Anno liturgico 2019-2020

V DOMENICA DI QUARESIMA – anno A – 2020

Propongo una Lectio Divina (impegnativa!) che potete scaricare qui: La risurrezione di Lazzaro (Gv 11,1-45)

 

IV DOMENICA DI QUARESIMA – anno A – 2020

Propongo una Lectio Divina (impegnativa!) che potete scaricare qui: La guarigione del cieco nato (Gv 9,1-41)

 

III DOMENICA DI QUARESIMA – anno A – 2020

Propongo una Lectio Divina (impegnativa!) che potete scaricare qui: La samaritana (Gv 4,1-42)

 

II DOMENICA DI QUARESIMA – anno A – 2020

Propongo una Lectio Divina che potete scaricare qui:

 

I DOMENICA DI QUARESIMA – anno A – 2020

Propongo una Lectio Divina che potete scaricare qui: Le tentazioni di Gesù (Mt 4,1-11)

 

VII DOMENICA DEL T.O. – anno A – 2020 

Il vangelo di questa domenica è la continuazione di quello di domenica scorsa, il discorso della montagna che Gesù propone ai discepoli come nuovo Mosè, come colui che interpreta e rinnova la Legge antica.

Gesù continua con delle antitesi, delle contrapposizioni che, in prima battuta sembrerebbero delle norme morali, in realtà non lo sono per niente. Sapete invece cosa sono? Sono un bel ‘selfie’ che Gesù si autoscatta. Gesù sta raccontando la sua storia, in particolare la sua passione, la sua sofferenza e morte in croce che di lì a poco dovrà affrontare. Arriviamo al cuore dell’esperienza di Cristo, dell’esperienza cristiana, della proposta evangelica.

Quello che Gesù narra sono una serie di atteggiamenti, meglio dire uno stile paradossale, umanamente sciocco, incomprensibile, ma che, alla fine, non ti fa perdere, o meglio ancora, ti fa trovare la felicità che vai disperatamente cercando. Gesù ci sta dicendo: “vuoi vivere da persona non rabbiosa, non incavolata col mondo, non rancorosa, non astiosa, non vendicativa, non ammalata di vittimismo e ingolfata di recriminazioni? Fai come faccio io e sarai felice, e vivrai bene”.

Ma vediamo nello specifico le singole antitesi:

la prima fa riferimento alla cosiddetta “legge del taglione”: occhio per occhio, dente per dente (v.38). Una legge della Torah che aveva lo scopo di ristabilire la giustizia infranta e che aveva come base il principio della proporzionalità: ad ogni atto subìto doveva corrispondere un equo risarcimento. Si voleva limitare la vendetta, contenere la violenza. Gesù direbbe: è un pochino… vi accontentate di poco…

Gesù ci invita a non opporci a chi ci fa del male. E lo fa con due immagini: lo schiaffo sulla guancia destra (v.39): è il malrovescio, il gesto del disprezzo. Gesù ci invita a non corrispondere alla violenza dell’altro.

La seconda immagine: se ti portano in tribunale e ti vogliono togliere la tunica tu lascia anche il mantello (v.40): il mantello non lo si levava a nessuno, perché era il simbolo della dignità del povero (con il mantello, ci si scaldava, diventava coperta per la notte…). Gesù ci invita a cedere, a perdere anche i nostri diritti acquisiti, fondamentali.

Terza immagine: fare due miglia al posto che uno (v.41). Gesù sta parlando della legge sulla schiavitù che impediva allo schiavo di fare un miglio di tragitto con carichi pesanti. Gesù ci invita a portare i pesi, i fardelli, le umiliazioni, le violenze che ci butta addosso l’altro. Gesù sta parlando del giusto innocente, giudicato, perseguitato, violentato e ucciso.

Poi Gesù, nella seconda parte del vangelo passa a parlare dell’amore: se ami chi ti vuole bene cosa fai di strano, di straordinario: lo fanno anche gli altri, anche gli altri ci riescono, (magari a fatica… )

Gesù ci esorta ad amare il nemico (v.44): una cosa che sembra umanamente impossibile! … Impossibile presso gli uomini, ma non per chi abita presso Dio! (Mc 10,27)

Chi è il nemico? il nemico è colui che mi sta accanto; mio marito, mia moglie, i miei figli, i miei parenti, il mio capo o il mio collega di lavoro; il mio amico: colui che mi tratta male, che mi ferisce, che mi delude, che mi tradisce.

Chi ama veramente?

Primo: ama nella verità solo colui che impara a prendere su di sé il male dell’altro. Chi di noi ha fatto esperienza dell’essere (e del sentirsi) veramente e profondamente amato è stato amato quando ha sbagliato: “amami quando me lo merito meno perché sarà il momento in cui ne avrò più bisogno”.

L’amore sa andare oltre ogni giustizia (e oltre ogni ingiustizia) e nessuno di noi si salva se il parametro con cui siamo giudicati è solo la giustizia. L’amore va oltre ciò che è giusto. Per questo per noi cristiani l’amore prende il nome di “misericordia”.

Secondo: ama veramente solo colui che diventa capace di un atto gratuito, autentico, incondizionato. Se non riesci a fare questo significa che non stai amando nella verità. Afferma don Fabio Rosini: Noi sperimentiamo l’amore solo quando varchiamo la soglia del diritto ed entriamo nella zona dell’ingiustizia che viene accolta, redenta e perciò sanata”. Perché ognuno di noi ha bisogno di essere amato “nemico”.

Questa cosa è opera umana? Impossibile! E’ opera di Dio: “affinché siate figli del Padre vostro che è nei cieli” (v.45). Dio mi ama lì dove non sono amabile. E più cresciamo nella vita spirituale più lo capiamo. Come Dio ci ama e come Dio ci tratta: “non ci tratta secondo i peccati, non ci ripaga secondo le nostre colpe”, dice il salmo 103. Il Signore è misericordioso e pietoso, lento all’ira e grande nell’amore. Amare come Dio ci ha amati: è la perfezione dell’amore. E’ questa la vita dei figli di Dio.

 

VI DOMENICA DEL T.O. – ANNO A – 2020    (Mt 5,17-37)

Il vangelo di questa domenica, molto lungo e ricco di spunti, è tratto dal discorso della montagna di Matteo, dove Gesù vuole evidenziare la novità del vangelo rispetto alla legge.

Anzitutto Gesù dice che non è venuto ad abolire la legge antica, la Torah, la legge di Mosè, ma a darne il pieno compimento, a coglierne il significato più profondo, a svelarne il cuore.

Gesù ci sta dicendo che, davanti alle norme che regolano il vivere civile e la vita di fede, non bisogna guardare tanto all’esteriorità, alla forma, ma occorre capirne l’intenzione, la verità che ci sta sotto. Infatti, questo vale per la vita cristiana, ma anche per il vivere civile: il fine non è l’obbedienza formale alla legge; il fine è il bene che raggiungi attraverso la norma. Per quello Gesù ci dice: “se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e farisei, non entrerete nel regno dei cieli” (v.20) ossia non avrete in voi la vita, non assaporerete la vera felicità nei rapporti, nelle relazioni, nel vivere con voi stessi e con gli altri.

Poi Gesù apre diversi files, accenna e tratta di alcuni argomenti:

il primo è quello che riguarda il quinto comandamento, il non uccidere. In positivo: semina la vita, semina la pace, coltiva rapporti buoni. Non si uccide solo fisicamente, si può uccidere anche con la lingua: accusando ingiustamente, parlando alle spalle, insultando, denigrando, calunniando… e poi Gesù ci dice: impara a ricucire i rapporti, sia se sei stato tu a strapparli, sia se sei stato tu a subire l’ingiustizia, l’affronto, l’attacco. Prova, impegnati ad essere un artigiano di riconciliazione; impara a perdonare e impara pure ad accogliere il perdono.

Secondo argomento: il sesto comandamento (che noi cattolici abbiamo erroneamente tradotto con “non commettere atti impuri”: nella Bibbia non c’è: c’è non commettere adulterio).

Ad-ulterare: falsificare, modificare, contraffare un rapporto.

Gesù ci invita e ci esorta: non è sufficiente che l’adulterio non sia consumato.

  • Occhio al cuore! Tutto parte da lì e arriva lì. Il problema non è il comportamento in sé, il singolo atto, ma ciò che ti porta a compiere quell’atto, ad assumere quel comportamento…
  • Il male di solito non si mostra mai come male, ma camuffato in bene. E soprattutto campa tante scuse a sostegno della propria tesi; si autogiustifica e si autoassolve. Relativizza tutto: “che male c’è?”
  • Occhio a come guardi le persone: ci sono due modi per guardare la gente: da predatori (lo voglio/la voglio, deve essere roba mia), oppure da riceventi (ti accolgo come un dono… ricordiamoci che si prendono le cose e si accolgono le persone e non viceversa…)

Terzo argomento: il giuramento. Ai tempi di Gesù il giuramento nella vita di tutti i giorni era fondamentale perché tutta la vita civile si basava sul giuramento, che era la modalità principale con cui si stipulavano i contratti.

E poi l’ultima frase: il tuo parlare sia sì, sì, no, no; il resto viene dal male (v.37: Gesù non dice tutto il resto è vento, inconsistente… no no, dice, tutto il resto viene da Satana!)

Quante parole al vento, quante dietrologie, quanti oratori senza contenuto; quanto fumo e niente arrosto… Gesù ci esorta: sii sincero, sii leale, sii semplice nei tuoi ragionamenti, sii lucido nelle tue affermazioni; conta fino a cento prima di parlare, prima di ferire una persona, prima di pronunciare (o peggio giurare) il falso, prima di dare giudizi sommari e senza fondamento. E occhio che il male che semini, prima o poi, si ritorcerà su di te (tutto il resto viene dal male e ritorna al male).

In positivo: parla, ascolta, interroga sempre col tuo cuore; sii sempre in contatto con la tua coscienza: facendo così brillerà la tua luce, il tuo sale avrà sapore (in riferimento al vangelo di domenica scorsa), starai bene tu e farai star bene gli altri.

 

V DOMENICA DEL T.O. – ANNO A – 2020   (Mt 5,13-16)

In questa domenica Gesù ci offre il suo insegnamento attraverso l’uso di due immagini, due similitudini, due metafore, quella del sale e quella della luce: “siate sale, siate luce”!

Mi sa che oggi, a noi uomini moderni e post moderni queste due espressioni del Signore ci dicono ben poco; ma se andiamo ai tempi di Gesù, duemila anni fa, nella terra di Israele e in tutto il medio oriente antico il sale e la luce erano due tra gli elementi essenziali per la vita di tutti: dei poveri e dei ricchi; di chi viveva in città e di chi viveva nelle campagne.

Anzitutto il sale: all’epoca di Gesù non c’erano i frigoriferi né tantomeno i conservanti e dunque l’unico modo per conservare i cibi era il sale. E poi, altra caratteristica il sale non è un prodotto umano come può essere il granoturco, la pasta, il riso ecc… il sale lo trovi in natura. Fuori dalla metafora Gesù invita noi cristiani a dar sapore alla nostra vita e alla vita degli altri, non a partire da noi stessi (non siamo noi a produrre il sale), ma a prendere il sale che è il vangelo e a rendere salato, gustoso, saporito il nostro vivere quotidiano e le nostre relazioni.

Proviamo a pensare cosa significhi continuare a salare anche quando ti trovi a farlo per della carne scaduta o avariata (amare anche chi non se lo merita)… come la parabola del seminatore: “semina, non guardare al terreno, tu semina.. e se raccogli, bene, altrimenti nessuno ti toglierà la gioia di aver seminato…”

Poi la luce: ai tempi di Gesù non c’era la luce elettrica: quando tramontava il sole tutte le attività umane cessavano, si interrompevano (pensate che per millenni, all’inizio dell’era umana, gli uomini preistorici hanno vissuto nell’angoscia le ore notturne, perché avevano paura che il sole non potesse più sorgere il mattino seguente!) Ecco, vale la stessa cosa per il sale: noi non siamo luce; non siamo dei “soli” che irradiano luce e calore di luce propria, ma siamo chiamati da Dio ad essere come delle “lune”: astri che brillano di luce riflessa.

Proviamo a pensare cosa significhi illuminare anche chi vuol stare al buio: tu non ti sei impoverito (perché la tua riserva di luce è infinita); è lui che ha deciso di non arricchirsi…

Che bello questo invito del Signore: Dai sapore alle tue giornate, perché sai dove andare a prendere il sale per rendere salata la tua vita! Illumina, rischiara, scalda, perché sai qual è la fonte dell’energia luminosa che ti consente di vivere!

Quanta gente (putroppo) è ghiaccio e buio; ma quanta gente (per fortuna!) è sale e luce!

Alcuni esempi di questi giorni:

  • Il medico cinese che ha dato la vita per mettere in guardia la popolazione dal Coronavirus;
  • Il ragazzo malato di SLA che a Sanremo ha cantato il suo amore per la vita, attraverso uno schermo, con l’ausilio solo della vista;
  • L’imprenditore che ha illuminato la vita dei suoi dipendenti, regalando il 50% del patrimonio aziendale.
  • Il gesto di una imprenditrice milanese che ha messo in motto un intero paese per fare sciarpine e guantini per i koala e i marsupi per i canguri dell’Australia (si può voler bene agli uomini e anche agli animali… le due cose non si oppongono).
  • Mia esperienza personale: la disponibilità, l’affabilità, la generosità di un impiegato comunale, che non fa solo il suo lavoro, ma lo fa con uno “stile”…

Sii sale, sii luce:

  • per te stesso, quando perdi il gusto delle cose; quando fai esperienza di tenebra; quando si spengono le luci fredde e artificiali; quando ti capita di mangiare cibo insipido e poco nutriente.
  • Per la tua famiglia; per i tuoi cari; per chi ti vuole bene;
  • Sul posto di lavoro, attraverso la tua competenza, la tua professionalità, la tua passione, la tua onestà;
  • Per gli altri; attraverso il volontariato, il buon vicinato, la prossimità, l’empatia, l’ascolto, il perdono;
  • Nella Chiesa, nella tua comunità parrocchiale; dando il tuo unico e originale contributo, a partire dai tuoi talenti, dai tuoi doni, dalle tue qualità, dalle tue possibilità.
  • Sii sale, sii luce, non nonostante, ma anche attraverso i tuoi difetti, i tuoi limiti, i tuoi sbagli e le tue ferite.

Gesù dice: “non ho bisogno di cristiani insipidi; non ho bisogno di discepoli tristi, insoddisfatti, pigri, annoiati, acidi, chiusi dentro le loro false sicurezze… ho bisogno di cartelli catarifrangenti, che indichino agli altri che è possibile vivere da persone saporite e saporose; che è possibile vivere da persone illuminate e illuminanti perché hanno scoperto la sorgente della vera luce e del vero appetito.

Anche perché occorre che ci ricordiamo e non ci dimentichiamo, che “comunque, fa buio presto… fa buio presto” (cit. di Enrico Nigiotti, Festival di Sanremo “Baciami adesso”).

 

IV DOMENICA DEL T.O. – ANNO A – 2020    (Lc 2,22-40)

Celebriamo la giornata mondiale per la vita, nella festa della presentazione di Gesù al tempio.

Questa festa che vede Maria e Giuseppe presentare Gesù al Padre per la sua purificazione e per la sua consacrazione, ci ricorda che la vita non è un prodotto umano; non è opera solo, unicamente, anzitutto e prima di tutto umana. La vita non te la dai, la vita la accogli.

Dice Massimo Recalcati: La vita viene alla vita sempre da un’altra vita, è da sempre, in questo senso stretto, il debito con l’Altro… La condizione del figlio definisce l’umano come una forma di vita che non può essere concepita senza considerare la sua necessaria provenienza dall’Altro. Questo significa che – nonostante quello che il nostro tempo sembra credere – nessuno mai può essere genitore di se stesso, nessuno mai può farsi da sé, nessuna vita è artefice della sua condizione.

Il secondo annuncio è che la vita, proprio perché è un dono, va custodita, va valorizzata, va fatta crescere perché ha valore in se stessa. Non ci devono assolutamente essere vite perse, vite scartate, vite senza senso, come ci ricorda spesso papa Francesco. La vita va amata e accompagnata, dal suo inizio (dal suo concepimento nel grembo materno) alla sua morte naturale (la Chiesa dice no all’eutanasia, perché quando una persona chiede di mettere fine alla propria vita, è sempre una sconfitta per tutti).

Detta in altro modo, ciascuno di noi ha valore in sé e non per quello che produce. Questo, per noi cristiani, deve essere un principio fondamentale e irrinunciabile.

Allora non esistono valori di destra, valori di sinistra, valori di centro. Esistono valori umani e valori cristiani che fanno bella la vita e che è giusto ribadire.

Terzo annuncio: la vita è importante ma non è l’assoluto; il termine, il traguardo, l’orizzonte dell’esistenza. Il fine di tutto è la vita eterna, è la piena comunione con noi stessi, con Dio, con gli altri. La vita allora diventa lo strumento per costruire questo orizzonte, questa mèta.

Pablo Picasso, grande pittore e scultore spagnolo del ‘900 affermava: Il senso della vita è quello di trovare il nostro dono. Lo scopo della vita è quello di regalarlo.

Chiediamo al Signore la grazia di saper rispondere a questa grande, unica, irripetibile vocazione.

Ultimo accenno: il Centro di aiuto alla vita, presente anche nella nostra diocesi. Nel 2019 il Centro ha accolto 120 mamme collaborando in rete con i servizi sociali, i consultori familiari e facendo riferimento ai vari enti erogatori di servizi presenti sul nostro territorio.

 

III DOMENICA DEL T.O. – ANNO A – 2020  (Mt 4,12,23)

Il vangelo di questa domenica ci presenta Gesù che dalla regione della Giudea, in Palestina, si sposta in Galilea, avendo saputo che Giovanni era stato arrestato dal re Erode. Penso che Gesù non abbia preso questa scelta per paura, quanto per poter esercitare liberamente la sua missione di annuncio del vangelo. Viene sottolineato, in questa breve espressione, il “passaggio di testimone”, da Giovanni a Gesù.

Dicevamo che Gesù si sposta in Galilea, presso la cittadina di Cafarnao, nella Galilea delle genti, come la definivano i profeti. Ai tempi di Gesù la Galilea, a differenza della Giudea era un territorio dove era presente un grande meticciato: un insieme di culture, di razze e di lingue diverse che avevano imparato a convivere insieme.

Con questa scelta l’evangelista ci fa sapere che Gesù non ha paura di contaminarsi con le altre culture, tradizioni, lingue diverse dall’ebraismo. Gesù non ha paura di confrontarsi con chi la pensa diversamente da Lui. Gesù è un uomo aperto, ecumenico: accetta, apprezza, promuove e valorizza la ricchezza dell’altro. E questo deve essere anche lo stile di noi cristiani. La chiusura porta all’ignoranza (non conoscenza), al sentirsi sempre sotto attacco, sotto pressione, presi dalla paura che l’altro ci porti via qualcosa. Ma se uno sa chi è, non teme l’incontro, il confronto, il dialogo. Il nodo della questione sta tutta qui: ad es., succede che quando siamo insieme a persone che la pensano tutte allo stesso modo, corriamo il rischio di sederci, di dare tutto per scontato; ci lasciamo andare all’abitudine, alla routine; mettiamo il pilota automatico e non ci chiediamo più i “perché”.

Al contrario, quando siamo in mezzo a gente che la pensa diversamente da noi, siamo stimolati, come direbbe san Pietro “a dar ragione della speranza che è in noi”;  a ricordarmi perché credo; in chi credo, in quali valori mi riconosco. Dunque ogni differenza non è uno ostacolo ma una ricchezza e una pro-vocazione a chi voglio essere, chi voglio diventare, come voglio vivere.

Nella seconda parte del vangelo abbiamo letto la chiamata dei primi discepoli. Gesù dice ai primi apostoli: “venite dietro a me, vi farò diventare pescatori di uomini” (4,19). Quando ascoltiamo questo brano, mediamente la reazione dell’uditorio è: “oggi passo perché questo vangelo non mi riguarda; è per chi ha avuto una chiamata particolare dal Signore, come, per esempio, il sacerdozio”. E’ un pensiero sbagliato perché pescatori di uomini lo siamo tutti. Tutti siamo chiamati, consacrati e laici, a pescare la vita delle persone, cioè a incontrare la vita degli altri; a saperla condividere, “portando i pesi (e le gioie) gli uni degli altri” (Galati 6,2). Gesù ci chiama a trovare il positivo che c’è in ogni persona, a scovare il bello e il potenziale che c’è in ognuno di noi.

Per fare questo c’è tuttavia una condizione da cui non si può fare a meno: non puoi diventare pescatore di uomini se non accetti il rischio di gettare le tue reti in mare.

E se qualcuno proprio non dovesse sentirsela di essere “pescatore di uomini” e si senta solo pesce, lasciamo stare tonni, sgombri, sardine, pesci spada (tutta roba buona, per carità) ma cerchiamo di essere almeno salmoni, gente che nuota controcorrente, capace di annunciare, con la propria vita, qual è la sorgente del nostro amare, del nostro vivere, del nostro sperare.

 

II DOMENICA DEL T.O. – ANNO A – 2020

Dopo aver chiuso il tempo natalizio, la Chiesa, attraverso la pedagogia dell’anno liturgico, ci fa ritornare nel tempo ordinario. Penso che il Signore Gesù, in questo tempo, ci inviti a fare una cosa che sembra semplice e scontata, ma di fatto non lo è poi così tanto: siamo chiamati da Dio a benedire la vita, la nostra vita. Spesso, al contrario, ci capitare di maledire la vita: perché non va bene questo, non va bene quello, come degli eterni insoddisfatti. Spesso ci ritroviamo scoraggiati, stanchi, delusi amareggiati dagli sforzi intrapresi che sembra non portino a nulla… Gesù ci esorta: la tua vita è come una conchiglia: ruvida e dura all’esterno, ma se sei capace di aprirla vi troverai dentro un tesoro prezioso: la tua identità più profonda.

Ho sbagliato tante volte nella vita,
Chissà quante volte ancora sbaglierò.
In questa piccola parentesi infinita,
Quante volte ho chiesto scusa e quante no.

È una corsa che decide la sua meta,
Quanti ricordi che si lasciano per strada.
Quante volte ho rovesciato la clessidra,
Questo tempo non è sabbia ma è la vita che passa, che passa…

Che sia benedetta.
Per quanto assurda e complessa ci sembri, la vita è perfetta.
Per quanto sembri incoerente e testarda, se cadi ti aspetta.
E siamo noi che dovremmo imparare a tenercela stretta.
Tenersela stretta.

Siamo eterno, siamo passi, siamo storie.
Siamo figli della nostra verità.
E se è vero che c’è un Dio e non ci abbandona,
Che sia fatta adesso la sua volontà.

In questo traffico di sguardi senza meta,
In quei sorrisi spenti per la strada,
Quante volte condanniamo questa vita,
Illudendoci d’averla già capita,
Non basta, non basta.

Che sia benedetta.
Per quanto assurda e complessa ci sembri, la vita è perfetta.
Per quanto sembri incoerente e testarda, se cadi ti aspetta.
E siamo noi che dovremmo imparare a tenercela stretta.
A tenersela stretta.

A chi trova se stesso nel proprio coraggio,
A chi nasce ogni giorno e comincia il suo viaggio,
A chi lotta da sempre e sopporta il dolore,
Qui nessuno è diverso, nessuno è migliore.

A chi ha perso tutto e riparte da zero,

perché niente finisce quando vivi davvero,
A chi resta da solo abbracciato al silenzio,
A chi dona l’amore che ha dentro.

Che sia benedetta.
Per quanto assurda e complessa ci sembri, la vita è perfetta.
Per quanto sembri incoerente e testarda, se cadi ti aspetta.
E siamo noi che dovremmo imparare a tenercela stretta.
A tenersela stretta.

Che la vita sia benedetta.

Fiorella Mannoia, Che sia benedetta, Sanremo 2017

 

FESTA DEL BATTESIMO DI GESU’ – anno A – 2020

Celebriamo la festa del Battesimo di Gesù.

La prima cosa che salta all’occhio del vangelo di questa festa che chiude il tempo natalizio è che, dal racconto dell’Epifania, gli evangelisti passano direttamente a questo fatto importante della vita di Cristo.

Dei trent’anni precedenti della vita di Gesù noi non sappiamo nulla. Eppure lui ha vissuto con la sua famiglia; ha imparato il lavoro di falegname da san Giuseppe; ha studiato la Sacra Scrittura, la Torah; ha fatto amicizie, ha giocato, ha amato, ha pregato nel Tempio e nella sinagoga; ha vissuto la sua adolescenza e la sua giovinezza.

Questo tempo di nascondimento ci dice due cose importanti:

La prima è che per vivere bene non occorre essere sotto i riflettori, con le luci puntate addosso. Non occorre essere gente da palcoscenico per avere una vita significativa. Il significato della vita non è il palcoscenico ma è il senso che dai alle cose che fai.

E la seconda cosa che impariamo dalla vita di Gesù è che per affrontare il mondo occorre prepararsi. Tanta gente oggi improvvisa: nelle relazioni, nel mondo del lavoro… per affrontare la vita occorre invece studio, preparazione, competenza, professionalità e chi non ce le ha può fare come un bel fuoco di paglia: in un primo tempo può avere anche successo, poi gli altri capiscono che ti sei veramente e, se ti va bene ti mettono da parte, se ti va male ti scartano e ti danno il foglio di via: “non mi servi più perché non vali; perché non hai le capacità che mi avevi detto di avere”.

Gesù riceve il Battesimo da Giovanni. Questo gesto è molto importante perché da inizio alla missione pubblica di Cristo.

Gesù è pronto per fare la volontà del Padre; per realizzare la sua vocazione; per portare a termine la sua missione. E infatti Dio parla e dice: “questi è mio Figlio, colui che amo, in cui ho posto il mio compiacimento” (Mt 3,17); potremmo anche tradurre: di cui sono orgoglioso; di cui ho stima; in cui mi riconosco.

Domanda: perché Gesù riceve il battesimo da Giovanni, che era un rito di purificazione dai peccati; Lui che è Figlio di Dio e non ha bisogno del perdono perché è senza peccato?

Infatti Giovanni ‘gle la caccia’ e gli dice: “questo battesimo non s’ha da fare! Cosa stai facendo? Perché vieni da me? Sono io che dovrei venire da te!” (3,13) Gesù risponde: “lascia fare perché conviene che adempiamo ogni giustizia” (3,15) potremmo tradurre: lascia fare perché la cosa più importante è fare ciò che Dio ha deciso, ciò che Dio vuole. “Allora Giovanni lo lasciò fare” (3,15).

Gesù resta umile: ormai sa chi è, ha un ruolo, ha dei discepoli, è un Rabbì, un maestro, è riconosciuto nel suo ambiente sociale… eppure non si mette sul piedistallo: non reclama titoli; non pretende privilegi; non accetta scorciatoie, ma fa quello che deve fare. E impara ad amare condividendo la vita degli altri. Ricordiamo le parole di san Paolo: “Cristo Gesù, pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio, ma spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo, diventando simile agli uomini” (Fil 2,6-7). Gesù abbatte il muro di separazione tra l’essere umano e la divinità e si mette vicino, si fa Emmanuele, “Dio-con-noi”.

Penso che in questi anni, una delle più belle rivelazioni di questa sana e genuina umiltà e semplicità di Gesù, ci venga proposta da papa Francesco: papa Francesco non fa l’umile; non recita una parte, è così. E piace tanto (anche e soprattutto ai non credenti) perché è una persona vera, non costruita. E una persona vera è una persona libera; e una persona libera ha anche la libertà e l’autorevolezza di sbagliare e di chiedere scusa, come lo abbiamo visto fare pochi giorni fa.

Infine, come Dio ha incoraggiato suo Figlio (ce lo ha ricordato anche la prima lettura), così Dio incoraggia anche noi: “percorri la strada del bene; fatti prossimo alla vita degli altri; non guardare i tuoi fratelli e sorelle dall’alto in basso, ma sii umile”.

Chissà che, se riusciremo a vivere in quest’ottica evangelica, Dio, alla fine dei nostri giorni non dica anche a noi: “questi è mio figlio, che ho amato, a lui va tutta la mia stima e il mio riconoscimento. Ne vado orgoglioso”.

Anche perché, il più profondo desiderio di un figlio è quello di sentirsi dire dal padre: “sono fiero di te”. E il più grande desiderio di un padre è quello di poter dire del proprio figlio: “sono fiero di lui”.

 

EPIFANIA – 2019

L’Epifania celebra la manifestazione (epifaneuo) di Gesù al mondo intero (e non solo per Israele). Dio viene per tutti, non solo per un popolo, per una categoria di persone, per una razza, per un’etnia. Dio non discrimina, non esclude, ma accoglie e include. Pensiamo a cosa significhi questo per noi cristiani…

I protagonisti di questa festa sono i Magi: gente sapiente che proviene dall’antico Oriente (probabilmente dalla Persia).

Chi sono questi tipi un po’ leggendari che vanno a Betlemme, guidati da una stella? Tre sottolineature:

I Magi sono dei cercatori. Dei cercatori di Dio. Chi cerca trova, dice il proverbio. Se cerchi Dio si fa trovare; cercatelo, mentre è vicino (dice un salmo). E quando l’hai trovato (o Lui ha trovato te) cercalo ancora, perché Dio è sempre ‘oltre’, è sempre avanti, è sempre un passo in più rispetto alla nostra andatura. Cari fratelli e sorelle, impariamo dai magi ad essere sempre uomini in ricerca, desiderosi di conoscere, di scoprire, aperti al nuovo, curiosi, esploratori, attenti a tutto ciò che ci si presenta davanti.  Al contrario, le persone muoiono quando vanno in “stand by”: quando non si aspettano più nulla; quando danno tutto per scontato; quando non c’è più niente o nessuno che provochi meraviglia, interesse stupore. Quando si perde la passione.

I magi offrono doni a Gesù. Ricambiano l’affetto, la luce, il sorriso di Gesù Bambino facendogli dei regali. Domandiamoci: siamo capaci di ricambiare il bene che riceviamo oppure “s’èm an pò Genues”, tirchi, avari? Siamo capaci di restituire la fiducia che spesso ci viene accordata e che ancora più spesso non ci meritiamo?

Infine: “Per un’altra strada fecero ritorno al loro paese”. I magi non tornano da Erode. Non si assoggettano al potente di turno, a chi fa la voce grossa, a chi la spara più grossa…

Cari fratelli e sorelle, al termine di questo tempo natalizio domandiamoci:

Sono un po’ cresciuto nell’amicizia con Dio?

Sono riuscito a “limare” certi tratti del mio carattere?

Mi sono preso cura di chi mi sta vicino?

Mi sono fatto messaggero di lieti annunzi; come colui che porta la pace; come colui che testimonia un cammino di felicità?

Santi Magi, avete compiuto un lungo itinerario e avete trovato Cristo, Luce del mondo. Non vi siete fermati; non avete ceduto alla paura; non vi siete fatti scoraggiare dalle difficoltà, dagli imprevisti, da chi vi remava contro.

Avete capito ciò che una frase molto bella evoca: “Il senso della vita è che ciascuno trovi il suo dono. Lo scopo della vita è quello di regalarlo”. Insegnatelo anche a noi, con il vostro esempio e la vostra testimonianza. Amen, così sia.

 

II DOPO NATALE – 2020

La Parola di Dio di questa seconda domenica del tempo natalizio ha come scopo il farci gustare il mistero dell’incarnazione che abbiamo da poco celebrato. E lo fa con dei testi biblici non più narrativi, ma dallo stile poetico, sapienziale e riflessivo.

Fermiamoci un attimo sul prologo di Giovanni che abbiamo ascoltato nel vangelo (1,1-18). Giovanni evangelista non racconta i fatti della nascita di Gesù ma ne fa una riflessione teologica. Giovanni si fa illuminare dallo Spirito Santo, Spirito di sapienza e di rivelazione, per comprendere, per cogliere, per entrare nella profondità del mistero dell’Incarnazione del Figlio di Dio. Senza Spirito Santo non possiamo gustare, assaporare, contemplare il mistero nel Natale di Gesù Cristo.

Giovanni ci dice che la Parola, potremmo tradurre anche “il legame” che Dio ha voluto intessere con l’umanità, fin dalla creazione del mondo, si è fatta carne; è venuta nel mondo; ha posto la sua casa in mezzo a noi.

E qui saltano fuori le reazioni degli uomini: alcuni non l’hanno accolto; ad altri ha dato il potere (non in senso comune del termine, ma nel senso di possibilità) di diventare figli di Dio. Quelli che hanno creduto nel suo nome sono stati generati da Dio (Gv 1,13).

Cari fratelli e sorelle, alla (quasi) conclusione del tempo di Avvento e del tempo di Natale, penso sia bello, utile e necessario fermarsi un attimo e domandarci seriamente se noi credenti abbiamo davvero ‘creduto’; se davvero siamo tra quelli che ‘lo hanno accolto’. E uno dice: come si fa? Qual è il termometro per misurare la mia fede? C’è uno modo per verificare se ho realmente accolto Gesù nel santo Natale? Sì, c’è, e tuttavia non sono il numero delle messe a cui hai partecipato né le preghiere che hai detto. Questi sono strumenti, fondamentali e indispensabili per coltivare, far crescere, alimentare il nostro rapporto con Dio. Ma non sono il fine: alla fine di ogni messa, il prete dice: “la messa è finita; andate! (non restate) e portare la pace di Cristo”.

Ho accolto Gesù nel natale se sono riuscito ad essere più paziente, meno iroso, scontroso, nervoso con chi mi sta vicino;

ho accolto Gesù nel natale se mi sono sforzato di perdonare chi mi ha fatto un torto;

ho accolto Gesù nel natale se mi sono fatto vicino a chi ne aveva bisogno; a chi ha gridato aiuto e soprattutto a chi non ha avuto la forza o il coraggio di gridarlo;

ho accolto Gesù nel natale se mi sono sforzato di essere strumento di comunione, mantenendo rapporti sereni e cordiali con tutti;

ho accolto Gesù nel natale se sono stato onesto e competente nel mio lavoro e non ho cercato di fregare gli altri;

ho accolto Gesù nel natale se non mi sono tirato indietro al mio dovere; al sacrificio, al “tener duro” nelle situazioni più difficili e complicate;

ho accolto Gesù nel natale se non mi sono fatto prendere dalla banalità; dalla superficialità; dall’ignoranza, dai “luoghi comuni”;

ho accolto Gesù nel natale se non ho pensato solo a me stesso o alla mia famiglia e mi sono ricordato di chi fa più fatica.

E se non ci fossi riuscito? Dio ci sussurra: “non avere paura. Ricordati che Natale può essere tutti i giorni”. Non è una frase fatta; è la realtà della fede, perché Dio può nascere in noi ogni giorno, a patto che lo vogliamo, lo desideriamo e gli facciamo spazio. Come Maria nel suo grembo, come Giuseppe, come i pastori, come i santi Magi che ricorderemo nella solennità dell’Epifania.

Abbiamo accolto Gesù nel Natale, se, con sincerità sappiamo dire, prendendo a prestito le parole di un bravissimo e profondissimo giovane cantautore italiano, Ultimo, che in una sua recente canzone dice così: “sei la piccola stella che porto, nei momenti in cui non ho luce”. “Signore, sei davvero questo per me? Signore, fai crescere la mia fede perché la strada è ancora lunga”.

 

MARIA SS. MADRE DI DIO – 2020

Il grande annuncio che ci viene rivolto da Dio attraverso la liturgia di questo primo giorno dell’anno civile ha a che fare con una benedizione.

La benedizione che JHWH dona agli Israeliti attraverso Mosè e Aronne continua nei secoli, attraverso Gesù, che è la grande benedizione di Dio per il mondo. Mediante suo Figlio Dio si impegna per in prima persona nel non venir meno alle sue promesse di bene. Mi piace pensare il Signore che dice: “non mi tiro indietro; non tiro il freno a mano; non ritratto ciò per cui ho giocato tutto me stesso”.

Proviamo a riflettere insieme sul significato di questa benedizione: “Ti benedica il Signore e ti custodisca. Il Signore faccia risplendere per te il suo volto e ti faccia grazia. Il Signore rivolga a te il suo volto e ti conceda pace”.

 Innanzitutto il primo verbo: il Signore ti benedica.

Dio dice bene di te; qualunque sia la ‘posizione’ che tu hai nei suoi confronti; qualunque sia il grado della tua moralità, della tua fede, della tua testimonianza.

Come un papà e una mamma che non parla male di suo figlio, così Dio fa con noi perché, come ci ha detto san Paolo, Dio manda il suo figlio del mondo perché noi potessimo partecipare della sua figliolanza.

E se siamo figli, siamo anche eredi: “figlio, tutto ciò che è mio è tuo”, dice il padre della parabola al figlio maggiore. Erede è colui che riceve, colui che accoglie un’eredità. Un impegno ma anche e soprattutto un dono gratuito e immeritato (l’eredità non te la meriti, non la conquisti). Quale eredità: la vita, il tempo, l’amore.

Il secondo verbo che troviamo nella benedizione è custodire, che etimologicamente significa sorvegliare, vigilare. E’ bello all’inizio dell’anno, pensare a Dio come un papà che non interviene direttamente nel tuo esodo (il cammino che percorri per uscire da te stesso) ma ti guarda a debita distanza (per lasciarti libero), e tuttavia con questo sguardo ti protegge e ti accompagna, tirandoti in piedi quando inciampi; abbracciandoti quando ti metti a piangere; con-solandoti (rimettendoti al sole) quando la nebbia o le nuvole vengono a farti visita oppure quando sei tu che ti ci ficchi dentro…

Il terzo verbo della benedizione è sol-levare che significa: “fare alzare il sole”. Dio, con la sua presenza sicura, certa, solida, fa crescere, rafforza, rinsalda la speranza. La virtù bambina, dice il poeta francese Charles Peguy, capace di sorprendere perfino chi l’ha creata.

La speranza che il bene cresca e si diffonda;

La speranza che ciò che vivremo abbia un senso;

La speranza che il mondo viva giorni di pace;

La speranza di vivere una vita lieta, serena, possibilmente gioiosa, anche in mezzo a prove, fatiche, difficoltà, tempeste.

Infine, soffermandoci brevemente sul vangelo, ci imbattiamo ancora una volta nella figura di Maria e dei pastori: cos’è che accumuna la Madonna e i pastori? Sono tutt’e due cercatori di Dio. Si mettono in cammino per cercare Colui che sempre ci cerca. Solo chi cerca, trova, dice il proverbio. Siamo cercatori o siamo degli abitudinari? Cerchiamo l’incontro con Dio oppure obbediamo ad una tradizione, peggio ancora all’abitudine: “ho sempre fatto così, mi hanno insegnato questo, mi trascino qualcosa che non ho mai assunto veramente…?” (se la fede ta ghèt da tiràla a drè, non so è fede… può darsi che sia solo atto religioso, abitudine, tradizione…)

Maria medita e custodisce nel cuore: non fa le cose a caso; non mette il pilota automatico. Cerca, pensa, riflette, domanda, spera, ama. Fa funzionare cuore e cervello.

Cari fratelli e sorelle, accogliamo con gratitudine e con semplicità il nuovo anno civile che sorge, perché un nuovo anno è sempre:

un’opportunità da cogliere, un dono da coltivare,

una promessa da credere, un progetto da realizzare,

una sfida da affrontare, una storia da vivere.

Un tempo per AMARE e LASCIARCI AMARE. E qui ripartiamo sempre da zero; siamo sempre principianti. Non ci sono lauree, master, corsi di preparazione che ci abilitano.

Diamo una mano al 2020 affinché ci possa essere amico; affinché ci possa sorridere e possa stare dalla nostra parte.

 

SANTA FAMIGLIA 2019

All’interno delle feste natalizie la liturgia ci fa celebrare la festa della santa Famiglia.

Una volta la famiglia di Gesù veniva definita “sacra”: con questo aggettivo, magari senza volerlo, se ne sottolineava la distanza, quasi a pensare a Gesù, Giuseppe e Maria come dei superuomini inimitabili. Oggi la Chiesa ha riscoperto l’aggettivo “santa”, ossia la famiglia come luogo di educazione e palestra di santità.

La prima cosa che mi piace mettere in evidenza è che Dio, dopo aver scelto di “venire ad abitare in mezzo a noi” attraverso la nascita di suo Figlio, decide di nascere in una famiglia. Sembra una cosa scontata ma penso non lo sia: con questa scelta Dio vuole sottolineare l’importanza e la necessità dei legami familiari: come dicevamo prima la famiglia è palestra di vita; è la prima scuola della fede; è il primo laboratorio nel quale ciascuno di noi è stato forgiato, cesellato, modellato ad uscire da sé stesso (la fase narcisistica che coincide con il soddisfacimento dei bisogni primari, direbbe Freud), per confrontarsi con i bisogni e le necessità degli altri.

Allora la santa Famiglia di Nazareth diventa davvero modello per le nostre famiglie, perché, come ci ha raccontato il vangelo, ha vissuto le stesse difficoltà, le stesse prove, le stesse gioie di ogni nostra famiglia: Giuseppe deve fuggire in Egitto con la sua sposa perché Erode vuole uccidere il Bambino. Avvertito in sogno dal messaggero di Dio, non si fa prendere dalla paura e si fa “clandestino” in terra straniera.

Noi abbiamo in mente la famiglia del “mulino bianco” e invece il vangelo ci parla di:

  • un padre con un figlio non suo, che, per farlo diventare ‘suo’ dovrà accogliere, far crescere, amare (perché è così che si dona la vita… non basta la biologia);
  • di una madre che ha concepito per opera dello Spirito Santo (se la volessimo buttare sull’ironico potremmo addirittura parlare di primo caso di fecondazione assistita…);
  • di un figlio nato fuori dal matrimonio, i cui genitori venivano mal visti da tutta la popolazione perché Maria considerata adultera e Giuseppe un povero sciocco che non avrebbe saputo ripudiarla;
  • di una famiglia in fuga, costretta ad emigrare dal proprio paese perché il male la stava perseguitando…

Quest’anno, il 2019, è stato l’anno in cui ci sono stati più emigrati che immigrati: soprattutto giovani, con un livello di istruzione medio alto, partiti sia dal nord che dal sud del paese. In 13 anni (dal 2006 al 2019) quasi due milioni e mezzo di italiani si sono trasferiti dal nostro paese in altre nazioni, per cercare lavoro, fortuna, per ricongiungimenti familiari e altro… Gli italiani residenti all’estero sono passati da 3 milioni a 5,3 milioni… (dati della Fondazione Migrantes, rapporto italiani nel mondo, 14esima edizione) e noi abbiamo paura di quelli ‘brutti, sporchi e cattivi’, che “vengono a rubarci il lavoro”… (termini che utilizzavano gli americani e gli australiani per definire gli emigrati italiani agli inizi del ‘900… loro ci aggiungevano ‘mafiosi’… “dago’s men”… gli uomini del pugnale).

Ce ne sono a iosa di riferimenti per riflettere sulle “idee” che ci siamo fatti (o che abbiamo in testa) e la rivelazione di Dio, che è sempre sconvolgente, destabilizzante, a tratti scioccante…

Cari fratelli e sorelle, vorrei che rivolgessimo un preghiera speciale per tutte quelle famiglie che si stanno prendendo cura dei propri cari a causa dell’età e della salute. Non è facile star vicino a gente anziana e ammalata, sia a livello fisico, sia a livello psicologico. Occorre tanta forza, tanta pazienza, tanta fede. Ma, come ci ha ricordato la prima lettura, chi onora il padre espia i peccati, 4chi onora sua madre è come chi accumula tesori. 5Chi onora il padre avrà gioia dai propri figli e sarà esaudito nel giorno della sua preghiera. 6Chi glorifica il padre vivrà a lungo… 4L’opera buona verso il padre non sarà dimenticata, otterrà il perdono dei peccati, rinnoverà la tua casa (Siracide).

La famiglia non è importante solo per la nostra fede cristiana; anche la nostra costituzione italiana la tutela e la promuove, ma la politica può e deve fare di più, anche perché un paese di soli anziani non ha futuro… il 2018 è stato l’anno in cui, dall’unità d’Italia, nel nostro Paese si sono fatti meno figli… (a Pianengo i numeri per fortuna sono un po’ diversi, visto che abbiamo avuto 30 nati e 16 morti nel 2019).

E infine, ricordiamoci che non esiste “LA famiglia”. Esistono le famiglie reali, e come cristiani siamo chiamati ad avere rispetto, cura e amore verso ogni tipo di famiglia, che si fondi sull’amore, sull’apertura alla vita e sul grandissimo e prezioso valore della fedeltà a chi si vuole bene. Facendo sì che quei piccoli, magari insufficienti germi di bene presenti in ogni forma di relazione di coppia, affettiva e familiare, possano incontrare la linfa vitale del vangelo di Gesù.

 

NATALE – 2019

Dio parla e ci annuncia il perché è nato.

Sono nato nudo, dice Dio,

perché tu sappia spogliarti di te stesso.

Sono nato povero,

perché tu possa considerarmi l’unica ricchezza.

Sono nato in una stalla

perché tu impari a santificare ogni ambiente.

Sono nato fragile, dice Dio,

perché tu non abbia mai paura di me.

Sono nato per amore,

perché tu non dubiti mai del mio amore.

Sono nato di notte

perché tu creda che posso illuminare qualsiasi realtà.

Sono nato persona, dice Dio,

perché tu non abbia mai a vergognarti di essere te stesso.

Sono nato uomo

perché tu possa essere “dio”.

Sono nato perseguitato

perché tu sappia accettare e superare le difficoltà.

Sono nato nella semplicità

perché tu la smetta di essere complicato.

Sono nato nella tua vita, dice Dio,

per portarti all’incontro con me.

Lambert Noben

In questa notte santa giunga il nostro Buon Natale in modo particolarissimo ai fratelli e alle sorelle che stanno soffrendo per la perdita di una persona cara; che piangono la perdita di un figlio; per una grave malattia in famiglia; per un tradimento, una separazione, un divorzio, una forte incomprensione; per problemi economici; per la perdita del posto di lavoro;

Buon Natale a coloro che sperimentano la precarietà l’insicurezza, in particolare ai fratelli e alle sorelle di Palestina e a tutti i cristiani perseguitati.

Buon Natale a coloro che sentono il peso e la fatica nel costruire il futuro, immaginandosi un avvenire migliore, che non si riesce a intravvedere.

Per noi, per tutti questi fratelli e sorelle, e per coloro che lavorano anche in questa notte per la nostra sicurezza, per la nostra salute, per il bene pubblico;

a tutti auguri di buon Natale, a tutti, in tutto il mondo e per tutti i cuori, arrivi il tenero abbraccio di Gesù Salvatore.

 

IV DOMENICA DI AVVENTO – anno A – 2019

La Parola di Dio di questa quarta ed ultima domenica di Avvento ci presenta un altro personaggio importante, bello e significativo: dopo Isaia e i Profeti, Maria, Giovanni il Battista, incontriamo Giuseppe.

Giuseppe è un uomo che la Bibbia definisce ‘giusto’, cioè onesto, lavoratore, buono e disponibile. Nei vangeli Giuseppe è uno dei pochi personaggi che non parla. Non dice nulla, ma agisce nel silenzio (al fa mia nà la boca ma l’fa na le mà). E’ un uomo schivo e riservato, a cui non piace mettersi in mostra. Proviamo a pensare a cosa significhi per noi questa caratteristica dello sposo di Maria, in un’epoca di social e di visibilità esasperata, dove se non appari non esisti. Giuseppe si fa da parte, affinché emerga Gesù, in tutta la sua bellezza e la sua forza (chi ama veramente non impone se stesso ma agisce in modo che emerga l’altro).

Il vangelo ci ha raccontato il Sogno di Giuseppe. Noi siamo abituati a pensare al Natale come un qualcosa di bello, di sereno, di tranquillo, stile la pubblicità della Barilla di qualche decennio fa: “dove c’è Barilla c’è casa…”… il vangelo che abbiamo appena ascoltato dice tutto il contrario.

Il Natale, per chi lo ha vissuto duemila anni fa, in particolare per Maria ma ancor più per Giuseppe è stato un vero dramma, un tormento, un ingarbugliamento di fatti, di sentimenti, di emozioni, di scelte tutt’altro che semplici. E quando è tutto un gran casino che si fa? Giuseppe si trova di fronte ad un figlio non suo (e a quei tempi, lo sappiamo, non c’era la fecondazione eterologa!). E il dramma è reso ancora più insopportabile perché Giuseppe è straconvinto che Maria non lo abbia tradito. Allora come è possibile tutto questo? Dio parla e annuncia, e Giuseppe risponde: “il bene del bambino è ciò che conta”. Se Dio ha pensato questo per me, per la mia sposa, per la mia famiglia, significa che è anche il mio bene”. Si fida e si affida, come la sua sposa, anche se non capisce tutto e non gli tornano i conti. E rischia, si mette in gioco, ci prova.

Piantiamola di dire, anche come Chiesa, che Giuseppe è il padre “putativo” (adottivo) di Gesù. Giuseppe è stato padre di Gesù (lo dice anche la Bibbia: è Giuseppe che impone il nome al bambino, gesto che suggella la sua paternità!).

Ci si mette un minuto a fare un figlio. Ci si mette una vita invece ad educarlo, ad amarlo, a insegnargli il faticoso mestiere di vivere, stando con lui, sacrificando buona parte del proprio tempo. Il papà è colui che con il suo esempio ti lancia fuori dal mondo, ti mette in carreggiata, ti da il codice della strada e ti insegna a mettere le mani sul volante (ma non ti sostituisce alla guida!)…

Quanto la nostra società ha bisogno di papà così… un figlio: la più grande croce ma anche la più grande gioia, il più grande investimento, il più grande orgoglio, la più grande opera divino-umana che possa venir realizzata.

Giuseppe ci insegna a credere in ciò che è giusto; a portare avanti i nostri sogni; a non aver paura dei sacrifici per veder realizzati i nostri progetti; a non venir meno alla fedeltà alla nostra vocazione. Se ci impegniamo in tutto questo, allora non faremo fatica ad avere un cuore aperto e disponibile per accogliere Gesù nel Natale

Dalla Bibbia, oggi, ci è arrivato questo esempio. Dalla società civile in questi giorni ce ne sono arrivati almeno 32: uomini e donne, giovani e anziani, laici e consacrati, scelti dal Presidente della Repubblica perché si sono distinti per la loro onestà, per la loro capacità di sacrificio, di impegno nel bene pubblico, nella solidarietà e nell’aiuto agli altri, anche attraverso gesti “ordinari” ma che hanno il sapore dello “straordinario”.

Chissà se in questo lungo elenco potremmo esserci anche noi, oppure il nostro nome comparirebbe nel libro degli egoisti, come i cittadini di Betlemme che manco si accorgono della nascita del Figlio di Dio, perché chiusi in loro stessi, a soddisfare i loro bisogni e le loro voglie… perché Natale o è il vangelo che si fa carne in te, oppure è tutta una grande illusione. E (concedetemela) stiamo attenti che di illusioni è lastricato il pavimento dell’inferno…

 

III DOMENICA DI AVVENTO – anno A – 2019

In questa terza domenica di avvento (domenica della gioia) la Parola di Dio ci presenta la bella e significativa figura di Giovanni il Battista: Gesù lo definisce il più grande tra i nati di donna (ma il più piccolo nel regno dei cieli è più grande di lui).

Perché Gesù dice questo? Perché Giovanni fa da cerniera, da ponte tra l’A.T. e il N.T.; con l’ultimo grande profeta si chiude la storia antica della salvezza e Dio inizia a scrivere una pagina nuova, che avrà come protagonista non più un re, un profeta, un sacerdote ma Dio stesso, attraverso la venuta del suo Figlio, nella carne di un bambino.

Giovanni è un uomo tutto d’un pezzo. Le sue caratteristiche dovrebbero diventare anche le nostre:

  • È deciso, determinato: se deve fare una cosa la fa, se deve dire una cosa, non ha peli sulla lingua; se deve portare avanti un progetto, lo porta avanti fino alla fine, al costo di rimetterci la testa.
  • Impegnato;
  • Anche rude, ruvido, poco incline al compromesso;
  • Carismatico, trascinatore;
  • Infine, una caratteristica importante anche per il nostro cammino di avvento: sobrio ed essenziale, che non si perde in mille cose, in mille discorsi; non è disorientato, confuso, in balia degli eventi.

Eppure… Non capisce!

Ai tempi di Giovanni e di Gesù c’era una grande attesa del Messia nel popolo di Israele, ma a Giovanni non tornano i conti. Perché Giovanni ha una certa idea di Messia che non coincide con la rivelazione di Gesù: l’uomo forte al comando, l’uomo che risolve tutti i problemi e lo fa con la violenza, con la prevaricazione e l’imposizione; l’uomo che sbaraglia e vince sui nemici. Ma Dio sta decidendo diversamente: sta scegliendo di diventare bambino.

Per questo chiede a Gesù: “Sei tu il Messia che deve venire oppure dobbiamo aspettarne un altro?” E Gesù che gli dice: “impara e guarda i segni; fatti re magio!” Impara a interpretare i segni dell’amore di Dio perché la vera forza sta nell’amare! Guarda, osserva e ascolta: non essere distratto, non dormire, non appesantirti e non appisolarti!

Siamo chiamati a scoprire le tracce di Dio, le sue orme, se volete, le sue “zampate”. Per fare questo però occorre un cuore vigilante, pronto, attento, curioso.

L’apostolo Giacomo nella seconda lettura ci invita:

  • Sopportate (su-perate) le difficoltà dell’oggi;
  • Smettete di lamentarvi, anche perché sono di più le cose che funzionano di quelle che non funzionano;
  • Siate e constanti e perseveranti: costanza e perseveranza, due grandi segni di maturità e di amore.

Nella fede; nella preghiera; nella carità; nel ringraziamento Dio, “misericordioso e pietoso, lento all’ira e grande nell’amore, che non ci tratta secondo i nostri peccati; non ci ripaga secondo le nostre colpe”, ma ci vuole bene, solo perché siamo suoi figli.

 

IMMACOLATA – 2019

Cari fratelli sorelle, celebriamo la solennità dell’Immacolata concezione di Maria, una delle feste più care e più sentite della fede cattolica, legate alla Madonna.

In questo giorno la liturgia ci ricorda che Maria di Nazareth, scelta da Dio per diventare madre del suo Figlio, è stata preservata dal peccato originale (da ogni contagio di male).

Il dogma (la verità di fede) dell’Immacolata parla di un singolare privilegio che Dio avrebbe concesso a Maria. Qui dobbiamo capire bene, altrimenti facciamo diventare la Madonna una superdonna, una diva, una star, una privilegiata e dunque un esempio non raggiungibile e non imitabile.

Prima sottolineatura: Maria è stata una ragazza normale, scelta dal popolo, che ha saputo creare le condizioni affinché avvenisse l’incontro con Dio. E quali sono state queste condizioni? Maria era una ragazza che pregava; una che sapeva fare silenzio, una che sapeva riflettere sui fatti che le succedevano; infine una ragazza aperta, non rigida (direbbe papa Francesco), aperta alle sorprese, all’imprevedibile, allo sconvolgente.

E così accade: Maria viene chiamata da Dio a diventare madre di Gesù: riconosce l’amore di Dio per lei (ti saluto, riempita dell’amore del Signore), si fida, chiede chiarimenti e spiegazioni perché non va in automatico (vuole sapere, vuole conoscere, vuole essere coinvolta in qualcosa che ha a che fare con la sua vita), si affida, dice il suo “Sì”, “ci sto”, “per me va bene”, all’opera che Dio vuole costruire attraverso di Lei.

Maria non è stata scelta e non è diventata Madre di Gesù perché una mattina Dio si è svegliato e ha detto: “prendiamo una ragazza e facciamola diventare madre di mio Figlio”. Maria è diventata Madre di Dio perché ha conosciuto e creduto alla promessa di Dio! Come ogni mamma: non diventi madre prima di tutto a livello biologico; diventi madre quando decidi di accogliere il figlio che porti in grembo come un dono! E ti stupisci, ti meravigli, ringrazi…

Niente privilegi, Maria ha fatto la sua gavetta, il suo tirocinio.  Tutta la sua vita è stata un lungo, impegnativo e sofferto apprendistato per imparare a fare la volontà di Dio. Quell’”Eccomi” lo ha ripetuto un sacco di volte, fin sotto la croce. Un “Eccomi” che anche noi siamo chiamati a rinnovare ogni giorno, per attendere Colui che sta per venire.

Maria nel natale partorisce il Figlio di Dio. Anche noi siamo chiamati a partorire Gesù, già dicevano i padri della Chiesa, utilizzando questa immagine forse un po’ azzardata (ma non troppo). Dio ci chiama fa far nascere suo Figlio in noi, a portarlo nel cuore, nella vita, affinché tutti coloro che ci stanno vicino possano essere illuminati dalla Luce che non tramonta: «Io sono la luce del mondo; chi segue me, non camminerà nelle tenebre, ma avrà la luce della vita» (Gv 8,12)Così sia.

 

I DOMENICA DI AVVENTO – anno A – 2019

Iniziamo questo tempo liturgico, chiamato anche “tempo forte” che la liturgia della Chiesa ci regala per entrare con profondità in uno dei due misteri della vita di Gesù, che sono le due colonne che sorreggono l’architrave della nostra fede: il mistero dell’incarnazione del Figlio di Dio e la sua risurrezione.

Di per sé la venuta che ricordiamo durante il tempo dell’avvento (il termine ha proprio questo significato) si esprime in una triplice modalità: come cristiani facciamo memoria della venuta storica di Cristo (la venuta nella carne); l’ultima venuta (escatologica), quella alla fine dei tempi, e quella che sta in mezzo, cosiddetta spirituale, che fa diventare Gesù l’Emmanuele, il Dio-con-noi, un Dio che ci viene a far visita oggi, non ieri, non domani, l’oggi della nostra vita; l’oggi delle nostre deboli certezze, l’oggi delle nostre insicurezze, delle nostre fragilità, dei nostri limiti e dei nostri fallimenti; l’oggi del nostro sorridere e del nostro piangere; l’oggi del nostro stare e del nostro viaggiare; l’oggi del nostro fare, agire, desiderare; l’oggi del nostro amare e del nostro odiare.

Già i padri della Chiesa raccontavano di questa triplice venuta di Cristo: ascoltiamo un brano tratto dal terzo Sermone “De Adventu” di Pietro di Blois (1203):

La prima Venuta fu dunque umile e nascosta, la seconda è misteriosa e piena d’amore, la terza sarà risplendente e terribile. Nella sua prima Venuta, Cristo è stato giudicato dagli uomini con ingiustizia; nella seconda, ci rende giusti mediante la sua grazia; nella terza, giudicherà tutte le cose con equità e misericordia: Agnello nella prima Venuta, Leone nell’Ultima, Amico pieno di tenerezza nella seconda”.

Soffermiamoci ora sul verbo di questa prima domenica di Avvento: vegliare!

Veglia la sentinella, che prima degli altri, scorge l’alba all’orizzonte, oppure il nemico che sta arrivando per attaccare il castello o il fortino, oppure il campo dell’esercito avversario.

Ma per vegliare la sentinella deve farsi un sacco di scale, per arrivare alla torre o comunque al punto più alto, per poter vedere ciò che gli altri non vedono. Fuori dall’immagine, per stare svegli, per stare pronti a Colui che deve venire, occorre prepararsi, occorre impegnarsi, occorre fare la nostra parte. Dio la sua la fa. Ed è certo perché è fedele a quello che promette. Sta a noi, alla nostra libertà fare l’altro tratto di strada, affinché possa avvenire l’incontro.

Quanta gente, sotto Natale, arriva alla confessione e confessa: non sento niente; per me non è Natale… un conto è la fatica a viverlo; un conto è non provare nulla… la domanda che viene spontanea è: ti sei preparato, ti sei avvicinato, hai vegliato?

Come allora vegliare? Con quali modalità, con quali strumenti?

La Chiesa, nel corso dei secoli, ne ha proposti tre, antichi, ma sempre nuovi:

  • La preghiera, l’ascolto della Parola di Dio, la riflessione, il silenzio, lo sguardo attento e profondo sul mondo…;
  • I sacramenti (segni dell’amore di Dio per noi), in particolare l’Eucarestia e la confessione;
  • I gesti di carità e di rinuncia (i cosiddetti digiuni), per aiutare chi ha meno di noi, e per ritrovare quella sobrietà di vita che ci aiuta a capire cosa conta veramente e cosa invece è superfluo o addirittura dannoso per noi e per chi ci sta vicino.

Buon cammino di avvento, incontro al Signore che viene!