradizione degli uomini.

Il fatto che scatena la discussione con i farisei (i quali accusano i discepoli di non osservare la tradizione degli antichi) è la non osservanza del precetto di purificare le mani prima di prendere il cibo. Qui non c’è solo in gioco l’igiene ma la religione: prendere i pasti è ricordarsi della fedeltà di Dio che nutre il suo popolo e quindi è un atto religioso e come tale richiede che ci si accosti in stato di purità.

Gesù cita Isaia (29,13): “questo popolo mi onora con le labbra, ma il suo cuore è lontano da me. Invano mi rendono culto, insegnando dottrine che sono precetti di uomini. Trascurando il comandamento di Dio, voi osservate le tradizioni umane”.

E qui ci sta la provocazione anche per noi: religione – fede – vita stanno insieme. Mai separarle, altrimenti saltano fuori dei veri e propri disastri! L’atto religioso in sé non salva! La fede, vissuta nella vita, salva!

Qui c’è un discernimento sia personale, sia comunitario da fare: i miei atti religiosi e gli atti della comunità devono essere sempre finalizzati al bene delle persone, legati alla loro vita e incarnati nel contesto storico-culturale e antropologico in cui viviamo (la realtà è sempre più importante dell’idea, dice papa Francesco).

Dobbiamo dire due secchi e decisi ‘no’: no al relativismo e no all’estremismo (quello che il papa definisce anche come rigidità… nella Chiesa ce ne sono varie forme… rigidità dottrinale, liturgica, pastorale ecc…).

Coloro che osservano le tradizioni umane  sono i “talebani cattolici”: gente fissata sul “si è sempre fatto così” (terrorizzati dal cambiamento); gente che non vuole confrontarsi con gli altri e che pretende di avere in mano la verità, gente chiusa, intollerante, bigotta, che si arrocca su verità evangeliche o magisteriali senza averne compreso il senso profondo, o peggio, citando a sproposito vangelo e magistero per avvallare le proprie idee e posizioni. Uomini e donne, giovani, adulti e anziani dal cuore duro, che si ergono a giudici inflessibili degli altri, incapaci di empatia e di comprensione… quanto può far male gente così… facciamoci un serio esame di coscienza: se siamo un po’ così ci occorre una bella sterzata, una bella virata, una bella botta in testa dal Signore, che ci faccia riscoprire l’umiltà e la consapevolezza dei nostri limiti e delle nostre fragilità.

Coloro che osservano le tradizioni umane sono anche quelli che mettono al centro i loro sforzi (eresia pelagiana di ritorno!); quelli che dicono “me lo merito”… io sono fedele al Signore e dunque merito il suo amore. Ma cosa vuoi meritare? Ma ti sei guardato nel profondo?

Nanni Moretti in un suo film (Caro diario) fa una battuta bellissima: “se tutto dipende da me, sono sicuro che non ce la farò”.

E poi l’amore non si merita, mai… l’amore lo si accoglie; l’amore lo si ringrazia, l’amore lo si dona e lo si condivide… anche (e soprattutto) con chi la pensa diversamente da noi; con chi ha una cultura, uno stile di vita, modi differenti dai nostri di pensare, di giudicare e di agire. Con chi è semplicemente ‘altro-da-me’.

Coloro che osservano le tradizioni umane siamo noi quando trattiamo la diversità come un fastidio, come una seccatura, come un impedimento e non come una possibilità di amare e di lasciarci amare.

Siamo una Chiesa che mette al centro il vangelo (la parola di amore che Dio pronuncia per gli uomini di oggi) oppure siamo una chiesa che mette al centro se stessa, chiusa, che cerca di autopreservarsi (quando i buoi sono già tutti scappati)? Ma la Chiesa non deve essere missionaria, evangelizzatrice, inclusiva, dalle porte aperte? (o mi sbaglio?)

Passiamo alla seconda parte del vangelo (Mc 7,14-15.21-23). Dice Gesù: non è l’esterno (la formalità) il centro dell’uomo: il centro dell’essere umano è la sua dimensione interiore, il suo ‘cuore’. La purificazione esteriore ha valore se è segno di cuore che si lascia cambiare, trasformare e purificare.

Gesù ci insegna che gli ostacoli al nostro incontro con Dio vengono da dentro. Per questo fa quell’elenco di dodici atteggiamenti che impediscono l’incontro con il Signore: impurità, furti, omicidi, adulteri, avidità, malvagità, inganno, dissolutezza, invidia, calunnia, superbia, stoltezza.

Allora diventano vere le parole dell’apostolo Giacomo ascoltate nella seconda lettura (1,27): religione pura e senza macchia è quella che si sporca le mani con i fratelli e le sorelle, che si contamina, che li lascia anche ferire perché fiorisca il bene altrui. E’ la sintesi stringata della vita di Gesù!

Tutte le considerazioni fatte fin’ora trovano il loro àpice nel salmo responsoriale 14 (15): “Signore, chi abiterà nella tua tenda? Chi dimorerà sulla tua santa montagna? Chi cammina senza colpa, pratica la giustizia, dice la verità che ha nel cuore. Colui che agisce in questo modo resterà saldo e stabile per sempre”. Amen, così sia.

 

XXI DOMENICA DEL T.O. – anno B – 2018 

Si sta per concludere il capitolo sesto del vangelo di Giovanni, che ci ha presentato Gesù come pane della vita. Si sta avviando alla conclusione anche la discussione tra Gesù e giudei, iniziata nel vangelo di domenica scorsa e continuata oggi. Questi ultimi, molti dei quali discepoli, hanno ascoltato le parole di Gesù e, sconvolti o quantomeno perplessi, dicono tra di loro: «questa parola è dura (ruvida, grezza), chi può ascoltarla?» (Gv 6,60)

C’è uno scandalo che si realizza (lo dice Gesù stesso): cos’è che scandalizza questi discepoli?

Questi qua non è che non hanno capito le parole di Gesù… le hanno capite fin troppo bene…! è per questo se la danno a gambe levate (non andarono più con lui)…

Questi hanno capito che Gesù è esigente, c’è una parole che pro-voca, che chiama a convertire il cuore, le scelte, la vita, e se ne vanno via… più o meno tristi… perché non vogliono arrivare “fino alla fine” (usque ad finem).

Quando Gesù si mette a parlare di dono della vita, di sacrificio di comunione, di “pane spezzato per la vita degli altri” e chiede ai suoi di fare altrettanto… ci si tira indietro.

E così capita anche a noi… finchè la parola del vangelo è una parola rassicurante, dolce, calma, consolatoria, che rimette equilibrio nella nostra vita allora tutto va bene… quando arriva la provocazione che scombina le nostre certezze e sicurezze, andiamo in tilt e chiudiamo le orecchie.

La fede cristiana è una scelta impegnativa e controcorrente (tante volte ce ne dimentichiamo)…

da una parte c’è la realtà “mondana”, dove vive anche la nostra cultura e il nostro respiro sociale:

  • fatti i tuoi, non rompere le scatole agli altri; vivi e lascia vivere; non impegnarti troppo, lascia che siano gli altri a fare il bene; vivi nel tuo benessere, se stai bene tu stanno bene tutti; non lasciarti coinvolgere; … la vita “comoda”, direbbe papa Francesco; la vita “divanata”… (ma anche la vita sterile!)
  • Dall’altra parte c’è un Dio che dona la vita e chiede di fare altrettanto: come ho fatto io, così fate anche voi. E’ l’apertura all’altro; è mettere al centro della propria vita il bene degli altri piuttosto che il proprio interesse personale. E’ rischiare nelle relazioni e nell’amore. E’ buttarsi nell’avventura dell’uscita da sé per incontrare il fratello o la sorella; per vivere la comunità. Certo, questa prospettiva e questo stile di vita comporta coraggio, impegno, rischio, responsabilità.

Gesù intuisce tutto questo e provoca domandando: “volete andarvene anche voi”? (Gv 6,67).

Risponde Pietro: “da chi vuoi che andiamo? Tu solo hai parole di vita eterna, cioè tu solo hai parole di spessore, parole che fanno vivere, parole che fanno crescere, parole che danno sapore e luce” (Gv 6,67).

Anche a noi Gesù dice: vuoi prendere un’altra strada? Vuoi seguire altri maestri? Vuoi un altro stile di vita?

Prego, sei libero, tuttavia se vuoi seguire me non puoi restare rintanato nel tuo egoismo e ammuffire nella tua oziosa comodità, pensando che gli altri si arrangino e se la cavino da soli.

E questa cosa la si impara frequentando Gesù, stando con lui, imparando da lui (noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Figlio di Dio, Gv 6,69).

Perché solo l’amore è il vero principio della conoscenza: tu conosci bene solo le cose a cui ti dedichi, e ti dedichi solo alle cose che ami. E scopri di essere conosciuto e quindi amato (don Fabio Rosini).

Infine facciamo attenzione che la risposta di fede al Signore è sempre al singolare. Pensiamo anche alla struttura della Messa: dopo che Dio ci ha parlato nella liturgia della Parola siamo tutti invitati a professare personalmente la nostra fede: recitiamo tutti insieme il credo ma lo facciamo utilizzando la prima persona singolare: “Credo!”

Che il Signore ci aiuti a compiere questo “esodo” da noi stessi che si chiama amore. Se ci consegniamo senza riserve, senza maschere, senza difese a Dio sarà Lui che ci farà capaci di dono, arricchendoci di tutti i talenti e di tutte le qualità necessarie per metterci a servizio del prossimo.

Perché le cose più belle e più importanti della vita (come l’amore, la preghiera, le relazioni…), non te le insegna nessuno, e non ci arriverai mai solo con la testa; le impari facendole, coinvolgendoti in prima persona, rispondendo (e rischiando) ad esse con libertà e generosità.

 

XX DOMENICA DEL T.O. – anno B – 2018

In queste domeniche e nelle prossime, nella liturgia della Parola ci accompagnerà il capitolo sesto del vangelo di Giovanni, che ha come tema Gesù pane della vita (a dir la verità è Gesù stesso che si autodefinisce così).

Tre brevi sottolineature:

  1. Gesù ci invita a mangiare la sua carne e a bere il suo sangue

Non è solo un rito, pura formalità…

Non è neanche cannibalismo… era la preoccupazione dei giudei, come abbiamo ascoltato nel vangelo: “come può costui darci la sua carne da mangiare?”

Alle divinità pagane bisognava “dare da mangiare”; qui invece c’è un Dio che si da a mangiare…

Mangiare la carne di Cristo e bere il suo sangue è partecipare della sua vita (perché abbiate in voi la vita di Dio); è vivere come ha vissuto Lui; è amare come Lui ha amato; è scegliere come Lui ha scelto; è servire come Lui ha servito…

2. Prendete e mangiate… non prendete e guardate (a distanza)…

Vale sempre l’insegnamento della Chiesa: chi ha un peccato mortale sulla coscienza lo confessi e poi si accosti all’Eucarestia.

Tuttavia Papa Francesco dice con forza: l’Eucarestia non è un premio per i buoni, per i perfetti, ma sostegno, forza, nutrimento per i peccatori: “beati i poveri in spirito…”: beati coloro che si fanno mendicanti di vita, bussano alla porta del Padre e si nutrono del suo Pane… foss’anch’ero le briciole dei cagnolini…

3. Per molti – per tutti…

Nella Bibbia le moltitudini indicano tutte le genti…

Cosa ci insegna questo atteggiamento di Gesù?

  • No a discriminazioni
  • No ad esclusioni
  • No a muri
  • No a ghetti
  • Non a barriere e steccati
  • Si all’inclusione, all’integrazione, alla fraternità e alla comunione.

Quelle braccia aperte sulla croce non sono state messe a caso…

Infine: “Andate e portate a tutti l’amore di Dio”.

Prendere la forza di Dio e parteciparla, condividerla, portarla al mondo, affinché il suo cuore e le sue mani si dilatino fino ad assomigliare sempre più, per quanto possibile, alla misura del cuore e delle mani di Dio, creatore e padre, fonte di ogni bene, sorgente di amore.

 

SOLENNITA’ DELL’ ASSUNZIONE DELLA BEATA VERGINE MARIA – 2018 

Celebrare la solennità dell’Assunzione della beata vergine Maria significa contemplare, ammirare, guardare stupiti ad una creatura umana che si è fidata e affidata al Signore e in lei e con lei ha fatto grandi cose, ha fatto meraviglie.

Quando una persona compie la scelta di fidarsi e di affidare al Signore la propria vita non può restare deluso, perché Dio, come ci ha detto Maria nel canto del Magnificat, compie le sue promesse e resta fedele al suo amore.

Come ha fatto la Madonna ha raggiungere la mèta, il traguardo, la casa del Regno dei cieli, immagine della piena e definitiva comunione con Dio?

  • Maria ha creduto alla parola che Dio le ha rivolto. C’è una parola che Dio dice anche a ciascuno di noi. Occorre dargli credito.
  • Maria ha avuto un rapporto personale, sincero, aperto e trasparente con Dio. Non ha esitato a dirgli alcune cose che non capiva; non ha esitato a chiedergli spiegazioni; non ha esitato a mettere tutto nelle sue mani, anche quando le cose, i fatti e le situazioni (in particolare la vita di Gesù stesso) si facevano sempre più ingarbugliate e incomprensibili.
  • L’assunzione (la pasqua) di Maria è il compimento della Pasqua di Gesù. Gesù primo dei risorti, chiama la Madre a partecipare della felicità eterna che lui ha inaugurato. Tuttavia, prima di arrivare alla risurrezione, Maria vive e patisce il venerdì e il sabato santo. Maria non subisce la prova, ma la affronta con l’atto di abbandono e di affidamento, tipico dei poveri e dei piccoli del popolo d’Israele. Non si da per vinta, ma continua a credere a suo Figlio Gesù, nonostante gli eventi presagissero il contrario.

Così deve essere anche per noi: denti stretti, spalle larghe e tanta fiducia in Dio per affrontare i temporali, le tempeste e gli tzunami della vita. Solo così si può contemplare l’alba della risurrezione. Ve la dico con una immagine: chi non fa fatica nello scalare la montagna non assaporerà mai la gioia che produce non tanto l’essere in vetta, quanto l’esserci arrivati con le proprie gambe, magari con piedi doloranti, gambe stanche e ginocchia vacillanti.

Dove Maria prende la forza per fare tutto questo?

“Beata te che hai creduto”: le dice la cugina Elisabetta.

Beata te che hai scelto di credere.

Beata te che ti sei fidata e affidata.

Beata te che non hai smesso di credere anche quando ne avevi tutte le ragioni.

Beata te che hai perseverato fino alla fine anche quando tutto ti portava a credere il contrario.

Beata te, donna forte e coraggiosa, che a denti stretti e con il cuore trafitto non hai smesso di credere nel tuo Figlio Gesù.

Sì, perché Maria non è prima di tutto Madre di Dio perché ha generato biologicamente Gesù, ma è Madre di Dio perché è stata la prima a credergli; perché è stata la prima a generarlo nella fede.

Beati noi se sapremo ascoltare, meditare e vivere il vangelo del tuo Figlio Gesù e sapremo generarlo nella fede nella nostra vita di credenti.

 

XVI DOMENICA DEL T.O. – anno B – 2018

La metafora, l’immagine che viene usata da tutte le letture della parola di Dio di questa domenica è quella del pastore. Un’immagine biblica, antica, piena di significato sia per il popolo ebraico che per i popoli medio orientali.

Nella prima lettura che abbiamo ascoltato troviamo Dio arrabbiato con i pastori che fanno perire e disperdono il gregge. Non se ne preoccupano e addirittura scacciano le pecore, dice l’oracolo.

Qual sono le cause di questo atteggiamento così cattivo, sbagliato, malvagio?

La prima è quella della sostituzione: quando il pastore si sostituisce a Dio e diventa un dittatore, tratta le sue pecore come schiave. Le ritiene come roba sua e ne fa quello che vuole. Primo rischio.

La seconda causa è la smania di ricchezza. Non mi prendo cura delle pecore, ma mi trasformo in mercenario. Ciò che mi interessa è ciò che ci ricavo, non il bene del gregge.

Cosa fa Dio di fronte a tutto questo? Prende in mano la situazione e raduna lui stesso le sue pecore e costituisce nuovi pastori che le faranno pascolare in modo sicuro.

E alla fine della lettura ecco l’annuncio, la profezia dell’arrivo, dell’invio del pastore dei pastori: un pastore che uscirà dalla casa di Davide che regnerà da vero re ed eserciterà il diritto e la giustizia. Chi è? Gesù, Figlio di Dio, re di Israele.

Il vangelo, sempre su questa linea, ci ha raccontato della compassione di Gesù verso la folla perché “erano come pecore senza pastore”.

Anche noi viviamo in un mondo e in un periodo storico dove c’è tanto disorientamento, tanto senso di straniamento, di disordine, di confusione, in tutti gli ambiti: ecclesiale, civile, sociale, politico, lavorativo… sembrano mancare delle figure guida, delle persone sagge, sapienti, profetiche…

L’invito della Parola di Dio di questa domenica è che tutti siamo pastori (non solo i preti, i vescovi, il papa, in ambito religioso, ma anche chi è chiamato a guidare il popolo in ambito civile, amministrativo, politico, medico, educativo ecc…)

Tutti siamo pastori perché tutti siamo chiamati da Dio a prenderci cura gli uni degli altri.

Chi è allora “pastore”? Pastore è il servo, colui che si mette a servizio per il bene degli altri, della loro crescita, del loro benessere, della loro felicità.

Quali allora gli atteggiamenti del pastore?

E’ colui che si mette davanti al gregge per guidarlo, per indicare la strada, l’orizzonte, la prospettiva. Mai dobbiamo venir meno al ruolo dell’insegnamento (scrivere nel cuore)

E’ colui che sta in mezzo al gregge, che ha compassione del gregge, che patisce-con, che porta i pesi dei suoi fratelli e sorelle.

E’ colui che sta in fondo al gregge per raccogliere, spronare, stimolare, incoraggiare, aiutare le pecore che fanno più fatica.

Chi è chiamato a far questo? Solo i preti, solo i vescovi, solo il papa?

In forza del nostro Battesimo, del nostro legame e della nostra chiamata da parte di Dio tutti siamo chiamati ad essere pastori. Ricordiamocelo bene!

Pastore è il sacerdote della comunità.

Pastore è il genitore nei confronti dei figli.

Pastore è il nonno nei confronti dei nipoti.

Pastore è l’insegnante, l’educatore, dei propri ragazzi.

Pastore è il medico nei confronti del proprio paziente.

Pastore è il datore di lavoro nei confronti dei propri dipendenti.

Pastore è l’amico nei confronti di un altro amico.

Pastore siamo ciascuno di noi quando ci prendiamo cura gli uni degli altri, a nome e in nome del Pastore dei pastori, Colui che non ha esitato a dare la vita per il gregge.

 

NATIVITA’ DI SAN GIOVANNI BATTISTA – SOLENNITA’ – 2018 

Questa solennità, quest’anno sostituisce la 12esima domenica del tempo ordinario.

Non sto a fare una esegesi dei brani biblici, mi soffermo sul significato che questa festa può avere per noi, per la nostra vita.

Cosa ci insegna la nascita, la persona e la vita di Giovanni?

  1. Che ogni essere umano, indipendentemente da etnia, lingua, sesso, religione, condizione sociale ed economica, ha un’altissima dignità. Ce lo dice il salmo responsoriale (138): hai fatto di me una meraviglia stupenda, per questo ti ringrazio.

Aver coscienza che siamo una meraviglia stupenda, un progetto di Dio che deve venire alla luce in tutta la sua bellezza (e questo vale per noi ma anche per gli altri) è una realtà che occorre ribadire con forza.

Tante volte ci sminuiamo, diciamo che non siamo buoni a nulla, facciamo un’equazione maldestra: io sono la somma dei miei peccati. No, noi non coincidiamo con il nostro peccato, noi siamo l’espressione più alta dell’amore di Dio. La bellezza abita dentro di noi, anche quando ce ne dimentichiamo o la deformiamo o ne facciamo delle caricature.

Dio ci ama a partire dai nostri peccati, dalle nostre mancanze, dalle nostre fragilità, dai nostri tradimenti e infedeltà. Dio ci ama deboli. Così può farci forti (san Paolo). E’ quello che è successo a Giovanni il Battista.

2. Ogni essere umano, cristiano o meno, ha una missione sulla terra. Per i credenti questa missione è comunicata-rivelata da Dio (secondo i suoi tempi e i suoi modi); per i non credenti coincide con il lasciare una ‘traccia buona’; lasciando il mondo migliore di come lo abbiamo trovato (Baden-Powell).

C’è una missione che riguarda tutti: vivere la santità, vivere l’amore, comunicare l’amore che Dio ha per noi.

Poi c’è una missione particolare affidata a ciascuno, che spesso coincide con la vocazione personale: c’è chi si santifica attraverso la famiglia, attraverso il ministero, attraverso la vita di preghiera, attraverso la vita missionaria, attraverso il lavoro e la professione, il volontariato ecc…

Occorre dire “Sì” (soprattutto oggi) a questa prospettiva: non sono nel mondo ‘a caso’, ma ho un compito, un lavoro da portare a termine, una missione da compiere, per il mio bene e per il bene degli altri. In quest’ottica si vive e si muore diversamente.

3. Giovanni con la sua vita, con la sua parola, con le sue scelte diventa un vangelo vivente, una provocazione per i suoi concittadini e per chi lo incontra.

Questo deve avvenire anche per noi… quando ci incontrano gli altri cosa dicono?

Mi vengono in mente molti esempi belli, che suscitano ammirazione e imitazione:

  • Sposi da tantissimi anni che si vogliono bene come il primo giorno…
  • Lavoratori professionisti bravi, in gamba, che fanno il loro lavoro con passione…
  • Sacerdoti e vescovi santi, che si spendo per il bene della loro gente e delle loro comunità…
  • Giovani volenterosi che si spendono nel volontariato o comunque a favore degli altri, dei più poveri ed emarginati, oppure nel servizio educativo…
  • Gente anziana o ammalata che vive con letizia e con serenità di cuore la propria situazione…
  • Gente famosa, dello spettacolo o di altri ambienti che non si monta la testa ma vive in maniera semplice, bella, ordinata e pulita.
  • Gente sorridente, nonostante ferite, fatiche della vita, anche batoste… eppure non si stanca di offrire un sorriso bello, caldo, solare, incoraggiante, ricco di speranza (io non sono proprio capace… ho un’ammirazione e una venerazione particolare per queste persone…)

E io che testimonianza offro? Una testimonianza o una contro testimonianza?

Che il Signore ci aiuti ad offrire, attraverso la nostra vita, una bella, chiara, limpida, audace, generosa e lieta testimonianza di fede. Quella fede capace di rendere bella e significativa l’esistenza. Perché la fede cristiana è questa, non altro.

 

XI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – ANNO B – 2018 

Il vangelo ci ha appena presentato due piccole parabole che hanno come protagonista il seme, che simboleggia la Parola di Dio che cresce nel mondo, annunciando e realizzando il Regno di Dio.

La prima caratteristica di questo seme (che balza subito all’occhio) è la forza misteriosa di quest’ultimo, indipendentemente dalla sua accoglienza e dal tipo di terreno in cui è seminato. Così è della Parola di Dio: non è una parola umana (fragile di suo, instabile, contraddittoria…), è parola divina e dunque una parola che fa crescere, che da vita, che è feconda: molto belle e significative sono le parole del canto “come la pioggia e la neve”: Come la pioggia e la neve scendono giù dal cielo e non vi ritornano senza irrigare e far germogliare la terra; Così ogni mia parola non ritornerà a me senza operare quanto desidero, senza aver compiuto ciò per cui l’avevo mandata.

La Parola di Dio è così: imprevedibile e misteriosa, a volte sembra non dire niente ma sotto sotto continua a lavorare e poi salta fuori quando meno te lo aspetti e illumina un avvenimento, un fatto, una sofferenza, una gioia, una storia… pone domande e offre risposte. Consola, insegna e provoca… a patto che la si frequenti… e non la si ascolti frettolosamente solo la domenica a messa…

E’ la stessa logica del seme: cade nel terreno, ma poi bisogna coltivarlo, altrimenti è tutto inutile… è l’atteggiamento di l’obbedienza alla Parola: ob-audire: ascoltare nel profondo e poi provare a metterla in pratica. Così la Parola di Dio esprime tutto il suo potenziale, la sua forza, la sua energia. Altrimenti resta sterile.

La seconda sottolineatura riguarda il Regno di Dio, che cresce, anche se noi facciamo fatica a vedere questa crescita, soprattutto nel contesto sociale, culturale, ecclesiale, civile in cui viviamo. Ricordiamo il detto: “fa più rumore un albero che cade che una foresta che cresce”.

Come cristiani siamo chiamati a testimoniare, comunicare, annunciare i semi di bene presenti nel mondo. C’è chi annuncia e comunica i semi di male, noi siamo chiamati a far brillare i semi della risurrezione di Cristo. E ce ne sono. Occorrono gli occhi giusti per vederli, gli occhi della fede, gli occhi della fiducia. Pensiamo ai telegiornali…

Il Concilio Vaticano II, nei lontani anni ’60 già parlava di “segni dei tempi”; cioè di segni che dimostrano e testimoniano che lo Spirito santo non se ne sta con le mani in mano ma lavora per gli uomini e con gli uomini. Il Concilio ne ha evidenziati alcuni, quali:

  • Il progresso medico e scientifico
  • La condizione della donna e la sua dignità nelle società democratiche
  • L’ecumenismo
  • Lo sviluppo dei diritti umani e civili (in particolare la libertà religiosa, … ma non solo).
  • La lotta alle discriminazioni
  • La crescita del vangelo in tante parti del mondo, in particolare in Asia (Cina e India) e in Africa
  • La caduta dei sistemi ideologici e totalitari come il nazismo, il fascismo e il comunismo
  • Io ci metterei la Comunità Europea (la quale non ha mai conosciuto settant’anni ininterrotti di pace… e ditemi se è poco…)

Terza e ultima sottolineatura: queste parabolette di Gesù ci aiutano a riscoprire uno sguardo bello e sereno con il creato.

Per fortuna oggi stanno aumentando i giovani che scelgono di avvicinarsi al mondo della natura e, nell’ambito del lavoro, all’agricoltura, all’agriturismo, ai prodotti “a chilometro zero”. E’ un segno bello di un rapporto ritrovato con il creato e con la terra, dalla quale proveniamo. E’ il segno di un’umanità che ritrova le sue radici, e di conseguenza, il suo futuro.

Di tutto questo ringraziamo il Signore, e, attraverso il nostro piccolo ma importante contributo, facciamo sì che i semi di bene continuino a moltiplicarsi e a produrre una messe abbondante, a lode di Dio e per il bene di tutti.

 

SOLENNITA’ DI SAN PANTALEONE, patrono della Città e della Diocesi di Crema

2Sam 24,15-19.25

Sal 27 1-2.6-9

2Pt 3,14-17 

Gv 12,24-26

La prima lettura, tratta dal secondo libro di Samuele, è stata probabilmente scelta per le sue assonanze, similitudini e allusioni con la storia del nostro patrono, san Pantaleone: qui il Signore “manda” la peste in Israele. Nel 1361 Crema viene colpita da un’epidemia di colera, per questo invoca il santo medico che libera la città dal morbo maligno, proprio il giorno del suo martirio.

Come nella lettura che abbiamo appena ascoltato, il re Davide diventa il tramite (sacerdote) tra Dio e la sua gente, così san Pantaleone, invocato dal popolo cremasco, diventa protettore della città e del territorio circostante.

San Pantaleone, pur essendo un santo cronologicamente distante da noi (è vissuto attorno al 250-300 d.C.) ha delle caratteristiche peculiari che lo rendono attuale, vicino alla nostra vita di fede e alla nostra sensibilità. Vediamo quali sono:

  • San Pantaleone è un martire: il martire sceglie di dare la vita per Cristo. In un periodo storico in cui le scelte definitive fanno paura e vengono considerate da molti superate, Pantaleone è uno che “gioca la sua vita” per un grandissimo ideale, “ci mette la faccia”, rischia tutto: trova la perla preziosa e per acquistarla non esita a dare ciò che ha di più prezioso: la vita stessa.

Pantaleone ha coraggio: cor-actio: un cuore in azione, un cuore donato a Cristo, che ne diventa il motore, l’orizzonte, la mèta.

  • Pantaleone è medico anargiro: esercita gratuitamente la sua professione a favore delle fasce più deboli e indigenti della popolazione. Risuonano in lui le parole del Vangelo: “gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date” (Mt 10,8).

E’ una persona colta, acculturata, preparata. La fede, ci insegna il patrono, non è (come si pensava in passato e alcuni lo pensano tutt’ora) una storiellina romantica per gli ingenui, i ‘sempliciotti’, i creduloni… una caramella Ambrosoli per addolcire le fatiche della vita…

Parafrasando le parole di San Paolo, Pantaleone è stato un uomo del suo tempo, la cui formazione e preparazione intellettuale ed esperienziale lo ha aiutato a “rispondere alla speranza che abitava in lui”. La scienza, ci dice il patrono, da sola non salva (come pensano in molti, oggi).  E cultura e fede non sono in opposizione, al contrario si compenetrano, interagiscono e si arricchiscono. E quando lo fanno, nascono dei capolavori!

  • Pantaleone è un laico. Un laico impegnato. Un laico che ha vissuto il vangelo nei propri ambienti di vita, soprattutto nel lavoro. Un uomo che ha fatto della sua professione una vocazione e una missione. Impegnato nel sociale, nella promozione del bene comune, nella costruzione della “polis”. Uno che non si è chiuso nel proprio benessere egoistico e autoreferenziale, ma si è aperto con generosità e dedizione al bene dei fratelli.

Aperta parentesi: il martirio non lo si “inventa”: il martirio lo si prepara, giorno dopo giorno, attraverso le piccole scelte quotidiane di amore donato e condiviso.

  • Infine, ultima caratteristica, Pantaleone è un giovane. Giovane come età anagrafica e soprattutto giovane ‘dentro’. Una giovinezza che gli viene dallo Spirito e dall’incontro con il Signore. Risuona il salmo 43: “Mi accosto all’altare di Dio, (…) che rende lieta la mia giovinezza”.

Il vangelo ci insegna che il segreto della vita è donarla, spenderla per il bene del prossimo. Altrimenti la vita insterilisce, sfiorisce, rinsecchisce. Chi invece sceglie di fare della propria vita un dono d’amore la ritrova arricchita e accresciuta da Dio e dai fratelli.

Pantaleone ha seguito Gesù, ha realizzato la sua vocazione nel servizio al prossimo e ha ricevuto la corona di gloria (kabod = il peso specifico, la giusta importanza).

Che il patrono Pantaleone ci sia di esempio, di sostegno e di incoraggiamento nel cammino verso la santità.

 

SOLENNITA’ DEL CORPUS DOMINI – anno 2018

Questa solennità, di origine medievale (celebratasi la prima volta in Francia nel 1247) ci ricorda la centralità del sacramento dell’Eucarestia nella nostra vita di credenti (alimento – cibo e bevanda spirituale), nella vita della Chiesa e nella vita del mondo.

Sì, anche del mondo intero, perché il significato del mistero eucaristico non riguarda solo i credenti, ma tutti gli uomini. (Qualcuno si domanderà: perché? non riguarda solo i credenti, e in particolare i cattolici?) Perché l’Eucarestia rivela a tutto il mondo il mistero dell’amore, che tutti, e sottolineo tutti, andiamo cercando, talvolta a tentoni, talvolta in modo sbagliato, sgangherato e confuso; affamati e assetati di questa energia e di questa forza, l’unica a saper dare senso pieno e definitivo all’esistenza.

Ricordiamo anche le parole della Tradizione: L’Eucarestia fa la Chiesa e la Chiesa ‘fa’ l’Eucarestia (card. Henry De Lubac).

L’Eucarestia è il sacramento che edifica, costruisce la Chiesa, la quale, per mandato di Gesù (fate questo in memoria di me) la celebra ogni giorno e ogni domenica. Perché? Per obbligo, per tradizione, perché ‘si deve’, perché ‘si è sempre fatto così’? No. Perché l’Eucarestia, come dicevamo prima, è la fonte dell’amore e se uno vuole imparare ad amare, qui trova la fonte, la sorgente dell’amore.

Abbiamo bisogno di imparare ad amare da Dio. Perché spesso, l’amore umano lo viviamo in forme parziali, riduttive, incomplete. Vediamole insieme:

  • AMORE NARCISTA, EGOISTA: mentre amo te, amo me stesso.
  • AMORE POSSESSIVO, ASFISSIANTE: ti voglio bene se stai sotto il mio controllo/ ti amo quando ti possiedo.
  • AMORE CHE ESALTA SOLO IL SENTIMENTO: ti amo solo se sento/provo qualcosa per te… amore di pancia.
  • AMORE “INTELLETTUALE”, RAZIONALISTA, “MATEMATICO”: amo solo se mi tornano i conti (convenienza)…
  • AMORE “A TEMPO”: ‘sto insieme a te finché dura…’
  • AMORE DEL “DO UT DES” (dare per avere): voglio bene solo se dall’altra parte trovo il contraccambio.
  • AMORE A DISTANZA DI SICUREZZA: ti amo solo se non invadi il mio spazio vitale.
  • AMORE DI SOTTOMISSIONE: dicendo di amarti, annullo la mia persona.
  • AMORE CONDIZIONATO: ti amo ‘a patto che…’
  • AMORE STERILE: che non porta frutto, che non si moltipica, che non genera, che non crea storia santa, che non da vita, che non offre ragioni per vivere e per sperare…

Occorre guardare e imparare dall’amore di Cristo, che ha delle caratteristiche tutte sue; è originale e originante (viene dall’origine):

  • E’ IRREVOCABILE: una volta che Dio si dona non può più tirarsi indietro (Dio non può rinnegare se stesso!)
  • E’ ETERNO, FEDELE E INDISSOLUBILE (indistruttibile!)
  • È INCONDIZIONATO: Ti amo perché voglio (scelgo di) amarti. Non pone condizioni per la sua accoglienza
  • E’ GRATUITO: non ti chiede nulla in cambio
  • E’ UNIVERSALE: per tutti, nessun escluso (‘per voi e per tutti!’)
  • E’ FECONDO: che genera vita
  • E’ TOTALE, PIENO, ESUBERANTE, ESAGERATO (ASIMMETRICO), CHE CHIEDE RECIPROCITA’
  • UN AMORE CHE SPRECA, CHE NON HA PAURA DI ‘BUTTAR VIA’… (immediatamente ci viene in mente la parabola del seminatore – Mt 13,1-23 e sinottici)
  • UN AMORE CHE CI RIMETTE, CHE SI LASCIA ANCHE FERIRE, per il bene dell’altro.

Santa Eucarestia, aiutaci ad amare, aiutaci a sperare, aiutaci a vivere sullo stile di Gesù.

 

SOLENNITA’ DELLA SS. TRINITA’ – anno 2018

Centro della nostra fede, definizione del nostro Dio.

C’è un canto antico (La creazione giubili) che definisce il mistero della SS. Trinità come “mistero imperscrutabile, inaccessibile”……. ma anche no! Il nostro Dio non è un Dio chiuso in se stesso, un Dio che gioca a nascondino… un Dio di cui non sappiamo nulla, un Dio che non ha mai parlato (il nostro Dio è un Dio ‘chiacchierone’… certo, per chi lo vuole ascoltare!)

Al contrario, noi cristiani adoriamo, veneriamo, amiamo, seguiamo, siamo discepoli e testimoni di un Dio rivelato, di un Dio che si fa conoscere, che ci cerca, che si fa trovare dagli uomini, che si mette in comunicazione con loro, che “parla come ad amici, che si intrattiene con loro; per invitarli alla comunione con sè” dice il Concilio Vaticano II (Dei Verbum 2).

Dio non è un Dio chiuso, ripiegato su se stesso, un Dio timido, introverso, che si fa i fatti suoi…

E’ il Dio della vita ed è il Dio dell’amore, perché la Trinità è la rivelazione più alta dell’amore: un Padre che ama il Figlio e questo amore prende la forma dello Spirito Santo (terza persona trinitaria).

Dicevamo non un Dio chiuso ma aperto, una trinità “ad extra”, direbbero i teologi; che si dona per noi uomini, che fa il tifo per noi, che ci sostiene, ci incoraggia, ci provoca a cercare e trovare la verità su noi stessi (una verità che non è mai un’idea, un’astrazione, un concetto ma un’esperienza).

La trinità infine è mistero di comunione. Quanto ne abbiamo bisogno in questo periodo storico! Ogni volta che ci facciamo il segno della croce dovrebbe venirci in mente proprio questo: che come Dio è comunione, anche noi siamo chiamati a costruire legami di comunione, con tutti. Dio è inclusivo, non esclusivo!

Se qualche anno fa la verità potevi cercarla magari anche da solo, a tentoni, oggi non è più possibile. E’ molto più faticoso! E’ più bello cercare la verità insieme, lasciarsi illuminare e arricchire da prospettive diverse per arrivare, sì, ad una sintesi personale.

Trinità, mistero di amore e di comunione, accompagnaci, sostienici, pro-vocaci, nel cammino della vita perché si compia la tua santa volontà, ovvero che tutti gli uomini siano salvi e giungano alla conoscenza della verità che da vita e gioia al mondo (1Tim 2,4).

 

SOLENNITA’ DI PENTECOSTE – anno 2018

Cinquanta giorni dopo la Pasqua celebriamo e viviamo la discesa dello Spirito Santo.

Non facciamo l’errore di pensare alla Pentecoste come un fatto passato. Non siamo spettatori di qualcosa che non ci riguarda ma siamo resi attori protagonisti di una rinnovata Pentecoste. Infatti Gesù ci ha promesso che il dono dello Spirito santo viene regalato in abbondanza a coloro che glelo chiedono (Lc 11,13).

Lo Spirito è l’amore del Padre e del Figlio che viene riversato nei nostri cuori, dice san Paolo (Gal 4,6), è forza interiore, energia spirituale che si sostiene nella fede; è fuoco e vento che gonfia le vele, che ci fa andare avanti, che ci fa camminare (papa Francesco).

Il vangelo e Gesù stesso parlano dello Spirito come:

  • Creatore, perché ci ri-crea a immagine di Gesù, ci da la sua forma (conformi all’immagine del Figlio (Rm 8,29)
  • Difensore (paracleo, advocatus): ci difende dal male e non abbandona nei momenti di prova, di fatica, di tentazione
  • Consolatore: ci aiuta quando le cose non vanno per il verso giusto… quando il professare e il vivere la fede diventa difficile, magari a causa di un contesto ostile o refrattario…

Chi è lo Spirito Santo?

Lo Spirito Santo è il regista della Chiesa: promuove, suscita e sostiene i carismi nella Chiesa (le energie di bene a servizio della comunità).

Lo Spirito è anima della preghiera e della Parola

Lo Spirito è protagonista e autore dei sacramenti della Chiesa (il copyright ce l’ha lui!)…

Lo Spirito è il suscitatore, l’allenatore dell’unità, della comunione ecclesiale…

Lo Spirito è guida della coscienza (no ad una coscienza fine a se stessa ma illuminata, guidata, orientata, accompagnata)

Lo Spirito è sapienza che guida il discernimento nella Chiesa (Luce che tutto fa nitido)…

Lo Spirito santo è colui che è capace di mettere insieme le diversità e farle diventare ricchezza. Parlando una sola lingua: la lingua dell’amore, della fede in Dio.

Il cristiano è colui che si lascia insegnare la lingua dell’amore dallo Spirito Santo. Quando succede questo, le persone ci capiscono, le incomprensioni si sciolgono, le distanze si accorciano, i cuori si avvicinano. Non abbiamo più bisogno di raffinate tecniche pastorali per annunciare il vangelo. Accade e basta. E questo è il vero miracolo, che continua nel corso dei secoli, dei millenni, e che probabilmente continuerà fino alla fine del mondo.

 

ASCENSIONE – anno B – 2018

Con la solennità dell’Ascensione, e domenica prossima con quella della Pentecoste, si compie il mistero pasquale di Gesù. La missione di Cristo riceve il suo sigillo.

L’Ascensione è una festa strana, nella quale nostalgia e gioia si mescolano insieme.

E’una conclusione e allo stesso tempo un inizio: termina la storia di Gesù di Nazareth e inizia la storia della Chiesa.

Gesù scompare agli occhi dei suoi discepoli ma il suo non è un addio. Inizia una modalità diversa di rapporto: “se non me ne vado non può arrivare a voi lo Spirito Santo”. La forma spirituale di Gesù sarà il suo nuovo modo di stare e di accompagnare i discepoli nell’avventura e nella sfida dell’evangelizzazione.

E’ quell’allora che abbiamo ascoltato nel vangelo che rende possibile tutto ciò: i discepoli non possono più contare sulla presenza fisica, terrena del Maestro ma ricevono molto di più: asceso al cielo, in piena comunione con il Padre, Gesù è vicino ad ognuno di loro senza più limiti di spazio e di tempo.

Tuttavia una domanda sorge spontanea: come potranno questi uomini che si sono rivelati così fragili e per certi versi inaffidabili, portare avanti un compito così gravoso e impegnativo?

Semplice, perché la vera risorsa della missione non sarà la loro bravura ma il dono dello Spirito santo. Infatti riceveranno “potenza dall’alto”. E’ infatti nella mia debolezza che si rivela la tua forza (san Paolo).

Per i discepoli il tempo dell’ascensione segna un ‘giro di boa’:  è il tempo della maturità e della responsabilità: Gesù non cammina più con loro, non determina le loro scelte momento per momento, non suggerisce più il come, il dove e il quando… tuttavia promette assistenza attraverso il dono dello Spirito: «Avrete forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi e mi sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria fino agli estremi confini della terra».

Non è una “mission impossibile”, perché il Signore “agisce insieme con loro”, accompagna, sostiene, incoraggia, promuove, protegge e consola da possibili insuccessi, fatiche e pericoli.

La festa che celebriamo è allora la festa della “vita adulta”: Dio si fida della sua Chiesa, dei suoi discepoli, si fida di noi e affida a noi il suo vangelo, perché attraverso la parola, la vita e la testimonianza, raggiunga tutti, nessuno escluso. L’essere testimoni non è così un’onorificenza, ma un dono e un impegno per continuare e arricchire la missione stessa del Figlio di Dio.

Gesù ci affida il suo vangelo, non una parola qualsiasi. Capace di cambiare la vita, di trasformare i cuori, di guarire nel profondo, di donare incoraggiamento e slancio nuovo. Una parola che non deve andare perduta, lasciata in un cassetto, ma seminata con abbondanza, addirittura esagerando, senza avere paura di sprecare il seme in terreni apparentemente sterili o inadatti.

 

VI domenica del Tempo pasquale – Anno B – 2018

La liturgia di questa domenica ci porta al cuore del vangelo: Gesù ci rivela cos’è l’amore, come si manifesta e da dove scaturisce, quale ne è la sorgente.

Partiamo proprio dalla sorgente: il Padre che ama il Figlio. E il Figlio, ricambiando questo amore paterno, dona la vita per i suoi amici, per i suoi fratelli e sorelle, che siamo noi.

Poi c’è un secondo aspetto che potrebbe apparire un po’ in contraddizione con una certa idea di amore che ha la nostra società e la nostra cultura: se osserverete i miei comandamenti rimarrete nel mio amore… Questo vi comando: che vi amiate gli uni gli altri.

Cosa c’entra l’amore con l’osservanza di alcuni comandamenti, che siano pure di Dio? Si può comandare l’amore??

E qui c’è una traduzione errata della nostra lingua italiana: nell’originale ebraico non esiste la parola ‘comandamento’. Esiste il termine “parola”, parola che fa crescere, parola di vita, parola che da la vita, che ti da coraggio, che ti fa andare avanti… parola creatrice, e dunque parola di amore. Per quello che Gesù poi parla di gioia: è la gioia di aver trovato parole che fanno crescere, che danno vita!!

Ecco allora il grande invito di Gesù, la sua grande proposta per l’uomo: amatevi gli uni gli altri COME io vi ho amato voi. Non c’è un amore più grande di questo.

Com’è l’amore di Gesù: diciamo anzitutto cosa non è:

  • Non è sterile, egoista, narcisista, autoreferenziale, chiuso in se stesso
  • Non è un amore calcolato, interessato, condizionato “io ti do se tu mi dai”
  • Non è un amore legato al merito: sono bravo, bello, buono, allora Dio mi vuole bene…
  • Non fa distinzioni, classificazioni, graduatorie, non mette ‘etichette’…
  • Non è superficiale ma profondo, intenso, “che ci rimette di tasca sua per il bene dell’altro”.

Come allora deve essere l’amore, quale caratteristiche imprescindibili deve avere?

  • L’amore di Dio non è prima di tutto e sopratutto un sentimento (che va e viene… come si fa a fondare un’intera vita sul sentimento?), ma è un atto, un fare, uno sporcarsi le mani, un costruire la vita insieme…
  • L’amore di Dio, come ci ha detto anche la prima lettura (gli apostoli che annunciano il vangelo anche ai pagani e questi si aprono alla fede) non discrimina, non chiude, non imbriglia, non fa venire rimorsi di coscienza, non è complicato, ma è semplice, non è esclusivo ma è inclusivo. Sì l’amore di Dio include, l’amore di Dio abbraccia, tiene insieme, tiene uniti, crea comunione.

Non è che ci siamo noi e poi ci sono gli altri. Non è che ci sono i ‘vicini’ e ci sono i lontani; non ci sono quelli ‘di chiesa’ e quelli ‘del mondo’. Ci siamo noi, essere umani, fratelli e sorelle di un unico padre che è nei cieli e ama tutti allo stesso modo. Anzi, ama con particolare predilezione chi ha sbagliato e chi continua a sbagliare: “amami quando me lo merito meno, perché sarà il momento in cui ne avrò più bisogno”.

Dio non guarda al merito. Dio guarda gli occhi e il cuore. Dio guarda nel profondo.

Cari fratelli e sorelle, mai discriminare, mai. Né per razza, ne per cultura, né per religione, né per istruzione, né per orientamento sessuale.

Non facciamo soffrire le persone. Soffriamo già tanto di nostro. Amare le persone così come sono.

Ricordiamo i verbi di papa Francesco nell’Amoris Latetitia: accogliere, sostenere, promuovere e integrare. Per tanto tempo abbiamo fatto fatica su questo. Ora è il momento per giocarcela questa partita, come discepoli di Gesù.

Infine, chi ama porta frutto. Molto frutto. Nel vivere l’amore si può sbagliare (lo sappiamo tutti, in particolare gli sposati, i findanzati, i genitori…), ma se la prospettiva e il fondamento è l’amore di Dio, anche sbagliando, l’amore è sempre fecondo e generativo.

Frutto del dono dello Spirito Santo è l’amore, ci ha ricordato la seconda lettura.

Se abbiamo trovato questo amore nella nostra vita, custodiamolo gelosamente nel cuore e alimentiamolo ogni giorno. E saremo profondamente, serenamente e cocciutamente felici. Perché solo l’Amore salva. Salva dalla morte e da senso alla vita.