RUBRICA CINEMATOGRAFICA

BIBBIA

IL QUARTO RE – Italia, Germania 1998 – Drammatico – 90 min. 

Alazhar è un contadino appassionato apicoltore si trova suo malgrado ad essere coinvolto nel viaggio che i Tre Re Magi hanno intrapreso lasciando la loro terra per celebrare l’avvento del Salvatore. È un viaggio che nasconde insidie, pericoli e trappole ma alla fine si rivela essere una meravigliosa scoperta del senso della vita. Alazhar lascia la sua casa da ragazzo e vi ritorna come un uomo che ha saputo trarre esperienza e insegnamento da quello che ha visto. Il rapporto con i suoi compagni di viaggio non è facile, i tre Re sanno che non riusciranno mai a raggiungere la meta senza l’aiuto di quel giovane contadino e delle sue api, che miracolosamente si trasformano nella coda della cometa che indicherà loro la strada. Ma il pensiero di Alazhar è sempre rivolto alla sua amatissima moglie Izhira prossima a dare alla luce il loro primogenito. Non sopportando il distacco egli cerca continuamente di riprendere la via del ritorno, costringendo i tre Re a fare ricorso alle loro arti magiche.

 

VOCAZIONE SACERDOTALE

DON BOSCO, Italia 2005, con Flavio Insinna, Drammatico – 200 min. 

Locandina Don Bosco

Tutte le fasi salienti della vita di Don Bosco, dalle umili origini alla scelta del sacerdozio, dall’impatto con la realtà senza speranza dei ragazzi affamati, sbandati e prossimi a delinquere, alla decisione di prodigarsi con tutte le forze per aiutarli, dalla creazione del primo Oratorio alla realizzazione della casa-madre della congregazione religiosa dei Salesiani, dalle accuse di sovversione e dai contrasti con l’aristocrazia e con la Chiesa ufficiale al benevolo interessamento di papa Pio IX.

 

GIOVANNI PAOLO II – Italia, USA, Polonia 2005 – Biografico-Drammatico, 193 min. 

Giovanni Paolo II

Dopo la prematura scomparsa della madre, Karol Wojtyla viene allevato dal padre nella Polonia della prima metà del XX secolo. Studente brillante e trascinatore, fin da giovane sogna di diventare un attore di teatro. Quando nel 1939 cala sulla sua patria l’invasione nazista, insieme ai suoi amici si oppone clandestinamente alla sistematica persecuzione della cultura polacca. Ma è un evento luttuoso a dare una nuova forma alla “resistenza” di Karol: la morte del padre, accompagnata dall’esperienza di una lacerante solitudine, gli rendono chiara la vocazione sacerdotale. Con la fine della guerra, la Polonia cade nella morsa del nuovo totalitarismo sovietico. Indossata la tonaca, Karol educa incessantemente i giovani, di cui si circonda, alla salvaguardia e alla difesa della dignità dell’uomo fondata in Cristo. Una minaccia profonda per il regime. Eppure le autorità comuniste vedono in lui solo un innocuo intellettuale e finiscono per favorirne la nomina a vescovo: il più giovane nella storia della Polonia. Divenuto poi cardinale, Karol si fa più intransigente nella guida spirituale della sua patria, fino a divenire una vera spina nel fianco del governo comunista e un punto di riferimento assoluto per la sua gente. L’intero mondo cattolico comincia ad accorgersi di lui.

Nel 1978, dopo la morte di Giovanni Paolo I, i cardinali elettori riconoscono proprio in Wojtyla l’uomo giusto per traghettare la Chiesa verso il nuovo millennio: Karol abbandona l’ amata Polonia per divenire Giovanni Paolo II. I suoi atteggiamenti liberi e fuori dagli schemi mettono in allarme più di un prelato, ma conquistano da subito il cuore della gente. In un’epoca paralizzata dalla paura e dall’ideologia, il nuovo Papa ripropone a tutti il fascino dirompente del cristianesimo: è la radice di un cambiamento profondo, destinato a investire il mondo, e la stessa Chiesa, come una sorta di contagio. Nemmeno l’attentato subito nel 1981, a cui Wojtyla sopravvive miracolosamente, riesce ad arginare i confini della sua missione. Con una tenacia irriducibile Giovanni Paolo II contribuisce a cambiare il corso stesso della Storia: nel 1989 la caduta del muro di Berlino sancisce la fine del comunismo.
Negli anni seguenti, però, si apre per Papa Wojtyla un periodo di sofferenza fisica e morale; da un lato, il sopraggiungere dell’infermità fisica e del Parkinson ostacolano i suoi viaggi e il compimento della sua missione apostolica, dall’altro i continui richiami alla pace e alla difesa della dignità umana vengono disillusi da una serie di guerre e conflitti internazionali.
Ciononostante, Papa Wojtyla continua a essere un instancabile testimone di fede e di speranza: con il Giubileo del 2000 adempie alla promessa di condurre la Chiesa nel Nuovo Millennio, con la visita in Israele cerca di sanare la spaccatura creatasi tra il mondo ebraico e cristiano, con la decisione di non nascondere la sua debolezza fisica conquista il mondo con la volontà ferma di non scendere dalla Croce, così come Cristo ha fatto. Il giorno della sua morte, avvenuta il primo sabato dopo la Pasqua del 2005, una folla di fedeli si raduna sotto la sua finestra, per stargli vicino: Giovanni Paolo II per primo li ha cercati, ed ora sono loro a venire da lui.

 

GIOVANNI PAOLO II – LA STORIA DI KAROL VOJTYLA – RAI, La grande storia 2011, documentario.

 

NON AVERE PAURA – UN’AMICIZIA CON PAPA VOJTYLA – Italia 2014, Biografico – 100 min. 

Nel 1981 la famiglia del maestro di sci e provetto alpinista Lino Zani, che gestisce un rifugio alpino nell’Adamello, riceve la visita inattesa di papa Giovanni Paolo II, che arriva in compagnia dell’amico e Presidente della Repubblica Sandro Pertini. Nonostante dovesse rimanere segrete e privata, la visita diventa presto un’occasione di incontro tra i due grandi uomini e la gente del luogo e il giovane Lino viene scelto per accompagnare il papa nelle discese che tanto ama, segnando la nascita di un’amicizia che accompagnerà i due uomini per il resto della vita.

 

KAROL, UN UOMO DIVENTATO PAPA, Italia 2005, Biografico, 180 min.

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La prima puntata ha inizio nel settembre 1939 a Cracovia dove Karol, mentre fa l’operaio alla Solvay, studia filologia e filosofia all’Università, scrive testi teatrali e recita. Già orfano di madre dall’età di otto anni, perde anche il padre nell’invasione della Polonia ad opera dell’esercito tedesco. L’occupazione gli mostra senza appello tutto il male contenuto nell’ideologia nazista. Vede deportare gli amici ebrei e i compagni della Resistenza morire nell’estremo sacrificio per la patria. Il suo amico sacerdote Tomasz viene fatto giustiziare dallo psicopatico governatore tedesco Hans Frank. Scosso da tutta questa sofferenza Karol, a poco più di vent’anni decide di cambiare la propria strada e abbracciare il sacerdozio, nonostante le resistenze dell’amica Hania. Nella seconda parte del film, si assiste al cammino sacerdotale di Wojtyla. Giovane parroco nella nativa Cracovia (di cui poi diventerà Vescovo ausiliario, Arcivescovo e Cardinale), si deve confrontare con il regime comunista, ingaggiando una battaglia per la libertà con il funzionario dei servizi segreti Kordek. Convinto del diritto assoluto di ogni essere umano alla libertà di idee e di religione, si schiera dalla parte degli operai, al fianco dell’amico Nowak. Il film si si chiude con l’elezione di Karol al soglio pontificio e con le immagini di repertorio del suo primo discorso promunciato a piazza San Pietro. La voce fuori campo ammonisce: “Non abbiate paura…”

 

KAROL, UN PAPA RIMASTO UOMO, Italia 2005, Biografico, 200 min.

Dopo l’elezione avvenuta il 22 ottobre 1978, Giovanni Paolo II inizia il pontificato che lo vedrà per 25 anni impegnato su vari fronti religiosi, sociali e politici. Lo attenderanno le lotte contro gli idealismi del socialismo, l’attentato subito per mano di Alì Agca, le giornate mondiali della gioventù, i numerosi viaggi per il mondo, l’amicizia con Madre Teresa di Calcutta, il Giubileo del 2000 e le preoccupazioni per la pace dopo l’attentato alle Torri Gemelle del 2000.

 

VOCAZIONE ALLA VITA CONSACRATA

ANTONIO – Italia 2006, Biografico – 110 min. 

Locandina Antonio, guerriero di Dio

 

1263. Un frate, di fronte a ciò che resta del corpo di Sant’Antonio, inizia a raccontare la sua storia. La storia del santo comincia dal suo arrivo in Italia dal Portogallo a bordo di una nave che trasporta un tesoro. La figura di Antonio, che prima di tutto era un uomo, si lega a quella di numerosi personaggi che incontra lungo il suo cammino.

Diretto con piglio sicuro dall’esordiente Antonello Belluco, Antonio guerriero di Dio, porta per la prima volta sul grande schermo la figura di Sant’Antonio da Padova, una delle figure più importanti e discusse della storia della cristianità. Nonostante la biografia del Santo sia circoscritta agli ultimi anni della sua vita e alcuni elementi della trattazione siano dichiaratamente inventati, piace l’approccio scelto dal regista per raccontare la sua storia: invece di cedere alla facile tentazione di spettacolarizzare la figura di Sant’Antonio, proponendolo come mero “miracle maker”, con tutto quello che avrebbe potuto conseguirne, il regista sceglie di focalizzare l’attenzione sull’umanità, i sentimenti, le paure e le emozioni provate dal protagonista che appare così fragile, tormentato e realistico. Stilisticamente pregevole e tecnicamente ineccepibile, il film è graziato dalla stupefacente performance del protagonista che incarna alla perfezione la spiritualità ed il misticismo che aleggia attorno alla figura del Santo.

 

FRANCESCO, di Liliana Cavani – Germania-Italia 1988 – Biografico-Drammatico, 158 min.

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Alcuni anni dopo la morte di Francesco di Assisi, si riuniscono in cima ad un poggio Chiara e cinque ex-fratelli del Santo, tra i primissimi. A turno essi ricordano episodi e momenti della vita di quell’essere straordinario, che sconvolse le loro esistenze, attirandoli con parole e con esempi di amore e di pace, in linea con il Vangelo. Leone annota sul suo quaderno spunti e ricordi toccanti; gli altri (Pietro Cattani che sapeva di legge, Bernardo, già notaio del padre del Santo, Angelo ex-uomo d’armi e Rufino) lo aiutano nel redigere il suo memoriale. Rivivono così le antiche dissipazioni del giovane rampollo del ricco mercante Pietro Bernardone; la sua vicenda di prigioniero (dopo la guerra con Perugia, un anno nelle fosche prigioni); la sua incredibile rinuncia a tutti i beni di famiglia per andare con i poveri e i lebbrosi. Rivivono anche i primi passi di Francesco dopo il gesto scandaloso; l’arrivo dei primissimi fratelli, pronti a seguirlo in una vita miserabile ed eroica, piena di rinunce ed umiliazioni ma anche di gioie ineffabili; il restauro della chiesetta di San Damiano; gli innumerevoli ostacoli da superare per sopravvivere; l’incontro con Chiara (la cugina di Rufino) fuggita da Assisi per aggregarsi alla comunità. Ottenuta in seguito, con l’appoggio del Cardinale Ugolino, l’approvazione di Papa Innocenzo III – confermata, dopo la di lui morte a Perugia, dal successore Onorio III, affinchè i fraticelli avessero una Regola – comincia per il Santo l’ultima parte della sua vita, forse la più dura e tormentata: la netta percezione dei pericoli cui può andare incontro la purezza ed unità della giovane comunità, per l’affluire da molti Paesi d’Europa di giovani entusiasti, ma anche meno semplici e meno docili ed il profilarsi di divisioni all’interno stesso del nuovo Ordine. Di salute precaria, torturato nell’animo, Francesco cede il posto al fido Pietro e si rifugia con fra Leone – che lui chiama “pecorella di Dio” – sulle montagne, per meditare e pregare Dio, il quale non sembra rispondere alle sue grida angosciate. Ma così non sarà: le stigmate alle mani, ai piedi ed al costato suggelleranno nel sangue la pietà e l’amore divini per quell’uomo malato e disperato, che chiuderà presto gli occhi nella dolce terra umbra tanto amata.

 

FRANCESCO, di Liliana Cavani, Italia 2014, Biografico, 200 min. 

Francesco, dopo aver provato in gioventù la strada della guerra e dell’avventura, viene chiamato da Dio ad assolvere un incarico inaspettato ma esaltante, fatto di prove difficili ma di una straordinaria bellezza umana. Le sue scelte iniziali spesso contraddittorie e confuse, lo mettono fin da subito in rotta di collisione con il padre, un ricco commerciante di stoffe e un “prestasoldi” che ha nei confronti del figlio progetti grandiosi che restano delusi. Francesco desidera un altro padre, quello di tutte le creature.

 

CHIARA E FRANCESCO – Italia 2007 – Drammatico, 2×100 min.

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Chiara e Francesco, come già il titolo rivela, è un progetto che ha l’ambizione di raccontare per la prima volta la storia sia di San Francesco che di Santa Chiara. Il racconto in parallelo dei loro percorsi spirituali mette in luce il prodigioso avvenimento della nascita di due vite straordinarie, che hanno cambiato la storia della Chiesa partendo dallo stesso piccolo paesino dell’Umbria.
Naturalmente, proprio per la loro contemporaneità, non si può pensare che la precoce santità di Chiara non abbia influito su Francesco e, viceversa, che la coraggiosa scelta di Francesco non abbia segnato la scelta vocazionale di Chiara. Per questo il racconto procede nell’alternanza tra le due vite, mostrando come Chiara e Francesco nei diversi momenti della loro vita abbiano contribuito ciascuno alla santità dell’altro, in un legame tutto incentrato nell’amore di Cristo. Lo spessore e il rilievo attribuito in questa miniserie alla figura di Chiara sono, dunque, assolutamente innovativi.
La Lux Vide si è avvalsa della preziosa collaborazione delle Clarisse che hanno assistito gli autori dal loro protomonastero di Assisi, guidandoli nel restituire nel modo più autentico possibile la figura e lo spirito di Santa Chiara.
Per quanto riguarda la figura di Francesco, è evidente che mai come in questi tempi il suo messaggio evangelico risulti attuale: l’attenzione agli ultimi, ai poveri e ai malati tocca da vicino il cuore di ognuno di noi. Anche in questo caso gli autori hanno goduto della consulenza di autorevoli esponenti dell’Ordine Francescano, affinché venisse restituito al pubblico il più autentico profilo storico e spirituale del santo di Assisi.

 

LA SETTIMA STANZA – Italia, Francia, Polonia, Ungheria 1995, Biografico – 110 min.

Locandina La settima stanza

A Breslavia nel 1922, la brillante allieva del filosofo Husserl, la docente di filosofia Edith Stein, appena battezzata con il nome di Theresia Hedwig, deve affrontare le rimostranze della madre Auguste, che l’accusa di aver tradito la religione ebraica. Agli inizi degli anni ’30, durante una conferenza a Munster, viene attaccata dal professore Franz Heller, ex collega di studi e innamorato respinto, che l’accusa di opportunismo. Intanto il nazismo dilaga ed Edith viene sospesa dall’insegnamento. Heller, entrato nelle file naziste, la consiglia di espatriare. Le sorelle Elsa ed Erna con le famiglie sono in procinto di emigrare negli Stati Uniti: a sorpresa, Edith annuncia la decisione di farsi carmelitana. La famiglia è costernata: la madre la scaccia. Dopo un duro noviziato, durante il quale consiglia alla compagna Greta di seguire la sua vocazione alla maternità, Edith prende i voti ai quali assiste anche Hans, suo vecchio innamorato. Poi la sorella Rosa porta brutte notizie della madre, che muore senza vederla. Le elezioni sono un pretesto per Franz per rivedere Edith, millantare i successi del nazismo e rinnovarle l’invito ad espatriare. Dopo la tragica “Notte dei cristalli”, nel 1938 Edith e Rosa si trasferiscono in Olanda, ma l’espansione nazista fa sì che le due donne vengano arrestate e caricate su un vagone, dove si prodigano per consolare i bambini deportati. Poi un ultimo incontro con Franz che l’accusa di superbia ed a cui Edith chiede perdono, sentendosi vicina alla morte (che la coglierà nel campo di concentramento di Auschwitz, dove si offre al posto di una bambina evitandole la camera a gas).

 

MADRE TERESA – Italia, GB 1997 – Biografico – 90 min. 

In un convento cattolico della Calcutta del dopoguerra, madre Teresa, una suora di trentasei anni di origine albanese, fa l’istitutrice di alcuni ragazzi borghesi. Sono i mesi turbolenti dell’indipendenza dal dominio inglese e dei feroci scontri tra indù e musulmani. Quando il convento si trova a corto di viveri, con una consorella esce in cerca di cibo e qui viene a contatto con la terribile realtà dei poverissimi che muoiono di fame per strada. Rientrata nelle mura del convento, madre Teresa non è più la stessa. Lascia l’ordine di appartenenza e ne fonda un altro: le Missionarie della Carità. È l’inizio di una vita interamente dedicata agli ultimi della Terra culminata con il premio Nobel per la pace e la morte in odore di santità.

 

MADRE TERESA – Spagna, GB, Italia 2003 – Biografico – 180 min.

Le tappe fondamentali della vicenda di Madre Teresa, dalla sua infanzia nell’Albania negli anni 20 alla sua prima chiamata, dalla successiva scelta di stare vicino ai più poveri dei poveri alle peripezie per riuscire a fondare la congregazione delle Missionarie della Carità, fino poi al duro ed estenuante lavoro insieme alle consorelle a Calcutta prima e nel resto del mondo poi.

 

THE LETTERS – USA 2015 – Drammatico – 114 min. 

Locandina The Letters

Padre Praagh, un sacerdote cattolico, studia la straordinaria vita di madre Teresa di Calcutta durante le ricerche per il processo di santificazione. Si confronta con padre Celeste Van Exem (Max von Sydow), consigliere spirituale di madre Teresa. Padre Celeste gli mostra le lettere ricevute dalla donna in quarant’anni di amicizia: le parole di madre Teresa portano i due religiosi a rivivere le sue lotte contro la povertà, la mancanza di sostegno delle consorelle del convento, la sua crisi depressiva, il suo senso continuo di abbandono e la sua incapacità di ottenere attenzione dalla Santa Sede.

 

IL GRANDE SILENZIO – Germania 2005 – Documentario – 162 min. 

Locandina Il grande silenzio

In un tempo di cinema chiassosamente sonoro, che tutto riempie e trabocca, diventa necessario sperimentare il silenzio. Quello grande e silente “registrato” nel monastero certosino de La Grande Chartreuse, situato sulle montagne vicine a Grenoble. A salire sulle Alpi francesi con la macchina da presa è stato il regista tedesco Philip Gröning, che per diciannove anni ha cullato il desiderio di realizzare un documentario sulla vita dei monaci e sul tempo: quello della preghiera e quello del cinema. Perché quel tempo potesse scorrere sulla pellicola, il regista ha condiviso coi monaci quattro mesi della sua vita: partecipando alle meditazioni, alle messe, alle lodi, ai vespri, alla compieta (l’ultima delle ore canoniche), ritirandosi in una cella in attesa di ripetere nuovamente l’ufficio delle letture.

Il suo film, apparentemente immobile e privo di uno sviluppo narrativo, trova invece un suo modo straordinario di procedere inserendo un dialogo muto tra l’uomo e la natura, scandito fuori dal monastero dalle stagioni e dentro le mura, vecchie di quattro secoli, dalla rigorosa liturgia dei monaci. Separati materialmente dal mondo mantengono con esso una solidarietà espressa attraverso un’incessante preghiera. La vita eremitica e contemplativa viene filmata e riproposta allo spettatore nelle sue ricorrenze quotidiane, inalterabili e puntuali, interrotte soltanto da un imprevisto “drammaturgico”: l’arrivo di un novizio al convento. L’equilibrio della comunità monastica è ricomposto poco dopo con l’ammissione del giovane uomo nell’ordine, attraverso suggestive cerimonie di iniziazione in lingua latina. La partecipazione dello spettatore alla vita del monastero è affidata unicamente alle immagini, che non si aggrappano quasi mai a un suono, a una voce esplicativa fuori campo, a una musica applicata alla pellicola, a una parola, se non a quella di Dio. I salmi e le preghiere, sgranate come un rosario e costantemente ripetute, sono l’unico linguaggio concesso, lo strumento verbale alto per pensare il divino, per comunicare con Lui.

Il regista “officia” la sua funzione lasciando libero lo spettatore e la sua percezione di cogliere nel montaggio i commenti impliciti, nel silenzio i suoni compresi. Perché il suo documentario diventi un’autentica esperienza ascetica, Gröning lo costruisce come fosse un mantra, mettendo la grammatica del cinema al servizio del linguaggio dello spirito. Se la comprensione dell’Assoluto passa attraverso la reiterazione della preghiera, il cinema che la fissa dovrà a sua volta replicare il suo linguaggio, quello della ripresa. E allora si ribadisce quell’inquadratura, quel primissimo piano, quel campo medio o lunghissimo, si insiste sulle identiche didascalie di raccordo perché il pubblico stabilizzi la mente e lo sguardo su un’idea. La lunghezza della pellicola, che ha impaurito i più o peggio li ha spazientiti, è al contrario funzionale all’esperienza contemplativa che il regista ha voluto raccontare. La sua visione disciplina la mente inducendola, e non poteva essere altrimenti, a chiarire e a purificare il pensiero.

 

UOMINI DI DIO – Francia 2010 – Drammatico – 120 min. 

Locandina Uomini di Dio

1996. Algeria. Una comunità di monaci benedettini opera in un piccolo monastero in favore della popolazione locale aderendo all’antica regola dell'”Ora et Labora”. Il rispetto reciproco tra loro, che prestano anche assistenza medica, e la popolazione locale di fede musulmana è palpabile. Fino a quando la minaccia del terrorismo fondamentalista comincia a farsi pressante. Christian, l’abate eletto dalla comunità, decide di rifiutare la presenza dell’esercito a difesa del monastero non senza trovare qualche voce discorde tra i confratelli. Una notte un gruppo armato fa irruzione nel convento chiedendo che si vada ad assistere due terroristi feriti. Dinanzi al diniego vengono chieste medicine che vengono rifiutate perché scarse e necessarie per l’assistenza ai più deboli. Il gruppo abbandona il convento ma da quel momento il rischio per i monaci si fa evidente.

Xavier Beauvois porta sullo schermo il sacrificio di sette monaci francesi che nel marzo 1996 vennero sequestrati da un gruppo armato della Jihad islamica e le cui teste vennero ritrovate il 30 maggio di quello stesso anno. Documenti ritrovati di recente coinvolgono le forze armate algerine nel tragico esito finale del sequestro.

Il film riesce a far emergere al contempo le singole individualità così come la tenuta complessiva di un gruppo animato da una fede che non si trasforma in esclusione ma che vuole, fino all’ultimo, tradursi in atti di condivisione sia all’interno che all’esterno. In un mondo distratto dal succedersi di eccidi e manipolato da una propaganda che vuole assimilare Islam e terrorismo fondamentalista, ricordare questo sacrificio non significa riaccendere la polemica ma piuttosto il contrario. Uomini e divinità possono incontrarsi, conoscersi e rispettarsi a vicenda. Nonostante tutto.

 

VOCAZIONE ALLA VITA LAICALE (SERVIZIO)

GIUSEPPE MOSCATI, Italia 2007 – Drammatico – due episodi

Locandina Giuseppe Moscati

Giudicata miglior miniserie al Roma Fiction Festival 2007, la doppia puntata di Giuseppe Moscati si apre su Napoli agli esordi del Novecento, dove il giovane protagonista, appassionatosi alla medicina in seguito alla morte del fratello, supera il concorso per un posto all’Ospedale degli Incurabili dimostrando eccezionali capacità diagnostiche. Ma ciò che si rivela presto fuori dal comune, nella vita e nella carriera di Moscati, è l’attenzione per l’anima dei pazienti di cui cura i corpi e la grande spinta alla carità che lo porterà ad aprire le porte di casa ai poveri e ad aiutarli di tasca propria. Lo straordinario, dunque, nella vita – anche televisiva – di Moscati, va cercato nelle scelte dell’ordinario, del quotidiano, sempre improntante a preferire l’umiltà e il sacrificio, fino all’offerta completa di sé.

Il “film” (così lo annunciano i titoli di testa) di Giacomo Campiotti mette in luce, in particolare, la rinuncia all’amore della bella Elena (Kasia Smutniak), la nobildonna che Giuseppe fu sul punto di sposare, ma anche il rifiuto di una prestigiosa cattedra universitaria, motivato dalla volontà di restare fino all’ultimo in ospedale, a diretto contatto con i bisognosi.
La sceneggiatura si costruisce lungo i lati di un quadrato, ai vertici del quale stanno Moscati e l’amico di gioventù Giorgio Piromallo, da un lato, e la principessa Elena e la popolana Cloe, dall’altro. Il termometro insindacabile della classe sociale riequilibrerà i fattori in una sorta di scambio di coppie, non dettato dalla passione bensì dall’interesse.
Gli scenari fastosi della Napoli aristocratica e gli antri dickensiani dei quartieri spagnoli suppliscono in spettacolo e movimento alla difficoltà di drammatizzare una vita di scelte giuste, che non conosce l’errore e finisce (prematuramente) in gloria. Eppure, quest’ennesima e certamente non ultima biografia di un santo, sfugge alla retorica grazie all’interpretazione sentita e coinvolta di Giuseppe Fiorello nei panni del protagonista.
Nel miracolo finale, che chiude la miniserie delegando ad una didascalia la notizia della santificazione, si racchiude un altro frammento di cinema e la sintesi di una vita dedicata all’affetto più sincero, per chi era lontano ma anche più vicino.

 

VOCAZIONE MATRIMONIALE

CASOMAI – Italia 2002 – Commedia – 90 min. 

Locandina Casomai

Tommaso conosce Stefania. Si piacciono, si innamorano, si sposano. Nasce anche un bambino. Tutto è cominciato benissimo, si è evoluto bene, poi discretamente, piano piano fino alla crisi. Sembrava impossibile, eppure l’amore, che sembrava davvero solido, forse si è sfaldato, addirittura trasformandosi in livore. Chissà se si è ancora in tempo a provvedere.

 

CUORI DI VETRO – USA 2009 – Drammatico – 99 min. 

Locandina Cuori di vetro

Dave e Clarice sono una coppia afroamericana di Los Angeles. Il pastore che celebra le loro nozze li invita a sentirsi sempre uniti al Signore per poter superare i momenti difficile che inevitabilenmte arriveranno. In effetti le cose prendono subito una piega indesiderata: Dave deve rinunciare, dopo un incidente, a una promettente carriera di giocatore di baseball e per vivere si accontenta di allenare squadre di giovani promesse; al contrario Clarice si sta affermando nel mondo delle vendite immobiliari e per questo ritiene che non sia ancora il momento di avere figli. La situazione peggiora quando, a causa di un incidente, Clarice resta a lungo con una gamba immobilizzata e decide di chiamare in casa sua madre, che non ha mai visto di buon occhio Dave. Dave si sente continuamente umiliato dalle due donne, prova attrazione per con un’altra donna e il rapporto con la moglie sta precipitando…

Film in cui la riflessione prende le mosse da una cerimonia religiosa: le nozze. Il regista racconta con una buona capacità di indagine psicologica le problematiche che una coppia (inizialmente bene assortita) può individuare sul proprio percorso. Se si esclude il ‘coro’ degli amici che talvolta diventa quasi pretestuoso quando il film si concentra sulla coppia riesce a trovare accenti di verosimiglianza efficaci senza scadere nel romanticismo di appendice da una parte e nel dramma casalingo dall’altra. La cartina di tornasole è costituita dalla figura della madre di Clarice. Avrebbe potuto trasformarsi nella suocera da iconografia ormai logora. È invece tratteggiata come una personalità forte (e quindi naturalmente invadente) come d’altronde lo è la figlia. Sa però anche riconoscere a un certo punto i meriti del genero salvo poi, alla prima contrarietà, schierarsi di nuovo con Clarice. La stessa sottolineatura della sensazione di inferiorità provata da Dave nei confronti della moglie in carriera potrà essere non politically correct ma trova riscontro nella psicologia di più di un appartenente al sesso maschile.

 

FIREPROOF – USA 2008 – Drammatico – 122 min. 

Caleb Holt è un valoroso capitano dei vigili del fuoco. Mentre al lavoro – dove non dimostra alcuna paura o insicurezza – tutto procede per il meglio, a casa la situazione è molto diversa. Il matrimonio con la moglie Catherine, dopo sette anni, è in piena crisi e i due stanno valutando l’ipotesi di separarsi quando John, il padre di Caleb, propone al figlio di prendere parte a uno speciale programma di 40 giorni che li aiuti, ritrovando la fede in Dio, a recuperare il loro rapporto. Prima di potervi aderire, però, Caleb deve vincere le titubanze di Catherine, scettica sui possibili risultati.

Al lavoro, all’interno di edifici in fiamme, il Capitano Caleb Holt si comporta secondo la regola dei vecchi pompieri: “Mai lasciare indietro il proprio compagno”. Ma a casa, nel freddo fuocherello del suo matrimonio, vive secondo le proprie regole. Fin da piccola, Catherine Holt aveva sempre sognato di sposare un amorevole, coraggioso pompiere… proprio come suo padre. Ora, dopo sette anni di matrimonio, Cathrine si scopre non essere più una buona moglie per suo marito. Discussioni animate riguardo al lavoro, la gestione delle finanze, i lavori di casa e interessi extra coniugali stanno facendo scoppiare delle scintille. Proprio mentre la coppia avvia la procedura per il divorzio, il padre di Caleb sfida suo figlio proponendogli un esperimento di 40 giorni: “La sfida dell’amore”. Sperando che ne valga la pena, Caleb accetta perché è il padre a chiederglielo piuttosto che per salvare il suo matrimonio. Quando Caleb scopre che le sfide giornaliere sono vicine alla fede dei genitori, il suo già debole interesse per la cosa va ancora di più scemando. Mentre tenta di far fede alla sua promessa, Caleb diventa sempre più frustrato. Infine chiede al padre: “Come posso dimostrare amore a qualcuno che costantemente mi rigetta?” Quando suo padre spiega che quello è l’amore che Cristo ha dimostrato a noi, Caleb subisce un cambiamento che gli fa prendere un impegno serio con Dio. E con l’aiuto di Dio comincia a comprendere cosa significa amare veramente sua moglie. Sarà troppo tardi per salvare il suo matrimonio? Il suo lavoro è sempre stato quello di salvare gli altri, ma ora Caleb è pronto ad affrontare il lavoro più duro… riscattare il cuore di sua moglie.

 

LA FAMIGLIA BELIER – Francia 2014 – Commedia – 100 min. 

Locandina La famiglia Bélier

Paula Bélier ha sedici anni e da altrettanti è interprete e voce della sua famiglia. Perché i Bélier, agricoltori della Normandia, sono sordi. Paula, che intende e parla, è il loro ponte col mondo: il medico, il veterinario, il sindaco e i clienti che al mercato acquistano i formaggi prodotti dalla loro azienda. Paula, divisa tra lavoro e liceo, scopre a scuola di avere una voce per andare lontano. Incoraggiata dal suo professore di musica, si iscrive al concorso canoro indetto da Radio France a Parigi. Indecisa sul da farsi, restare con la sua famiglia o seguire la sua vocazione, Paula cerca in segreto un compromesso impossibile. Ma con un talento esagerato e una famiglia (ir)ragionevole niente è davvero perduto.

La famiglia Bélier è una commedia popolare che aggiorna con note e sorrisi il vecchio tema dell’adolescente alla ricerca di un’identità stabile. Sospeso tra focolare e autonomia, ‘riorganizza’ una famiglia esuberante intorno a un’età per sua natura fragile e scostante. A incarnarla è il volto pieno e acerbo di Louane Emera, che presta voce e immediatezza a un personaggio in cerca di un posto nel mondo. Se comicità e crisi si accomodano tra la rappresentazione genitoriale del futuro filiale e la tensione allo svincolo della prole, i personaggi vivono situazioni esilaranti, annullano lo scarto con l’amore e spiccano il salto verso una condizione nuova. Appoggiato su una sceneggiatura solida, che mescola con perfetta misura umorismo, lacrime, disfunzioni, pregiudizi e canzoni, La famiglia Bélier svolge una storia ben ordita in cui ciascun personaggio gioca la sua parte con effetto e sincerità, senza mai sconfinare nel pathos. Precipitando lo spettatore nel mondo ‘smorzato’ dei malentendants, Lartigau elude lo sguardo (fastidioso) dei ‘normali’ sui disabili, mettendo in scena una famiglia che quella difficoltà ha imparato a gestirla, intorno a quella difficoltà è cresciuta e su quella difficoltà si è impratichita, sentendo ogni movimento della vita. La famiglia Bélier non emoziona perché è differente ma al contrario perché è universale, si agita, si rimprovera e fa pace come tutte le famiglie del mondo. Chiusi nella sordità e in una bolla di sicurezza familiare, i Bélier si fanno sentire forte e chiaro attraverso la voce limpida di Paula e attraverso il linguaggio marcato dei segni. Parafrasando la canzone, Paula “non fugge, lei vola” verso spazi e tempi di prova in cui prepararsi alla vita. Dentro una moltitudine di diversità Éric Lartigau pesca quella irresoluta dell’adolescenza e di un’adolescente che deve apprendere un ‘linguaggio’ nuovo ed evidentemente altro e incoerente rispetto a quello familiare.

 

LA MEMORIA DEL CUORE – Germania 2012

Locandina La memoria del cuore

Il giovane matrimonio tra Leo e Paige sembra perfetto, finché un incidente automobilistico toglie alla donna la più solida delle basi: la memoria. Al risveglio dal coma lei non ricorda assolutamente chi sia l’uomo che le sta accanto e che dice di amarla. La volontà di Leo di ricostruire la loro vita insieme in attesa che i ricordi riaffiorino si scontra immediatamente con le paure della moglie e soprattutto con la famiglia di lei, diventata a dir poco invasiva una volta accertata la possibilità di un riavvicinamento dopo che Paige se ne era allontanata anni prima. Può una storia d’amore sopravvivere a un trauma così forte e a tutte le difficoltà che ne conseguono?

 

LE PAGINE DELLA NOSTRA VITA – USA 2004

Locandina Le pagine della nostra vita

La storia è tratta da un romanzo di Nicholas Sparks, autore amato dal cinema ‘romantico’. Una donna anziana affetta dal morbo di Alzheimer si sente narrare da un altro ricoverato la storia di un amore nato negli anni Trenta. In realtà quell’amore non è frutto della fantasia di uno scrittore. Film romantico, tutto incentrato sulle emozioni. Vanno riconosciuti la bravura dei due protagonisti e lo sguardo amorevole con cui Nick inquadra mamma Gena. Cosa non si fa per i figli!

 

MOGLIE E MARITO – Italia 2017 – Commedia – 100 min. 

Andrea è un neurochirurgo, Sofia un volto televisivo emergente. Sono sposati da parecchi anni, hanno due figli piccoli, e non ne possono più l’uno dell’altra. Li incontriamo durante la loro prima seduta di terapia di coppia, polarizzati sulle rispettive posizioni, incapaci di comprendere le reciproche difficoltà. Ci penserà il destino, e un esperimento scientifico mal riuscito, a far entrare Andrea nel corpo di Sofia e Sofia nel corpo di Andrea, con esiti ovviamente tragicomici. Riuscirà quello scambio a far capire ai due coniugi che cosa voglia dire affrontare la vita quotidiana nei panni dell’altro?

È proprio la sceneggiatura uno dei punti di forza di questo film prodotto da due piccoli ma lungimiranti produttori italiani. Pur nella necessaria sospensione dell’incredulità, la storia si preoccupa di conservare un fondo (anche doloroso) di verità e di generare spunti di riflessione sui ruoli di genere in modo meno didascalico e noioso di quanto non faccia il programma televisivo cui, nel film, partecipa Sofia. L’altro punto di forza sono gli interpreti, che risultano amabili come coppia di partenza (e di arrivo) e riescono a conferire la credibilità minima necessaria allo scambio di ruoli. Pierfrancesco Favino usa come sempre efficacemente tutto il corpo per diventare la versione femminile di sé, ma la vera sorpresa è Kasia Smutniak, soprattutto perché modella la sua interpretazione su Favino in quanto persona, prima ancora che in quanto uomo, rievocandone la gestualità senza esagerare, mentre Favino sembra ispirarsi più ad un’idea di femminilità che all’individualità specifica (e specificamente femminile) della Smutniak. La loro interazione è comunque divertente e non dimentica quella tenerezza e confusione che, a ben vedere, accomuna i due coniugi che ritrovano l’empatia e il contatto, indispensabili per amare veramente qualcuno.

 

NESSUNO SI SALVA DA SOLO – Italia 2015 – Drammatico – 100 min. 

Locandina Nessuno si salva da solo

Gaetano e Delia sono una coppia separata che si incontra al ristorante per decidere come suddividersi le vacanze con i figli. Quello che inizia come un match fra due contendenti pieni di rabbia e di risentimento si trasforma a poco a poco in un viaggio lungo la memoria della loro storia d’amore. Riusciranno Gaetano e Delia a ritrovare la strada di casa?

I coniugi si buttano a capofitto dentro il dolore vivo del disfacimento di una storia d’amore senza mai abbassare lo sguardo, o nascondere la testa. E poiché una crisi coniugale è anche spesso una sequela di frasi fatte e insulti coloriti questa volta la penchant declamatoria di Margaret Mazzantini funziona in sceneggiatura: perché ogni passo della via crucis che la coppia attraversa porta incisa una didascalia dolorosa.

Nessuno si salva da solo ha pregi e difetti: fra i pregi, un tempismo sorprendente rispetto alla realtà di una generazione, e la volontà di scavare nella rabbia e nella frustrazione contemporanee senza indietreggiare; fra i difetti, la tendenza all’urlo e alla concitazione trafelata, che però sono anche i segni più frequenti (e imbarazzanti) di ogni crisi reale. In questo spin fuori controllo c’è la mancanza di un’educazione sentimentale e la sovrabbondanza di una diseducazione televisiva in cui il confronto è sempre e solo il litigio teatrale o lo sfogo vulcanico.

 

(500) GIORNI INSIEME – USA 2009 – Commedia – 96 min.

Locandina (500) Giorni Insieme

Tom, con una laurea da architetto, lavora presso un editore di biglietti augurali per il quale deve inventare formule che vadano bene dal compleanno alla partecipazione a un lutto. Un giorno viene assunta come segretaria del suo capo Summer, la quale ha come filosofia di vita la regola di non volere un rapporto duraturo. Tom se ne innamora timidamente e lei lo contraccambia. Il film ci racconta, in un continuo andirivieni, i 500 giorni della loro storia a due.

Il punto di vista è quello di Tom (così non mancherà chi accuserà il film di posizioni maschiliste) e già da questa scelta prende l’avvio il ribaltamento di alcuni stereotipi. Il romantico è lui, quello che sogna il matrimonio è sempre lui, quello che soffre di più è ancora lui. Intendiamoci: Summer non è affatto una cinica distruggiuomini. È semmai una giovane donna dei nostri giorni con barriere difensive che dovrebbero proteggerla dal dolore e con una contraddittorietà che fa parte del suo stesso essere e di cui finisce con il divenire consapevole.
Lo stile narrativo di Webb ci mette in situazione a partire dalla fine del rapporto (la prima risata la ottiene da subito con la scritta che compare sullo schermo in apertura di film) per poi farci surfare tra le onde di dinamiche di coppia in cui più d’uno potrà riconoscersi. Il fil rouge che attraversa tutti i 500 giorni: è difficile (oggi forse più che mai) non fare confusione tra ciò che si vorrebbe che fosse e ciò che è nella realtà. In particolare nel rapporto di coppia perché, come cantava Eugenio Finardi, “l’amore è vivere insieme, l’amore è sì volersi bene ma l’amore è fatto di gioia ma anche di noia”. Webb riesce a comunicare il concetto senza mai annoiare il suo pubblico. Neppure per un minuto. E non è poco.

 

VOCAZIONE GENITORIALE

COURAGEOUS – USA 2011 – Drammatico – 101 min. 

Locandina Courageous

Esperti agenti di polizia pronti a fronteggiare qualsiasi situazione, Adam Mitchell, Nathan Hayes e i loro colleghi, si trovano a dover affrontare una sfida ben più grande tra le mura domestiche, per la quale nessuno è veramente preparato: la paternità. Una tragedia in una delle famiglie risveglia prima nel protagonista a poi nei suoi colleghi, il desiderio di applicare la fede in Dio nel rapporto con i figli per essere padri migliori.
Sempre più sicuro di sé, sia dietro che davanti la macchina da presa, Kendrick questa volta mette sotto il microscopio il rapporto padre – figlio/a. Quando Adam si specchia nella Parola di Dio, dopo un fatto drammatico nella sua famiglia, capisce che non sta svolgendo bene il grande compito che Dio gli ha affidato, si chiede cosa vuole Dio da lui come padre, come capo della famiglia, si mette in discussione e stabilisce un decalogo.
Un film davvero ben equilibrato dove coesistono l’azione (presente in gran parte del film con dei bellissimi inseguimenti), i sentimenti, la forte drammaticità (alleggerita da una buona dose di ironia con delle scene davvero esilaranti ben interpretate da un volontario al suo primo film: Robert Amaya). Infine l’elevazione dei valori e le promesse. Il tutto incorniciato dal mettere in pratica nella vita di tutti i giorni la Parola di Dio come in “Affrontando i Giganti” e in “Fireproof”.
Il messaggio, anche questa volta, non è solo per i non cristiani ma anche e soprattutto per persone già credenti, per tutti i padri che hanno l’umiltà di mettersi in discussione. La macchina da presa si mette dalla parte dei figli, guarda con i loro occhi, mettendo questi uomini a confronto con quello che loro stessi credono e predicano, ma che non riescono a mettere in pratica tanto facilmente.
Kendrick pone un punto fermo, una base dalla quale partire, per affrontare la sfida più grande: essere uomini di coraggio!
Un film per tutta la famiglia che vi farà ridere e piangere allo stesso tempo, che vi farà riflettere e … perché no, che vi aiuterà a cambiare.

 

LA STANZA DEL FIGLIO – Italia 2001 – Drammatico – 100 mim. 

Locandina La stanza del figlio

Ancona. Giovanni è uno psicoanalista con numerosi pazienti con i quali ha un rapporto di paziente comprensione ma anche, come la professione richiede, di lucido distacco. Giovanni ha una moglie, Paola, e due figli adolescenti: Irene e Andrea. La vita scorre tranquilla, turbata solo da una ragazzata commessa da Andrea: il furto di un’ammonite nel piccolo museo scolastico. Il ragazzo decide di andare a fare un’immersione con gli amici e, per cause imprecisate, muore per un’embolia. La perdita del figlio stronca i familiari. Giovanni non riesce quasi più a lavorare, Paola si chiude nel dolore e Irene diventa irascibile. Un giorno arriva una lettera per Andrea. È firmata da Arianna, una coetanea che lo aveva conosciuto solo per un giorno e che si era innamorata di lui. Sarà proprio partendo da questo inatteso contatto che la vita della famiglia potrà rimettersi in moto.

Nanni Moretti sembra essere a una svolta della sua carriera di regista e attore. Moretti torna a costruire un ‘personaggio’. Divenuto padre di Pietro cinque anni fa Moretti deve avere colto il senso di quello che è il titolo dell’ultimo film di Zanussi (non uscito da noi): “La vita come malattia mortale trasmissibile per via sessuale”. Cioè dando la vita a un figlio gli assicuriamo inevitabilmente anche la morte. E se questa accade prematuramente e mentre i genitori sono ancora presenti il dramma è devastante. Il film (come già La vita è bella di Benigni) è come diviso in due parti. La prima, in cui Moretti ‘fa’ Moretti con le sue idiosincrasie, le sue scarpe, le sue corse, le sue incertezze, i suoi incupimenti seguiti da improvvisi sorrisi luminosi. La seconda, in seguito alla morte di Andrea, in cui si muta bruscamente registro. I lutti laceranti cambiano nel profondo.

 

LE CHIAVI DI CASA – Italia, Francia, Germania 2004 – Drammatico – 105 min.     (handicap)

Locandina Le chiavi di casa

Gianni ha perso la giovane moglie in sala parto mentre dava alla luce un figlio diversamente abile. Da allora ha rifiutato di vederlo. Ora però fa ritorno per accompagnarlo in Germania per una visita specialistica. Il viaggio e la permanenza in terra tedesca costituiscono per i due l’occasione per conoscersi e comprendersi.

Il rapporto tra padre e figlio è narrato non come un ‘work in progress’ di comprensione ed empatia ma con la profonda consapevolezza della impermanenza dei comportamenti. Gianni si rende conto che la sensibilità del figlio Paolo è elevatissima. Ma così come lo è sul piano dell’espansività affettiva lo è anche su quello delle reazioni di chiusura, degli automatismi ripetitivi che servono a darsi sicurezza, dei ritorni indietro rispetto ad atteggiamenti che si ritenevano ormai acquisiti. “Perché fai così?” è la domanda di Gianni di fronte a una reazione inattesa di Paolo. Ma alla domanda, Amelio ne è perfettamente consapevole, non ci può essere risposta. Paolo non ‘sa’ perché si comporta in quel modo. Lo fa e basta. Il rapporto tra i due non potrà che tentare di fondarsi sulle sabbie mobili dell’incertezza, del costruire con amore ogni giorno una rete di piccoli segni tanto delicata quanto fondamentale. Ma il messaggio più forte è affidato alle parole rivolte a Gianni: “Mi sembrava che lei si vergognasse di suo figlio”. Non bisogna vergognarsi di amare chi non ci offre certezze. E’ forse in questo l’essenza dell’amore più vero.

 

MIO PAPA’ – Italia 2014 – Drammatico – 90 min. 

Locandina Mio Papà
Lorenzo ha 35 anni e lavora come sommozzatore su una piattaforma petrolifera. Lavoro duro, di quelli da uomini tutti d’un pezzo. E nel suo mestiere Lorenzo è uno dei migliori. Alla sera, quando ne ha voglia, scende a terra. Lorenzo con le donne ci sa fare ma ha una regola, una notte e poi sparisce. Non si ferma a dormire, mai. È un leit-motiv che si ripete, perché così è più facile e non ci si prende troppo sul serio. E continua fino a quando incontra Claudia e la passione lo travolge. Claudia è diversa e Lorenzo lo scopre quella notte, quando sulla porta della camera accanto incontra Matteo. Ha sei anni ed è il figlio di Claudia. E si apre un vortice in cui non esistono compromessi. Impossibile amare lei e dimenticare il figlio in un angolo. È un tutto o niente, un prendere o lasciare. Un unico tuffo nel vuoto.
Mio papà ha il suo fulcro nell’affrontare un’opportunità d’amore. Il padre è chi cresce o chi ha dato la vita? E crescere non è forse donare la vita. Amare i figli degli altri, essere padre, dunque. Essere un uomo vero, presente. In antitesi con quello naturale, completamente assente. Crescere, camminare insieme, condurre per mano un bimbo dall’incondizionato bisogno d’amore. Un bimbo che da grande vuole aggiustare il mare, proprio come Lorenzo.
Il piccolo Matteo ha il volto dell’eccezionale Niccolò Calvagna (classe 2006), intenso e mai in difficoltà accanto a professionisti ben più adulti. E grazie alla sua interpretazione è più facile provare empatia per Mio papà, film dalla lacrima suggerita, moderno spaccato familiare di un Italia di provincia, sincera e così lontana dal paese idealizzato che troppo spesso vediamo nelle fiction televisive.

 

ADOLESCENZA – GIOVINEZZA – RICERCA DI SE’

BIANCA COME IL LATTE, ROSSA COME IL SANGUE – Italia 2013 – Commedia – 102 min. 

Locandina Bianca come il latte, rossa come il sangue

Leo ha sedici anni, poca voglia di studiare e tanta di dichiararsi a Beatrice, la ragazza dai capelli rossi che frequenta il suo liceo. Perdutamente innamorato, prova in tutti i modi ad avvicinarla ma ogni volta non sembra mai quella buona. Esitante e maldestro, Leo chiede aiuto all’amico Niko e all’amica Silvia, invaghita di lui dalle medie e da una gita a Venezia. Inciampato dentro a un cinema e a un passo da lei, il ragazzo riesce finalmente a strapparle la promessa di rivedersi presto a scuola ma in aula Beatrice non tornerà più perché la leucemia le ha avvelenato il sangue e compromesso il futuro. Sconvolto ma risoluto, Leo decide di prendersi cura di lei e di accompagnarla nella malattia, allacciando con Beatrice una tenera amicizia che contemplerà il buio e la luce. Tra una partita di calcetto e un brutto voto da riparare, Leo imparerà la vita, la morte e l’amore.

Non è la prima volta che Giacomo Campiotti gira un film carico di morte che parla della vita. Otto anni fa con Mai + come prima aveva trattato la perdita corredandola a un periodo dell’esistenza qual è l’adolescenza, piena di novità e trasformazione. Allo stesso modo Bianca come il latte, rossa come il sangue è un percorso di formazione che affronta la crescita attraverso la morte. Al centro del film, trasposizione del romanzo omonimo di Alessandro d’Avenia, un adolescente che vede il mondo bianco e rosso, incosciente delle sfumature. Bianca è la paura della responsabilità da scansare e scaricare sui genitori e i professori, rosso è il desiderio di essere visto (e amato) dalla ragazza dai capelli rossi.

Alla maniera della Beatrice dantesca, di cui porta il nome e la grazia, la protagonista muove Leo a una vita nuova. Beatrice è iter a Deum, cammino verso dio, corsa (a perdifiato) verso ‘fin’. Perché dio non è morto come canta Guccini o ‘corregge’ il T9, software di scrittura facilitata per sms che converte dio in ‘fin’. Se è a dio che si affida Beatrice attraverso un diario, è a fin che rivolge le sue preghiere Leo chiedendo più tempo per quell’amore sbocciato tra attivismo e passività, tra energia senza sosta e inerzia, tra impazienza e timore di cambiare, tra la smania di prendere in mano la propria vita e l’inquietudine di diventare più visibili e ingombranti.

Bianca come il latte, rossa come il sangue ribadisce la sensibilità di Campiotti per l’adolescenza intesa come periodo di lutto, perché include un sentimento di vivo dolore per la fine dell’infanzia e del senso d’identità riparato e narcisistico. Ma a Leo spetterà in sorte un dolore più grande di quello di vedere scomparire il bambino che era prima. La sua ribellione passerà per la morte di Beatrice e approderà a un’immagine nuova di sé, a un’identità e a un corpo altri, in un mondo finalmente policromo. Leo farà esperienza della finitudine e frequenterà il dolore trasformandolo in amore dentro un film semplice come sanno essere le storie vere, quelle che nascono dall’urgenza dell’autenticità.

 

CERTI BAMBINI – Italia 2004 – Drammatico – 94 min. 

Locandina Certi bambini
Rosario ha undici anni. Abita in un condominio di periferia di una Napoli devastata dalla camorra. Vive con sua nonna, ammalata di Roipnol e drogata di televisione. E’ la punta di diamante di un piccolo branco che passa le sue giornate trascinandosi tra sale giochi, brutte paninoteche, piccoli reati e roulette russe improvvisate sulla tangenziale. Ma c ‘è anche un sacerdote che cerca di tenere insieme i pezzi (meglio: i frammenti) di una società che non si può più definire tale. Tratto da un breve romanzo di forte impatto è un film duro e apparentemente impietoso. in realtà ricco di pietà nei confronti di un infanzia a cui è negato di fatto persino il nome. Resta il pallone: unica ancora a cui sperare di potersi un giorno aggrappare per non annegare.

 

CHE NE SARA’ DI NOI – Italia 2004 – Commedia – 100 min. 

Locandina Che ne sarà di noi

Dopo la maturità, tre ragazzi si regalano un viaggio in Grecia dove si accorgono di non sapere nulla della vita. Scopriranno soluzioni diverse per i loro destini rispetto a quelle che i loro genitori avevano progettato, più incoscienti ma più autentiche. Veronesi è interessato al mondo dei più giovani sin dai tempi delle sue prime regie. Questa volta ha il contributo essenziale di Silvio Muccino. Il film riesce così ad inserirsi nel filone “i giorni della svolta esistenziale” offrendoci un ritratto piacevole e non superficiale degli adolescenti posti dinanzi ai problemi della loro età.

 

CINQUE GIORNI FUORI – USA 2010

Locandina 5 giorni fuori

Un ragazzo adolescente dopo un attacco di depressione, viene mandato in un’istituzione psichiatrica, dove finisce nel reparto degli adulti e incontra una serie di pazienti bizzarri e una ragazza adolescente, con la quale nasce un’amicizia.

 

CLASS ENEMY – Slovenia 2013

Locandina Class Enemy

L’insegnante di ruolo deve assentarsi perché prossima al parto e al suo posto arriva nel liceo sloveno il professore di tedesco Zupan. I metodi dell’uomo sono rigidi, freddi e punitivi, agli occhi di una classe abituata ad un clima di amichevole negoziazione tra allievi e professori. Quando una studentessa, Sabina, si suicida apparentemente senza motivo, i compagni sconvolti incolpano il professore e le sue richieste troppo esigenti. Ma, nel corso del lutto, il fronte unito della ribellione contro Zupan comincia ad incrinarsi e il vortice delle accuse si complica e si esaspera.

“Voi sloveni, quando non vi suicidate, vi uccidete tra voi”, sentenzia un ragazzo asiatico, illuminando una delle chiavi di lettura di questo riuscitissimo lungo d’esordio di Bicek. Ma, fuori dal racconto come dentro di esso, non è tutto bianco e nero, e al giovane regista non interessa solo la metafora della classe come riflesso in piccolo di una società ancora divisa al suo interno tra fazioni opposte che risalgono alla seconda guerra mondiale, né l’aderenza ad una realtà drammatica che conta in Slovenia un numero di suicidi a tutt’oggi ancora altissimo: nel suo film, mette anche un po’ di sé, con il ricordo della radio scolastica e l’episodio cardine del suicidio di una di una ragazza, che ha fatto parte della sua storia di liceale.

Soprattutto, mette in gioco una riflessione tra la modernità educativa, intesa come deresponsabilizzazione e protezione ad oltranza dei giovani dai dolori della vita, e vecchia scuola, più formativa ma meno empatica. Nel mondo odierno del “Al lupo! Al lupo!”, la serietà di Zupan lo porta a venir accusato niente meno che di nazismo e ad essere identificato con un sistema -questo sì inflessibile e immutabile- rispetto al quale la sua cultura è invece probabilmente l’unico antidoto possibile. Detto questo, Bicek si guarda bene dal fare del professore un martire, ma non salva nemmeno la ragazzina introversa o il compagno che ha perso la madre, costruendo un’escalation di sospetti e dispetti che include tutti quanti e conduce ad una vera e propria guerra, silente e camuffata come sono i peggiori conflitti sul nascere. L’abilità dell’autore, infine, sul terreno di un film tutto sommato piccolo e lineare, è proprio quella di far confliggere l’alto tasso di emotività in gioco con una messa in scena calibrata e pumblea che, se da un lato lo reprime, dall’altro ne alimenta il fuoco sotterraneo.

Il suicidio, allora, lungi dall’essere il tema del film, è solo il pretesto per fare della classe un simbolico ring, dove ci si avventa l’uno contro l’altro sull’onda delle emozioni, ma, proprio per questo, si percuote senza esclusione di colpi.

 

COLPA DELLE STELLE – Italia 2014

Locandina Colpa delle stelle

Hazel Grace ha 17 anni e vari tumori disseminati fra la tiroide e i polmoni. Augustus Waters ha 18 anni e una gamba artificiale, dovuta ad un incontro ravvicinato con il cancro osseo. Il loro è un colpo di fulmine, e ciò che li accomuna, assai più che la malattia, è il modo di vedere, e affrontare, la vita: con un sarcasmo mai incattivito e una parlantina densa di vocaboli complessi e fortemente evocativi.
Ciò che fa la differenza, nel best seller di John Green come nel film basato sul romanzo, è il “come raccontare una storia triste”: nel caso di Colpa delle stelle, attraverso le voci di Hazel e Augustus e il loro tono disincantato ma mai rassegnato fino in fondo. Il film, come il romanzo, sposa la loro visione del mondo, e fa innamorare gli spettatori dei due protagonisti rendendoli non oggetto di compassione (o di emulazione eroica) ma di empatia, e trattando la loro storia in modo non diverso da qualunque altro primo amore, ricco di quel respiro di assoluto e quell’idea di “per sempre” che li distingue da tutti quelli che li seguiranno (o no).

Josh Boone mette in scena il romanzo di Green con estremo rispetto e in punta di piedi, senza commettere l’errore di alterare fatti o personaggi in funzione del passaggio al grande schermo e senza prendersi libertà autoriali, il che soddisferà i fan del libro ma colloca il film in un terreno di grande (forse eccessiva) cautela. Colpa delle stellerimane aderente alla parola scritta, al punto che l’eloquio di Hazel e Gus suona talvolta bizzarro quando diventa dialogo cinematografico. In compenso Boone lavora bene sul montaggio e sull’eliminazione di alcune scene ai fini della velocità del racconto, eliminando il superfluo e lasciando intatti i passaggi narrativi e i dialoghi (anche se talvolta spostandoli di luogo o di tempo). Boone usa in modo moderato e intelligente la voce fuori campo di Hazel, che nel romanzo è l’io narrante della storia, e molto del dialogo interiore della ragazza diventa immagine, come si conviene alla narrazione filmica.

Colpa delle stelle cammina con grande cautela sul filo che separa il melodramma dalla commedia romantica, alterna in modo intelligente gravitas e umorismo, pathos e leggerezza. Soprattutto, riesce a non indulgere smaccatamente nei topos di quel nuovo genere filmico (e letterario) che è il teenager cancer romance, ovvero la storia d’amore fra teenager malati (non solo di cancro), nonostante sia ampiamente disegnato per farci consumare svariati pacchetti di kleenex.

Il cinismo insito nella premessa di fare di una tragedia un veicolo commerciale è evitato soprattutto dall’interpretazione dei due attori protagonisti: Ansel Elgort è un Augustus appropriatamente impacciato e spaccone, e centra a perfezione quel sorriso di cui si parla per tutto il romanzo, a metà fra la seduzione e lo scherno. Shailene Woodley è di una dolcezza disarmante e di una sensibilità intelligente immediatamente intuibile attraverso il suo sguardo mobile e attento. Anche l’interazione fra i due attori appare spontanea e naturale, senza eccessive contraffazioni cinematografiche. E il casting di Willem Dafoe nei panni del cinico scrittore Peter Van Houten è un colpo maestro (nonostante la diversità fisica fra l’attore e il personaggio letterario): in poche scene, Dafoe aggiunge tutto il sottotesto doloroso che il romanzo impiega svariate pagine a comunicare.

 

CUORI PURI – Italia 2017 

Locandina Cuori puri

Agnese compie i diciotto anni mentre vive con una madre molto devota e frequenta la parrocchia locale dove sta per compiere una promessa di castità fino al giorno delle nozze. Stefano ha venticinque anni, un passato difficile e un presente in cui deve cercare di conservare l’incarico di custode di un parcheggio che confina con un campo rom. La sua famiglia sta per essere sfrattata e ha bisogno del suo aiuto. Il loro incontro farà nascere un sentimento speciale che implica delle scelte importanti, in particolare per Agnese.

Era da tempo che non compariva sugli schermi un’opera prima così intensa e così carica di un realismo che si fa cinema ad ogni inquadratura.

A partire dall’inseguimento iniziale: una corsa in cui Stefano, addetto al controllo in un centro commerciale, insegue Agnese che ha rubato un cellulare di scarso valore. È il loro primo incontro ma non è l’inizio di un idillio. È solo il prologo di un percorso irto di ostacoli. Perché il microcosmo che li circonda non è loro di aiuto. De Paolis si libera da tutti i presunti doveri del politically correct, quelli per intendersi, che fanno gridare allo scandalo gli ipocriti che vorrebbero dipingere la realtà così come non è. In questo film i rom non sono tutti buoni così come gli sfrattati non sono solo vittime e le buone intenzioni non necessariamente conducono a quella Verità che potrebbe farci liberi.

Agnese è chiusa in una gabbia che non ha pareti ma che, grazie a una madre ossessionata da una religiosità pervasiva, la rinchiude apparentemente senza via di scampo. Questo senza che ci sia la necessità di rappresentare l’ambito parrocchiale come un luogo retrogrado e conservatore. Don Luca è un sacerdote che crede sinceramente a ciò che propone ai ragazzi, ne conosce le difficoltà in senso generale ma non entra mai in una dinamica di comprensione del singolo se non per una reprimenda sul furto.

D’altro canto le sirene del sottobosco malavitoso fanno ancora sentire il loro richiamo a Stefano. I due però hanno la forza (e la straordinaria interpretazione di Selene Caramazza e Simone Liberati ce ne offre con grande adesione ogni minima sfaccettatura) di conservare quella pulizia interiore che va oltre la conservazione di una verginità fisica. I loro sono cuori puri perché hanno già sperimentato gli ostacoli di una società che, con una metafora efficace anche sul piano visivo, vorrebbe ‘parcheggiarli’ al limine di una società complessa e potenzialmente pericolosa. Agnese guardata a vista da una gentile ma ferrea carceriera e Stefano costretto a fare la guardia mentre chi gli si propone come amico lo vorrebbe ladro. De Paolis li segue con uno sguardo partecipe illuminando lo schermo con squarci di vita.

 

FREEDOM WRITERS – USA 2007 – Drammatico – 123 min.    (razzismo)

Locandina Freedom Writers

Erin Gruwell è una giovane insegnante di lettere al suo primo incarico in un liceo. Siamo a Los Angeles nel 1992, poco dopo gli scontri razziali che avevano messo a ferro e fuoco la città. Erin si vede affidare una classe composta da latinoamericani, cambogiani, afroamericanie un unico bianco. Provengono tutti da realtà sociali in cui il degrado e la violenza costituiscono parte integrante della vita quotidiana. Le istituzioni li vedono come un peso morto da “parcheggiare” in attesa che tornino nella strada. “La Gruwell” (così prenderanno a chiamarla i ragazzi) non si arrende né di fronte all’istituzione né di fronte agli allievi che inizialmente la respingono convinti che sia l’ennesima insegnante disinteressata al loro vissuto. Riuscirà a convincerli ad uscire dalla gabbia delle gang e a guardarsi dentro scrivendo dei diari che diverranno un libro.

È un film dotato di un buon ritmo capace di far riflettere senza annoiare sulla possibilità di una convivenza e conoscenza reciproca tra realtà diverse costrette al degrado e quindi capaci si vedere nell’altro solo il nemico. La Swank è assolutamente credibile nel ruolo di un’insegnante apparentemente fragile ma così determinata nel perseguire il suo progetto da mettere a repentaglio anche la propria vita privata. Altrettanto lo sono i giovani interpreti tra cui spicca April Lee Hernandez nel ruolo di Eva, una giovane latinoamericana che, riesce ad uscire dalla logica soffocante delle gang grazie a un doloroso percorso di maturazione.

 

JUNO – USA, Canada, Ungheria 2007 – Commedia – 92 min.     (gravidanza indesiderata)

Locandina Juno

Juno affronta la difficile tematica della gravidanza indesiderata con un tono assolutamente leggero. Un’adolescente, sicura di sé e dalla lingua affilata, riesce ad avere il controllo della situazione una volta che scopre di essere rimasta incinta di un suo coetaneo. Tutte le questioni trattate (l’amore, il matrimonio, la libertà) sono sollevate e mai giudicate. Sospesa tra le ingenuità dell’adolescenza e le responsabilità dell’essere adulti, la ragazza è interpretata da una bravissima Ellen Page la cui versatilità espressiva ha qualcosa di unico. La sceneggiatura si caratterizza per un linguaggio molto vicino a quello che usano i ragazzi di oggi. Anche le situazioni narrate riescono ad avere una tale verosimiglianza da escludere qualsiasi traccia di finzione.

Tutto il merito va a una blogger di nome Diablo Cody che è stata scoperta da uno dei produttori mentre navigava su Internet. Colpito dal suo stile umoristico, ha deciso di chiamare la scrittrice per proporle la stesura dello scritto che, per tutta la durata del film, si distingue per la sua natura ultra contemporanea e spiccatamente femminile. Assolutamente originale la rappresentazione dei non protagonisti. Alla notizia della dolce attesa, i genitori di Juno sfidano le convenzioni e gli stereotipi cinematografici assumendo un atteggiamento ironico e compìto. Allo stesso modo, la coppia, a cui la teenager vorrebbe affidare il bambino, rivela di possedere molte più crepe di quelle che il loro status alto borghese implicherebbe.

La pellicola trova il proprio equilibrio grazie anche a una serie di elementi di contorno. Il look di Juno, le candide musiche di sottofondo e le ambientazioni cariche di colori e di vita contribuiscono a raggiungere una buona coerenza.  PER UN PUBBLICO ADULTO.

 

MAI PIU’ COME PRIMA – Italia 2005 – Drammatico – 106 min. 

Locandina Mai più come prima

Dopo l’esame di maturità sei compagni di classe partono per una vacanza insieme, vorrebbero andare al mare, ma finiscono quasi per caso in una baita tra le montagne delle Dolomiti. Questi ragazzi, il coatto cannaiolo, la versione adolescenziale di Siddharta, la barbie, il borghese finto ribelle, l’innamorata non corrisposta e un ragazzo disabile, sono stati compagni di banco per cinque anni, ma si conoscono solo superficialmente. In questa breve vacanza però hanno l’opportunità di conoscersi, confrontarsi e di compiere esperienze che li cambieranno profondamente una volta tornati a casa, in città.
I sei protagonisti nella loro individualità sono delle macchiette, degli stereotipi in cui potrebbero identificarsi non solo i giovani di oggi, ma anche quelli di due o tre generazioni fa.
Il film però non è una commedia e al contrario affronta tematiche complesse come la morte, la disabilità, l’incomunicabilità tra adulti e adolescenti e le loro preoccupazioni sul futuro, cercando di offrire spunti di riflessione. Tutti i ragazzi a loro modo vivono relazioni conflittuali con genitori e insegnanti, che non riconoscono come modelli positivi, e l’unico del gruppo ad essere tranquillo, in pace con se stesso e con gli altri, muore tragicamente.
Mai più come prima è tutto sommato una bella storia, ambientata in un contesto molto suggestivo, ripresa con grande poesia dall’occhio della macchina da presa, anche in contesti proibitivi come l’alta montagna.

 

NOI SIAMO INFINITO – USA 2012 – Commedia – 103 min.

Locandina Noi siamo infinito

Charlie Kelmeckis è un nerd che legge tanto e parla poco. Sguardo triste, due dolori, due perdite scavano dietro quel sorriso dolce di chi forse non sa aprirsi alla vita, ma ci prova con tutte le sue forze. Charlie è intelligente, ma la sua testa, a volte, vaga. Forse per non tornare dov’è stata. Charlie è soprattutto un adolescente, uno che sta vivendo un’età in cui tutto è drammatico ed entusiasmante. Soprattutto se davvero hai una tragedia che ti cova dentro mentre stai vivendo qualcosa di meraviglioso.

 

NOTTE PRIMA DEGLI ESAMI – Italia 2006 – Commedia – 100 min.

Locandina Notte prima degli esami

Giugno 1989. Gli esami di maturità. Avere vissuto in quegli anni è come viverli adesso, solo, vent’anni dopo. Le emozioni adolescenziali sono intense, la musica del tempo resterà la tua musica, le ragazze che rappresentano i primi amori vivranno nella leggenda, i disastri e le imprese acerbe si insinueranno nelle storie che si racconteranno da adulti. È un imprinting, un segno indelebile, marchio di fabbrica nella personalità di ciascuno che rivivrà ogni qualvolta viene toccato, anche con la punta di uno spillo.
Fausto Brizzi, regista e co-autore di Notte prima degli esami sapeva di realizzare un film dedicato agli adolescenti e inconsciamente di pensare a chi adolescente è stato due decenni prima.
E così Luca che si innamora di Claudia e insulta il professore Martinelli (Giorgio Faletti) senza sapere che sarà in commissione d’esame, e Massi che va con la sorella della fidanzata Simona, e Alice che è perennemente innamorata di Luca senza mai confessarglielo, o ancora Riccardo, bello e impossibile come i dreamers di Bertolucci, rappresentano ciò che ciascuno ha vissuto ai tempi dell’adolescenza, con le amicizie, le gioie e i dolori che contraddistinguevano quei periodi.
I loro “ultimi giorni” prima di quell’esame che li farà entrare definitivamente nella dura vita, sono le preoccupazioni e le medesime sofferenze di chi oggi si trova ad affrontare quell’evento che appare un muro invalicabile. Cambiano solo le musiche, i punti di riferimento, le mode del vestire, le vie di comunicazione (oggi abbiamo internet e i cellulari).

Notte prima degli esami racconta gli adolescenti di ieri per i trentacinquenni di oggi, non trascurando chi ha diciotto anni e che probabilmente vive da vicino le emozioni dei protagonisti. Perché il tempo corre ma le emozioni non passano. La strada è la stessa, ed è circolare, in un continuo e infinito ripetersi, stampato nel presente e proiettato nel passato. Cosa resterà di questi anni 2000? Un sorriso con gli occhi persi nei ricordi…

 

RESTA ANCHE DOMANI – USA 2014 – Drammatico – 107 min. 

Locandina Resta anche domani

Alla prese con la decisione più difficile della sua vita, la diciassettenne Mia Hall (Chloë Gratz Moretz) è chiamata a scegliere tra il perseguimento dei suoi sogni musicali a Juilliard ed Adam (Jamie Backley), l’amore della sua vita. Il destino, però, ha in serbo tutt’altro e un brutto incidente automobilistico la manda in coma. Con ogni cosa che improvvisamente cambia, Mia ha un’esperienza extra-corporea e si ritrova sospesa tra la vita e la morte ad osservare tutto ciò che accade intorno a lei, chiedendosi cosa fare: risvegliarsi e vivere un’esistenza più complessa di come immaginasse o dormire per sempre.

 

ROSSO MALPELO – Italia 2007 – Drammatico – 90 min. 

Locandina Rosso Malpelo

In un tempo imprecisato della storia ma in un luogo definito dalla lingua, il siciliano, un ragazzo di pochi anni e tanti affanni lavora in una miniera di zolfo e cerca di sopravvivere alle angherie della vita. Alla morte del padre, sepolto dal crollo di una galleria, Malpelo si prende cura della sorella e della madre, indifferenti al lutto e impegnate nei corteggiamenti. Rimasto solo e senza casa, in seguito al fidanzamento delle due donne, Malpelo entra in miniera per non uscirne mai più. Vivo.

Il regista gira un film abitato da un giovane protagonista condannato a un’infanzia infelice, senza affetti e senza possibilità di ricongiungersi col vero volto della natura (le stelle in cielo) negata dalla miniera. Malupilu (in Sicilia un nome non indica solo un’identità anagrafica ma riecheggia un mondo, una condizione) è un bambino per finta, è un “uomo” rassegnato e litigioso che Scimeca insegue nella massa vociferante dei compaesani raccolti nell’osteria.

È un modello, un paradigma quasi mitico di tutte le frustrazioni, le distanze, i silenzi e i sogni misteriosi delle tante infanzie difficili e solitarie, disperate e rabbiose. Il film di Scimeca è un’opera integralmente dedicata all’infanzia negata, una richiesta d’aiuto rivolta allo spettatore e una dichiarazione di amore appassionata per i bambini che raccolgono la canna da zucchero in Brasile, per quelli che intrecciano i tappeti in India, per quelli che estraggono stagno e argento in Bolivia e per quelli che in Pakistan cuciono i palloni invece di prenderli a calci. Senza timore di affrontare un argomento che oggi sembra accostabile soltanto in termini retorici o secondo i moduli di un rigoroso impegno sociologico, il regista siciliano raffigura, in maniera fortemente simbolica e corposamente realistica, l’umanità e la dolcezza, il mistero e la durezza della vita infantile così difficilmente esplorabile dallo sguardo adulto.

Dentro uno spazio definito (la zolfara), Malpelo e compagni svelano la loro lotta per la sopravvivenza contro l’incomprensione, la (dis)educazione culturale, il disamore e la disattenzione dei grandi. Il miracolo di Rosso Malpelo è quello di essere un film terribilmente serio senza calcare la mano sul dramma, senza ricorrere ai colpi di scena, senza abbandonarsi agli effetti spettacolari. Quella di Scimeca è un’opera “ferma” con uno stile essenziale, depurato, che non corre verso il culmine drammatico perché il suo significato è presente subito e in ogni momento del racconto: nella difficile frequentazione del protagonista coi picconieri adulti (e dannati) e nella sottile, ambigua e minacciosa diversità di Malpelo.

Un film sull’infanzia attraversata e colpita dalla morte, via di fuga per sfuggire un ambiente istintuale e irrazionale, riconquistando lo slancio vitale della fanciullezza

 

SAIMIR – Italia 2004 – Drammatico – 88 min.

Locandina Saimir

Saimir ha sedici anni, è albanese e vive dietro una finestra aperta sul mare di Ostia. Le sue notti sono lunghe, infinite come il numero di immigrati clandestini che raccoglie sul litorale laziale e che poi suo padre traffica coi piccoli imprenditori agricoli della zona. Saimir è poi e soprattutto un adolescente che vive un’età straordinaria dentro una realtà e una condizione altrettanto straordinarie: quella dell’immigrazione e dell’emarginazione. Saimir è due volte fuori: fuori dai valori parentali, fuori dai valori comuni dei suoi coetanei italiani. Nel processo di transizione verso lo stato adulto, Saimir come ogni altro ragazzo della sua età ricerca l’autonomia dal genitore, da Edmond, padre disorientato e rassegnato a una realtà miserabile che chiama “destino”. Dentro una situazione eccezionale e già esasperata dalla condiscendente indolenza paterna, Saimir si trova a dover interpretare la propria drammatica esperienza, conquistando la consapevolezza di non volere più applicare ad essa il modello familiare. Fa quello che può, Saimir, per riorganizzare la sua vita e il suo disagio, creandosi delle possibilità, cercando soluzioni adeguate per diventare la persona che vuole diventare.

Il regista e il direttore della fotografia impressionano l’educazione esistenziale e sentimentale di Saimir su una pellicola livida e de-saturata dai colori accesi della post-adolescenza per indicare quella zona liminale in cui non si è più e non si è ancora. Allora Saimir, incrementato il proprio interesse nei confronti dei sentimenti e dei suoi stati d’animo, si innamora di Michela, una coetanea che lo corrisponde davanti al mare e alla dimensione naturale del rapporto e che lo rifiuta nella dimensione culturale, quella casa diroccata, che denuncia le azioni di piccola criminalità che Saimir sperimenta e condivide con altri piccoli rom. Ma più del cocente rifiuto di Michela potrà lo sguardo di una quindicenne albanese introdotta in Italia clandestinamente e avviata con l’inganno alla prostituzione. Per Saimir la ricerca di un nuovo equilibrio col mondo e col proprio sé passerà allora attraverso la denuncia e il “parricidio” simbolico.

 

SOUL SURFER – USA 2011 – Drammatico – 120 min. 

Locandina Soul Surfer

Bethany Hamilton è un’adolescente hawaiana abilissima nel surf. La sua è una famiglia praticante e il suo legame con la comunità locale è forte. Un giorno, mentre si trova in acqua con amici, uno squalo l’attacca e le stacca di netto il braccio sinistro. Viene salvata dal dissanguamento ma la menomazione sembra impedirle qualsiasi possibilità di ritorno a quell’attività che tanto la appassionava.

Evidente nel film il ruolo giocato dalla fede religiosa in una vicenda in cui la famiglia ha un ruolo centrale. È stata effettivamente una missione umanitaria compiuta con i membri della sua chiesa nella Thailandia sconvolta dallo tsunami che ha fatto ritrovare alla ragazza la completa fiducia nelle proprie possibilità nonostante l’handicap unita alla fede in Dio.

 

THE GIVER – IL MONDO DI JONAS – USA 2014 – Drammatico – 97 min.

Locandina The Giver - Il mondo di Jonas

Da qualche parte nel tempo e nel mondo esiste una società che ha scelto come valore l’uniformità. Immemori di sé e della loro storia, uomini, donne e bambini vivono una realtà senza colori, senza sogni, senza emozioni, senza intenzioni. Per loro decide un consiglio di anziani, riunito periodicamente a sancire i passaggi evolutivi dei membri della comunità. Durante la Cerimonia dei 12, che accompagna solennemente gli adolescenti verso la vita adulta affidando loro il mestiere che meglio ne identifica le inclinazioni, Jonas viene destinato ad ‘accogliere le memorie’ di una storia che non ha mai conosciuto. Figlio di madri biologiche preposte allo scopo e assegnato successivamente all’unità famigliare che ne ha fatto richiesta, Jonas è un adolescente eccezionale con un dono speciale, quello di sentire. Preposto al ruolo di accoglitore di Memorie, Jonas è affidato a un donatore, un uomo anziano e solo che porta dentro di sé tutta la bellezza e la tragedia dell’umanità. Tutte quelle emozioni negate alla sua gente perché il mondo resti un luogo di pace e torpore. Intuita la sensibilità del ragazzo, il donatore lo condurrà per mano dentro la vita, spalancandogli la strada che conduce al libero arbitrio.

Trasposizione del bestseller omonimo di Lois Lowry, The Giver è un racconto di formazione ambientato in un futuro non troppo lontano e in una società ‘evoluta’ che ha sconfitto passioni e violenza (almeno in apparenza), votandosi alla conformità e all’apatia. (Auto)disciplinata da regole e iniezioni mattutine, che inibiscono qualsiasi emozione, la normalizzata comunità trova in Jonas la differenza. Perché Jonas ha nostalgia di tutte le cose, anche di quelle che non ha mai avuto e che adesso, nel nuovo ruolo di accoglitore, vede e vive nell’abbraccio del donatore di Jeff Bridges. Dentro un mondo piatto, controllato, (ri)pulito, che ha perso i suoi colori e quelli delle persone che lo abitano, Jonas è iniziato alle emozioni e a un processo di crescita, che finisce per cortocircuitarlo e disapprovare la realtà esterna.

Una realtà omologata in cui l’idea di purezza è un’aberrazione della mente che non ha consapevolezza dell’omicidio, che chiama ‘congedo’ la pena di morte, che sopprime coi sentimenti i non validi, che porta inesorabilmente al rifiuto di ogni possibilità dialettica e sostituisce la vita vera con una proiezione pallida e un povero ripetersi di strutture replicative.

 

ALTRI FILM A TEMATICA VOCAZIONALE – MOTIVAZIONALE

 

AGNUS DEI – Francia/Polonia 2016 – Drammatico – 115 min.

Locandina Agnus Dei

Polonia, anno 1945. Mathilde Beaulieu è una giovane dottoressa francese della Croce Rossa. Quando una suora polacca, cerca il suo aiuto, Mathilde la segue nel convento di benedettine, dove scopre che molte di loro, violentate dai soldati russi nel corso di una violenta irruzione, sono rimaste incinte e sono sul punto di partorire. Tenuta al segreto professionale, cui si aggiunge quello imposto dalla madre superiora e dalla situazione, Mathilde fa visita al convento di notte, esponendosi a non pochi rischi, e supera gradualmente la paura e la diffidenza delle monache, arrivando a stabilire con una di loro, Suor Maria, uno scambio profondo.

Anne Fontaine, che da sempre racconta storie di donne, supera questa volta la dimensione individuale per approcciare quella collettiva, non solo perché s’immerge nella vita di comunità del monastero, con la sua drammaturgia di caratteri differenti, differenti motivazioni, paure e gerarchie, ma perché, sollevando il velo su una prassi di guerra tanto atroce quanto purtroppo comune, parla di ciò che non può essere ignorato da nessuno, nemmeno nel nome del pudore o della presunta protezione (ed è questo concetto ad essere tradotto, nel film, nella vicenda tragica della madre superiora).

Lo stile di regia sembra tener presente un’ampia destinazione del messaggio: la storia forte non si traduce mai in immagini forti, la vita della protagonista fuori dalle mura del convento è romanzata a fini narrativi (con qualche forzatura, va detto) e il film si chiude su una nota forse eccessivamente ottimista. Ma è una scelta di tono dalle motivazioni autoedividenti, e forse l’unica possibile per un film di questo tipo, che è anche e soprattutto un racconto di resistenza e di superamento (o elaborazione) del male.

Agnus Dei (titolo italiano che riprende nel significato l’originale Les Innocentes) trasforma la scrittura scarna e cronachistica degli appunti privati in un racconto vivo e pulsante, che trae una sorta di universalità e anche di contemporaneità dal fatto di essere ambientato in un mondo, quello del convento, dove il tempo ha un altro passo, più lento, quasi immobile. È dunque la Polonia del 1945, ma potrebbe essere la Bosnia del 1993 o l’Africa di oggi. Divise tra l’essere donne per natura e spose di Cristo per scelta, grazie alla mediazione della discreta Mathilde, le suore del convento trovano, col tempo, nella maternità, un’identità e una vocazione che può placare il dissidio. Parallelamente, nella collaborazione tra la religiosa Maria e l’atea Mathilde che porta alla soluzione finale, si compie una delle linee più riuscite del film, quella che va oltre lo scandalo e la denuncia e parla il linguaggio della relazione.

 

AFFRONTANDO I GIGANTI – USA 2006 – Drammatico, azione – 111 min. 

 

I giganti della paura, del fallimento, sono quelli che Grant e la sua squadra si trovano ad affrontare. Il film parte da un totale fallimento della vita del protagonista, il Coach Grant Taylor,  che pur essendo un figlio di Dio non mette in pratica la sua fede. Quando inizia davvero a farlo comincia a vedere la Parola che crea, la fede che muove, Dio che opera mandando benedizioni a chi crede che l’impossibile diventi possibile. Tutto questo lo sperimenta con la sua squadra “perdente” ma è lui il primo a doverci credere e con l’aiuto di Dio porta quei giovani a dare il meglio di se stessi.

Il regista/protagonista del film Alex Kendrick, mostra con il suo stile chiaro, semplice e diretto le debolezze dell’uomo. L’ascesa che vediamo nella vita di Grant va di pari passo con l’ascesa della squadra. Affronta e vince i suoi i giganti di ogni giorno e parallelamente affronta quelli della squadra insieme ai suoi ragazzi. Dio scende in campo con loro, con loro gioca, con loro vince. Abbastanza prevedibile l’evolversi della storia ma non è negli obiettivi del film un finale a sorpresa o colpi di scena, piuttosto stabilire dei punti fermi strada facendo e fornire, attraverso chiari simbolismi e in modo inequivocabile, gli strumenti per mettere in pratica la nostra fede e per credere nella potenza di Dio. Così vediamo l’importanza della preghiera personale e di intercessione, il giusto rapporto padre-figlio, l’importanza della lettura della Parola, il glorificare e amare Dio in ogni caso, il dare il meglio di noi stessi, lo spirito di squadra, che è poi anche quello di una Chiesa sana e altro ancora. Il film ha i giusti ritmi e una buona interpretazione dei protagonisti, non resta quindi difficile immedesimarsi nei personaggi e la visione è assolutamente scorrevole e piacevole. Il football, uno sport notoriamente irruento, diventa un mezzo per onorare Dio ed anche un modo per servirlo, con grinta, passione e determinazione. E’adatto non solo agli adolescenti ma a tutta la famiglia. E’ un vero e proprio film di ispirazione cristiana, tanto che sorprende trovarlo a noleggio nelle comuni videoteche, proprio per questo è un utile strumento di evangelizzazione tra i ragazzi. Una bella carica di fede in azione. Da non perdere.

 

CHOCO’ 2012

Choco

Chocò ha 27 anni, due figli e una vita povera in una baracca in un villaggio colombiano, con un lavoro sottopagato e un marito dedito al gioco d’azzardo. L’ottimismo innato di Chocò vacilla quando la ragazza perde il lavoro e si trova impossibilitata anche a comprare la torta per il compleanno di sua figlia.

Non c’è alcun traguardo che una madre non possa raggiungere per il bene di un figlio e la molla che spinge Chocó a superare ogni difficoltà, pur di vedere sorridere la propria bambina, è tanto grande da permetterle di riconsiderare tutta la sua vita. Sposata ad un perdigiorno che diventa violento dopo qualche bicchiere di troppo, madre di Jeffrey e Candelaria, Chocó vive in un piccolo paese colombiano, in una capanna sugli argini di un fiume, un luogo inospitale protetto da una foresta rigogliosa e dalle montagne; quando il consorte perde il posto di lavoro e lei stessa è costretta a rinunciare allo stipendio di cercatrice d’oro, la donna decide di rimboccarsi le maniche pur di permettere alla secondogenita di festeggiare degnamente il settimo compleanno con una torta. Non possedendo il denaro sufficiente ad acquistare il dolce, Chocó fa i conti con la rozzezza di certi uomini e la gentilezza di altri, prova a non farsi intaccare dalla violenza che la circonda, ma quando si trova a mettere in atto una separazione necessaria per continuare a vivere, sceglie un metodo poco ortodosso.

 

CORAZONES DE MUJER – Italia 2007 – Commedia – 85 min. 

Locandina Corazones de mujer

Zina ha perso la verginità per amore e deve sposarsi senza amore. Nessuno conosce il suo segreto, soltanto lo specchio e Shakira, il sarto incaricato di confezionarle gli abiti delle nozze. Costretta suo malgrado a sposare un uomo mai visto, Zina è disperata perché nel mondo arabo non è permesso alla donna una vita sessuale prima e fuori dal matrimonio. In suo soccorso interviene Shakira, che le propone un viaggio a Casablanca per “ricostruire” la sua verginità e garantirle il matrimonio e il rispetto della famiglia. Sopra uno spider dell’Alfa Romeo lasceranno Torino alla volta del Marocco, in un viaggio dentro la loro “diversità” e contro le coercizioni della tradizione.

La storia di Corazones de mujer, nasce a Torino in un locale notturno saturo di narghilè e tabacco dolce. Al centro di questa storia c’è il ritratto vero o presunto di Shakira, omosessuale torinese con l’urgenza di raccontarsi e di partire per un viaggio riconciliatorio col paese di origine, il Marocco. Accompagna il suo procedere oltre il mare, attraverso il deserto, dentro i villaggi e le città, una giovane donna della comunità marocchina torinese, la cui presenza avvia un discorso sull’identità femminile e sulla costante minaccia della privazione. In un paese musulmano che si illude ancora di ridurre e controllare la loro differenza, il personaggio di Zina e il cuore rosa di Shakira incarnano una rivincita importante del femminile sul maschile, due profili ingenui e idealistici che promuovono il cambiamento.

Corazones de mujer è un viaggio iniziatico a due sulla ricerca di se stessi, che se da un lato si prefigura come una ricognizione storica su cruciali relazioni sociali in un preciso ambiente culturale (uomo e donna, Stato e società civile), cinematograficamente diventa un pretesto per un’indagine decontestualizzata sui temi della libertà individuale e del diritto personale e politico. Lo svolgimento virato al seppia, la caratterizzazione ironica dell’azione, l’umorismo naturale degli attori non professionisti e le situazioni a volte anomale e paradossali, come il sogno western e il duello onirico nel deserto, costituiscono insieme i momenti più divertenti ma anche più aperti alla riflessione.

Il film rifugge l’esotismo e mantiene la coerenza del percorso attuato, assumendo formalmente molteplici sconfinamenti e sperimentando dentro il cinema narrativo quello più aperto al saggio. Abbattendo le categorie finzione/documentario Corazones de mujer non dà mai un giudizio sulle contraddizioni della società, in generale, o di una in particolare, impegnandosi piuttosto a fare emergere la questione puramente umana ed emotiva: la condizione di un uomo e una donna, opposti per carattere, che si trovano confinati nello stesso mezzo (un auto), nello stesso spazio (il Marocco) e nello stesso tempo (quello del cambiamento), con un compito da assolvere, per il quale hanno bisogno l’uno dell’altra. Attraverso questo processo arriveranno alla comprensione reciproca. Questo confronto e questo film dichiarano la necessità della comprensione e del dialogo per la soluzione dei problemi, di qualsiasi problema.

 

CRISTIADA – Messico 2014 – Storico – 143 min.      (persecuzione)

Locandina Cristiada

Messico, 1926. Il presidente Calles emana delle misure che limitano drasticamente la libertà di praticare il culto cattolico nel paese. Mentre Roma tentenna e sostanzialmente tace, Calles perseguita con la forza il clero e i credenti cristiani. A nulla valgono le petizioni e i boicottaggi economici e il paese sprofonda in una sanguinosissima guerra civile. I ribelli si armano, sotto la guida dei leader locali provenienti dalle campagne (Victoriano Ramirez, Padre Vega), ma è solo con il reclutamento del genio strategico del generale Gorostieta che i “Cristeros” riescono a formare un esercito unito e efficace. Il tredicenne volontario José Luis Sanchez, protagonista di quegli eventi e simbolo della fedeltà al proprio credo, è stato beatificato in anni recenti da papa Benedetto XVI.

 

GLORY ROAD – USA 2006

Locandina Glory Road

 

Nel 1965 l’allenatore Don Haskins, affidandosi esclusivamente all’abilità degli atleti e senza tener conto dei fermenti politici e razziali in atto, mette insieme un team composto esclusivamente da giocatori afroamericani. Grazie al suo coraggio, la misconosciuta squadra di basket della Texas Western University riuscirà a vincere il campionato NCAA del 1966.

 

GOD’S NOT DEAD – USA 2014 – Drammatico – 113 min. 

Locandina God's Not Dead

All’interno dell’ambiente accademico americano, la fede cristiana è dichiaratamente sotto l’attacco del pensiero scientifico. Cinici professori che abusano del proprio potere in aula per convincere i loro studenti all’abiura del credo, popolano i corridoi degli atenei. Josh è una brillante matricola determinata a difendere l’esistenza di Dio contro lo scetticismo di un insegnante disposto a tutto pur di affermare un pensiero filosofico ateo. Il professore di filosofia Jeffrey Raddison sembra voler mettere sotto scacco l’amore per il prossimo e il richiamo alla spiritualità, rifacendosi ad un atteggiamento semplicistico e dispotico. Dopo aver preteso dai suoi studenti una dichiarazione scritta che neghi l’esistenza di Dio, Raddison attacca il cristianesimo dall’alto del consiglio accademico, tentando di consolidare la tesi di non dimostrabilità e quindi l’inesistenza di un’entità divina dietro la creazione.
Lo snodo centrale della narrazione sarà l’opporsi di Josh alla sottoscrizione, che lo costringerà a presentare una difesa che confuti le teorie del professore di fronte a tutta la classe. A fare da sfondo alla vicenda, s’intrecciano le storie di personaggi secondari provenienti da esperienze di vita diverse, tra i quali spiccano una giovane blogger ammalata di cancro, costretta a riflettere sulle sue priorità dopo esser stata abbandonata dal cinico fidanzato, e un padre musulmano messo alla prova da una figlia che rinnega la fede per ascoltare le omelie di Franklin Graham.

 

IL BAMBINO CON IL PIGIAMA A RIGHE – USA 2008 – Drammatico – 93 min. 

Locandina italiana Il bambino con il pigiama a righe

Berlino, anni Quaranta. Bruno è un bambino di otto anni con larghi occhi chiari e una passione sconfinata per l’avventura, che divora nei suoi romanzi e condivide coi compagni di scuola. Il padre di Bruno, ufficiale nazista, viene promosso e trasferito con la famiglia in campagna. La nuova residenza è ubicata a poca distanza da un campo di concentramento in cui si pratica l’eliminazione sistematica degli ebrei. Bruno, costretto ad una noiosa e solitaria cattività dentro il giardino della villa, trova una via di fuga per esplorare il territorio. Oltre il bosco e al di là di una barriera di filo spinato elettrificato incontra Shmuel, un bambino ebreo affamato di cibo e di affetto. Sfidando l’autorità materna e l’odio insensato indotto dal padre e dal suo tutore, Bruno intenderà (soltanto) il suo cuore e supererà le recinzioni razziali.

La drammaticità della Shoah, di un inferno voluto dagli uomini per gli uomini, è inarrivabile e di fatto non rappresentabile ma questo non ha impedito al cinema di provare e riprovare a misurarsi con quella tragedia. L’approccio cinematografico di Mark Herman, regista e sceneggiatore, è diretto e il punto di vista assunto è quello di un bambino, figlio di un gerarca nazista, la cui innocenza (davanti all’orrore) trova corrispondenza soltanto in Shmuel, coetaneo internato all’inferno. A differenza di La vita è bella e di Train de vieIl bambino con il pigiama a righe non è una favola dove ognuno ha un proprio e preciso ruolo, al contrario nel film di Herman i due universi, quello del Bene e quello del Male, si lambiscono fino a confondersi e a sconvolgersi. Nel Bambino col pigiama a righe è l’inadeguatezza e la debolezza degli adulti, anche di quelli buoni, a obbligare i bambini a prendere in mano il proprio destino e a determinarlo. I padri e le madri non fanno “magie” come il Guido Orefice di Benigni e il Male che li circonda finisce per inghiottire i loro figli e renderli all’improvviso consapevoli. Il regista inglese è abile a evitare gli stereotipi della storia “cattiva” e della contrapposizione tra infanzia idealizzata e abiezioni del mondo adulto, analizzando la durezza di un’epoca (la Germania nazionalsocialista) e di un’età (l’infanzia).

Muovendosi tra trappole d’apparenza ed eludendo clichè, sentimentalismi e scene madri, Herman mette in scena le ingiustizie e i rapporti di forza che si definiscono già nell’età più verde. Attraverso il minimalismo di episodi quotidiani, immersi nella severità dei colori freddi, Il bambino col pigiama a righe svolge la memoria, rivisitandola con soluzioni e libertà che rendono la storia intollerabile e lancinante. Per questa ragione, l’autore “chiude la porta” sulla camera a gas, interponendo fra gli spettatori e il volto della Medusa la pietas di un narrare artistico che consenta di guardarla senza soccombere impietriti, atterriti. Tratto dal romanzo omonimo dell’irlandese John Boyne, Il bambino con il pigiama a righe è un film evocativo di un’epoca nera e tragica, rivista attraverso la psicologia di un’amicizia infantile e di una (pre)matura scelta di campo, complicate da una realtà storica di discriminazioni e di selezioni razziali. Immagini che richiamano per tutti la necessità di frequentare (sempre) la Memoria e di non considerare mai risarcito il debito con il nostro passato.

 

IL PARADISO PER DAVVERO – USA 2014 – Drammatico – 99 min. 

Locandina Il paradiso per davvero

Dopo un’operazione d’urgenza in cui ha rischiato di perdere la vita il piccolo Colton Burpo, quattro anni, guarisce e comincia a raccontare di essere stato in Paradiso, e di avere fatto numerosi incontri: gli angeli, Gesù (a cavallo!) e alcuni componenti della sua famiglia scomparsi prima che lui potesse conoscerli. Il padre di Colton, Todd, pastore della comunità del Wisconsin in cui lavora anche come piccolo imprenditore e vigile del fuoco volontario, si trova davanti ad una serie di dilemmi: credere alle parole del figlio o attribuirle alla sua immaginazione infantile? Condividere i ricordi del bambino con la sua congregazione o farli rimanere un segreto di famiglia?

Basato sul resoconto in prima persona dello stesso Todd Burpo, Il paradiso per davvero è un viaggio nell’ignoto con la guida di un’anima candida e di un adulto che, pur professando la fede in Dio ogni domenica, coltiva l’umana prerogativa del dubbio. Ed è, soprattutto, una lezione di umiltà per chi di noi pensa di avere la verità in tasca, nonché un rassicurante viatico per chi si trova ad affrontare il tema spinoso della morte. La narrazione procede nel più classico dei modi: le visioni celesti del piccolo Colton sono filmate con la stessa lucidità (ma anche con lo stesso incanto) delle sconfinate campagne del Wisconsin, e la storia, fortemente legata ad avvenimenti reali, si snoda un passetto dietro l’altro, senza grandi scossoni, ma con una discreta potenza emotiva.

Apprezzabili l’innocenza di fondo della storia e l’uso moderato del sentimentalismo, la componente rasserenante della narrazione e il messaggio di fiducia (più ancora che di fede in senso religioso), l’invito alla solidarietà, e la dolcezza della famiglia Burpo, che alla fine vediamo “per davvero”, in una serie di foto di famiglia.


IL PRANZO DI BABETTE – Danimarca 1987 
(consigliato anche da papa Francesco in una intervista su Avvenire)

Il film presenta tre poli in contrasto, tre modi di capire la vita e la fede veicolati tutti e tre dall’arte. Le due prime posizioni sono precedenti di molto all’ arrivo di Babette: la prima è costituita dall’uso “liturgico” della musica nella comunità del patriarca, in cui 1’arte non ha un’ altra finalità se non la lode a Dio. Quando le figlie del fondatore erano giovani, un professore di musica francese capitò nella comunità e.colpito dalla qualità della voce di una delle figlie, chiese e ottenne il permesso di darle lezioni di canto; lui costituisce la seconda visione: 1’arte per sé, per il piacere di esserne il creatore, per il trionfo.

L’arte di Babette è tecnicamente inferiore di fronte alla spiritualità della musica, lei si esprime con l’arte più materiale e transeunte possibile: la gastronomia. Ma lei ha la chiave di ogni arte: fare diventare la materia dono agli altri. Babette arriva in una notte fredda di pioggia, sola e perseguitata, ma la sua gioia di vivere, in contrappunto con le difficoltà patite, e la sua capacità di dono cominciano a illuminare la realtà grigia della comunità; e questo non soltanto in una chiave relazionale di tipo spirituale, ma anche molto materiale. È la concretezza del suo servizio che dà inizio al cambiamento; la fotografia del film, con 1’occasione della pulizia dei vetri della casa del pastore e ispirandosi agli interni di Jean Vermeer, ci fa vedere, infatti, un altro panorama di colore e di bellezza nelle cose più normali e quotidiane.

Alla fine, l’opera d’arte (il pranzo organizzato in occasione del centenario del fondatore) diventa vera occasione di intreccio, di conversione, di scoperta del vero senso dell’esistenza. Il miraggio di un’ arte fine a se stessa non dà risposte neanche ai singoli: la lettera di presentazione di Babette, scritta dal vecchio professore di canto parigino, ne è la testimonianza. Un’arte chiusa nella sua significatività liturgica non riesce a fondare la base di una vera carità fraterna: la comunità, infatti, è divisa, non ha più lo spirito di fratellanza che la caratterizzava al tempo del suo fondatore. Solo l’arte che diventa dono gratuito è in grado di redimere l’uomo, di fargli scoprire che al di sopra di tutto c’è la preminenza dell’amore.

Babette, con un chiaro simbolismo cristologico, dona tutto ciò che ha per preparare il banchetto redentore che riporta i membri della comunità, tra l’altro contrari inizialmente a lasciarsi influenzare da un’ attività considerata impura, alla riscoperta dell’amore vicendevole: il girotondo finale è il simbolo di questa nuova infanzia spirituale. Ma il messaggio non riguarda soltanto la comunità: un personaggio esterno ad essa ne è testimone. Si tratta di un generale, in gioventù innamorato di una delle due sorelle, invitato con l’anziana madre al banchetto. Anche per lui il dono di Babette diventa l’occasione per dare senso a tutta la sua vita, pur provenendo da un’esperienza del tutto diversa.

L’arte culinaria di Babette riesce a trovare il nesso tra la realtà materiale e la dimensione spirituale a cui l’uomo è chiamato, diventando così un ponte tra la terra e il cielo, che si fa presente nella scena del girotondo; è a lei che deve essere indirizzata la frase che unisce l’inizio e il finale del film: «Quale gioia darai agli angeli!»

(recensione tratta dal libro “Verso Dio nel cinema”, San Paolo 2013)

 

IL RICCIO – Francia 2009 – Sentimentale, drammatico, commedia – 100 min. 

Risultati immagini per l'eleganza del riccio film

Parigi, rue de Grenelle numero 7. Un elegante palazzo abitato da famiglie dell’alta borghesia. Ci vivono ministri, burocrati, maitres à penser della cultura culinaria. Dalla sua guardiola assiste allo scorrere di questa vita di lussuosa vacuità la portinaia Renée, che appare in tutto e per tutto conforme all’idea stessa della portinaia: grassa, sciatta, scorbutica e teledipendente. Niente di strano, dunque. Tranne il fatto che, all’insaputa di tutti, Renée è una coltissima autodidatta che adora l’arte, la filosofia, la musica, la cultura giapponese. Cita Marx, Proust, Kant… dal punto di vista intellettuale è in grado di farsi beffe dei suoi ricchi e boriosi padroni. Ma tutti nel palazzo ignorano le sue raffinate conoscenze, che lei si cura di tenere rigorosamente nascoste, dissimulandole con umorismo sornione. Poi c’è Paloma, la figlia di un ministro ottuso; dodicenne geniale, brillante e fin troppo lucida che, stanca di vivere, ha deciso di farla finita (il 16 giugno, giorno del suo tredicesimo compleanno). Fino ad allora continuerà a fingere di essere una ragazzina mediocre e imbevuta di sottocultura adolescenziale come tutte le altre, segretamente osservando con sguardo critico e severo l’ambiente che la circonda. Due personaggi in incognito, quindi, diversi eppure accomunati dallo sguardo ironicamente disincantato, che ignari l’uno dell’impostura dell’altro, si incontreranno solo grazie all’arrivo di monsieur Ozu, un ricco giapponese, il solo che saprà smascherare Renée.

 

INCH’ALLAH – Canada 2012

Locandina Inch'Allah

In Cisgiordania, in una clinica improvvisata all’interno di un campo profughi palestinese, lavora Chloe, una giovane ostetrica del Quebec che, sotto la supervisione del medico di origine francese Michael, si occupa delle donne in gravidanza. Tra i posti di blocco e il muro che delimita i confini tra israeliani e palestinesi, il percorso di Chloe si incontra con quello della guerra e di coloro che la portano o ne portano i segni, come Rand – una giovane paziente con cui stringe amicizia -, i suoi fratelli Faisal – il maggiore della famiglia, un resistente che si innamora di lei – e Safi – il più piccolo dei tre che sogna di oltrepassare i confini e lasciarsi il conflitto alle spalle – e il giovane soldato Ava, suo vicino di casa. Questi incontri la porteranno a far cadere ogni sua certezza e avventurarsi in un territorio molto più grande di lei.

 

LA RAGAZZA DEL MONDO – Italia 2016 – Drammatico-sentimentale – 101 min. 

Locandina La ragazza del mondo

Giulia, con tutta la sua famiglia, fa parte dei Testimoni di Geova. Le regole che l’appartenenza a questo gruppo religioso le impone sono rigide e comportano una separazione nelle relazioni sentimentali con i non appartenenti alla comunità. Un giorno conosce, durante uno dei suoi impegni di proselitismo, Libero. E’ un ragazzo che la colpisce immediatamente e di cui si innamora perché egli appartiene al mondo delle persone che sbagliano, che si arrangiano cercando un’altra possibilità, che amano senza condizioni. Quando Giulia incontra Libero scopre di poter avere un altro destino, tutto da scegliere. La loro è una storia d’amore purissima e inevitabile e per i due ragazzi inizia un intenso periodo di vita insieme. La sorella di Giulia, una sera li sorprende, ne parla con i genitori e la comunità viene subito coinvolta. Giulia viene diffidata dal continuare a frequentarlo, pena l’allontanamento e l’esclusione dal gruppo, ma decide di non arrendersi. Libero farà a Giulia il dono d’amore più grande di tutti: la libertà di appartenere al mondo, un mondo nuovo, luminoso e pieno di futuro.

Ci sono film che meritano attenzione per ciò che raccontano e per come lo fanno. Altri hanno un valore aggiunto particolare. In questo caso il valore aggiunto ha origine nella modalità produttiva che vede nel Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma non solo un co-produttore ma anche, e soprattutto, come l’istituzione che ha formato gran parte di coloro che hanno contribuito alla realizzazione.

Il tema certo non era dei più semplici da affrontare anche perché sui Testimoni di Geova interviene un immaginario popolare che li identifica come quelli che “suonano ai campanelli” per cercare di portare nuovi adepti alla comunità. Il film di Danieli non manca loro di rispetto anche perché la documentazione che sta a monte della sceneggiatura è corposa. Non siamo dinanzi a una storia che li vede come i ‘cattivi’ perché anche Libero, che pure è lo strumento di una nuova e definitiva apertura al mondo da parte di Giulia, non è certo uno stinco di santo.

Quella che il film cerca di andare a proporre non è una vicenda alla Romeo e Giulietta ma piuttosto una lettura di come l’adesione all’ortodossia religiosa finisca con il trasformarsi in un abbraccio soffocante che, mentre cerca di proteggere ed elevare spiritualmente, rischia quotidianamente di non comprendere proprio quella realtà che vorrebbe trasformare con la forza della fede. La luce di Dio deve, per definizione, illuminare. Se la si propone in maniera accecante o distorta si può rischiare di vanificarne la funzione.

 

L’ARTE DI VINCERE – USA 2011 – Drammatico – 126 min.

Locandina L'arte di vincere

Gli Oakland Athletics sono una buona squadra di baseball che però non può competere con i budget stratosferici di squadre come ad esempio i New York Yankees. Quando al termine di una buona stagione il general manager Billy Beane si vede portar via i suoi tre migliori giocatori, la loro sostituzione diventa impossibile, soprattutto con i pochissimi soldi a disposizione. A questo punto però Beane incontra Peter Brand, giovane laureato in economia che gli dimostra come si possa costruire una squadra vincente basandosi sulle statistiche invece che sui nomi altisonanti. Beane abbraccia la filosofia del ragazzo e rifonda la squadra con nomi sconosciuti o apparenti scarti, lasciando basiti tutti i collaboratori degli Oakland Athletics, compreso l’allenatore Art Howe. All’inizio le cose non sembrano funzionare, ma pian piano il “sistema” messo in piedi da Beane Brand comincia a dare frutti insperati…

 

LES CHORISTES – I RAGAZZI DEL CORO – Francia, Svizzera, Germania 2004 – 95 min.

Locandina Les choristes - I ragazzi del coro

Trama

Il film racconta la storia di Clément Mathieu, insegnante di musica disoccupato, che trova lavoro come sorvegliante in un istituto per ragazzi difficili e soli. “Fond de l’Etang” (“Fondo dello Stagno”) è il nome eloquente di questa struttura. I ragazzi ci appaiono subito maleducati, dispettosi, non rispettano nessuno, forse prendendo esempio da come si comporta il direttore Rachin nei loro confronti. Appena Mathieu arriva alla scuola, infatti, viene avvisato che il suo metodo dovrà essere molto duro, che non deve dare confidenza e che deve tenere a bada gli alunni con il bastone. In questo clima repressivo, l’impatto con gli allievi non è certo dei migliori ma il nuovo maestro crede che ci sia un modo meno violento per educare e ha un’idea che si rivelerà vincente. Mathieu decide di formare un coro con i ragazzi del collegio e, attraverso il canto, riesce a vincere la loro diffidenza e ad arrivare al loro cuore. I momenti difficili non mancheranno ma ormai i giovani coristi cominciano ad avere fiducia in se stessi, nelle proprie capacità e negli altri. Alla fine, l’arcigno direttore licenzierà il maestro, a quel punto amato da tutti, ma non riuscirà a distruggere quello che ha costruito.

Commento

“Les Choristes” è un film fatto di piccoli gesti che scatenano enormi conseguenze, alle quali non si può rimanere indifferenti. La situazione iniziale è cupa, sottolineata anche dai colori spenti, grigio e marrone. Anche l’impressione iniziale data dal nuovo sorvegliante è quella di un grigio, timido personaggio, quasi insignificante. Ma la sua forza si rivelerà proprio essere la sua umiltà, la sua capacità di rispettare gli altri e di vedere il bello che c’è in ognuno. Ai suoi ragazzi farà dono della cosa più preziosa che ha: la sua musica, la sua anima. Il mondo non è più grigio, il futuro non è più grigio. Nessuno è più solo: il coro unisce e rende tutti indispensabili gli uni per gli altri. In questo film la musica ha un ruolo fondamentale: le melodie sono semplici ma molto toccanti e i testi si adattano ai momenti di crescita dei personaggi. Saliamo sull’aquilone e voliamo sulle note a vedere il mare ma non facciamoci portare via dalla tormenta, prendiamo la mano che ci viene tesa e che ci vuole guidare verso un futuro di luce.

 

MC FARLAND – USA 2015 – Drammatico – 129 min. 

McFarland, USA poster.jpg

Basato su una storia vera ambientata negli anni 80, il film McFarland, USA, vede protagonista Jim White (Kevin Costner), insegnante e allenatore di football che ha appena perso il suo ennesimo lavoro. Jim finisice così per trasferirsi insieme alla sua famiglia a McFarland, in California, una delle città più povere degli Stati Uniti. Lì si metterà ad allenare un gruppo di giovani studenti liceali, prevalentemente latinoamericani, molti dei quali lavorano nei campi, nei quali vede un grande potenziale sportivo, e cercherà di trasformarli in un gruppo vincente di corridori.

 

NATA PER VINCERE – USA 2004 – Commedia – 103 min. 

Locandina Nata per vincere

La sedicenne Terri Fletcher sogna di diventare un giorno una cantante di successo. L’occasione arriva quando viene scelta per frequentare un prestigioso corso estivo presso il Conservatorio Bristol Hillman a Los Angeles, che, oltre a essere frequentato dai giovani più ricchi di talento degli Stati Uniti, permetterà al vincitore del saggio finale di portare a casa una borsa di studio di 10.000 dollari. Terry riuscirà a superare le selezioni grazie anche all’aiuto del fratello Paul, ma lungo la sua strada dovrà superare numerosi ostacoli tra cui l’opposizione totale del padre, un lutto familiare che la segnerà profondamente, il rapporto con i suoi insegnanti e con i suoi coetanei, il blocco creativo che sopraggiunge tutte le volte che si trova a esibirsi di fronte al pubblico. Durante un’estate indimenticabile, Terri sperimenterà quanto sia forte la sua passione per la musica e quanto sia difficile vivere in una grande città, ma scoprirà anche l’amore…

 

PASSION, di Mel Gibson – USA 2004

Dopo “L’uomo senza volto” (1993) e “Braveheart” (1995), Mel Gibson mette in scena un progetto che meditava da tempo: “Dodici anni fa ho avuto una profonda crisi. In quel periodo di confusione e di dolore ho capito che avevo bisogno di un grande aiuto. Ho trovato conforto rileggendo i vangeli, in particolare la Passione. E’ allora che mi è venuta voglia di farne un film”.

La pellicola inizia evocando un passo emblematico di Isaia: “Molti si stupirono di lui tanto era sfigurato per essere d’uomo il suo aspetto… Eppure si é caricato delle nostre sofferenze, si è addossato i nostri dolori… Era come un agnello condotto al macello” (cfr. Is 54). Citazione che in qualche modo indica la specifica prospettiva del regista, che così si inserisce di fatto nella lunga frequentazione che la settima arte intrattiene con la vicenda di Gesù. Il desiderio di rappresentare il sacro, di dare forma al mistero di Dio rivelato in Gesù non solo è un’aspirazione legittima, ma risponde anche ad un’esigenza della fede cattolica che riconosce nell’incarnazione del Figlio di Dio la rivelazione piena e definitiva del Padre. Da qui scaturirono, nelle varie espressioni artistiche (dalla pittura alla scultura, e assai più tardi nel cinema), modi differenti per rappresentare la vita di Gesù che corrispondono ad altrettante personali interpretazioni di tale vicenda. La molteplicità delle stesse rappresentazioni cinematografiche compongono ormai una sorta di antologia visiva che, mentre contribuisce ad accedere a parte almeno del mistero di Gesù, nel contempo attesta la relatività e la precarietà di qualsiasi interpretazione rispetto alla verità di Gesù. Alla Chiesa stessa non è bastato un vangelo -ne ha infatti ben quattro- e questo, certo, non per debolezza o imprecisione narrativa quanto piuttosto per una necessaria polifonia nel consegnarci la pienezza della verità sulla figura di Gesù.

E’ necessario dunque, per accostarsi a “The Passion”, assumere la consapevolezza che il cinema non si incarica primariamente di uno sguardo documentaristico sulla realtà. Anche quando si ispira ad una vicenda storica, il cinema col suo gioco di sguardi e di finzione mette in campo una peculiare forza trasfiguratrice di quella vicenda, a partire dall’immaginazione e, non indifferente, dal modo personale di rileggere quanto sarà rappresentato e dunque dal contesto culturale nel quale l’autore vive (basti pensare ai differenti contesti per film come l’americano ‘Jesus Christ Superstar’ -1973- di Norman Jewison e l’italiano ‘Vangelo secondo Matteo -1964- di Pier Paolo Pasolini). In questo caso Mel Gibson, basandosi sui quattro vangeli, su qualche fonte apocrifa e sugli scritti della mistica tedesca Anna Caterina Emmerick, mette in scena il dramma delle ultime dodici ore della vita di Gesù (ruolo interpretato dal trentatreenne Jim Caviezel), nelle quali la tensione drammatica di quella intera vita trova il proprio compimento. La prospettiva dunque di Gibson non si colloca nell’alveo della classica iconografia di stampo romantico (di cui ‘Gesù di Nazareth’ -1977- di Franco Zeffirelli é codificazione esemplare) e opta decisamente per un’interpretazione del volto sfigurato di Gesù evocante le rappresentazioni iconografiche del cinquecento e del seicento.

In questo scenario si spiega il ricorso a due lingue, come l’aramaico e il latino, che pur non potendo avere alcuna valenza documentaristica, conferiscono tuttavia al film una ineludibile intensità. Stratagemma, quello delle lingue, che, unitamente al recupero di alcune varianti della devozione tradizionale, assegna all’opera di Mel Gibson una tensione drammaturgica di grande rilievo.

La narrazione procede secondo le scansioni classiche della via crucis, dall’incontro con la Veronica alle cadute di Gesù sotto il peso della croce. Dosando inoltre con una certa sapienza l’uso del ‘flash back’ sull’infanzia di Gesù e più spesso ancora centrando con efficacia sull’ultima cena, il film suggerisce una lettura unitaria della vicenda storica di Gesù, in particolare un’unicità di sguardo sullo stesso mistero di salvezza. Infatti si inscena con raffinata delicatezza il rapporto di Gesù con Maria -straordinaria l’interpretazione di Maia Morgenstern- rapporto che trova il suo culmine nell’abbraccio di pietà della deposizione. Efficace è anche il profilo con cui si evocano i vari personaggi; seppur va segnalato che l’inevitabile processo di schematizzazione dei ruoli non deve condurre a fraintendimenti: ad esempio, la responsabilità della condanna inflitta a Gesù non è di un popolo, ma dell’intera umanità peccatrice, cui peraltro non mancano di rinviare i vari soggetti coinvolti.

Accanto alle particolari “soggettive” su Gesù, si ricorda l’inquadratura dall’alto situata qualche istante prima della morte sul Calvario, che ad un tratto si trasforma in goccia d’acqua: cadendo vertiginosamente sulla terra accanto alla croce di Gesù, segna l’inizio del terremoto e la rovina del tempio. Una inquadratura che può evocare il pianto di Dio sul figlio Gesù che sta morendo. Allo stesso regista capiterà di affermare: “Il vero messaggio del mio film è il perdono. La lacrima di Dio che piove dal cielo nel momento in cui Gesù muore significa questo”.

Uno degli aspetti che richiede una qualche precisazione è costituito dalla rappresentazione che si fa della violenza su Gesù. “Quello che mi ha sempre colpito della Passione – ammette Mel Gibson – è stata la capacità di Gesù Cristo, diventato uomo, di sottoporsi a una sofferenza indicibile per amore dell’umanità. Non potevo non mostrarla in tutta la sua forza e fin nei particolari. Forse sono le immagini più scioccanti che abbia mai visto in un film, ma dovevo farle vedere”. Dinanzi però a sì tanta violenza, enfatizzata non solo da immagini continuamente reiterate ma anche dall’utilizzo del ‘rallenty’, è il caso di rammentare che la morte di Gesù in croce ci salva non per la quantità del dolore subito -per quanto incalcolabile- ma per il fatto che Gesù ha vissuto l’infamante patibolo e l’immenso supplizio in assoluta fedeltà al Padre e in piena apertura d’amore all’umanità. La prospettiva della risurrezione, che nei Vangeli é la chiave di tutto, non può circoscriversi all’inquadratura conclusiva, in quanto costituisce il codice interpretativo interno dell’intera passione.

Utilizzazione

Il film, utilizzabile nella programmazione ordinaria, richiede adeguate avvertenze in caso di presenza di bambini e ragazzi. E’ da auspicare il supporto di una qualche mediazione perché la visione possa risultare la più proficua possibile. Il film si colloca nell’ambito della fruizione culturale ed estetica e comunica una sua forte convinzione religiosa. Può pertanto costituire un’occasione per risvegliare interrogativi sul significato della persona di Gesù e affrontare aspetti della sua vita e missione, che necessitano tuttavia di altri contesti, propriamente catechistici e in senso ampio ecclesiali, per essere colti adeguatamente.

 

PRECIOUS – USA 2009 – Drammatico – 109 min.      (degrado e violenza familiare)

Locandina Precious

Precious Jones ha diciassette anni, un corpo obeso e un figlio nel ventre (il secondo ed entrambi sono frutto di incesto). A scuola viene derisa dai compagni anche perché non ha ancora imparato a leggere e scrivere. A casa la madre non solo non la difende dalle violenze paterne ma la accusa di averglielo rubato oltre a cercare di ostacolare in ogni modo i suoi tentativi di riscatto dall’ignoranza. Precious però, solo apparentemente ottusa, tiene duro. Accetta l’offerta di iscriversi a una scuola con un programma speciale dove finalmente comincia ad apprendere come leggere e scrivere e, soprattutto, decide di tenere il bambino. La strada verso l’autodeterminazione non è però facile.

Ispirato a un romanzo di Sapphire il film non ha nulla di letterario. Questa storia di ordinaria violenza domestica e sociale è narrata con uno stile decisamente originale e si avvale di una protagonista che riesce a trasformare il proprio problema fisico in una risorsa di indubbio impatto. Se vedendola comprendi come il mondo che la circonda possa trovare più di un’occasione per deriderla, la regia riesce a farti aderire immediatamente all’universo dei suoi desideri non facendo ricorso a un facile pietismo ma lavorando sul suo immaginario. Precious è una ragazza di diciassette anni prigioniera di un corpo fuori misura che però non si sogna magra. Il suo universo ideale ha altri territori in cui cercare percorsi diversi da quelli ormai a lei ben noti della brutalità di una vita in cui domina l’ignoranza. Perché il regista riesce a farci quasi respirare un clima saturo di un odio e di una perfidia dettati dalla totale mancanza di un benché minimo orizzonte culturale. Lo fa però con la leggera profondità di chi sa che si può trovare uno stile piacevole per proporre riflessioni su temi gravi. Riuscendoci.

 

REMEMBER THE TITANS – IL SAPORE DELLA VITTORIA – USA 2000 – Dramm. – 113 min.

Locandina Il sapore della vittoria

Nel 1971, ad Alexandria, Virginia, il dipartimento scolastico decide di accorpare due licei frequentati, separatamente, da studenti bianchi e da neri. La piena integrazione e la tolleranza razziale sono due obiettivi lontani e contraddittori. Le diffidenze e soprattutto, le presunte differenze sono laceranti. Investono abitudini, scelte musicali, schemi familiari, illusioni, gergo. A capo dei Titans, la squadra mista di football che è nata dalla fusione dei due licei, viene messo il nero Herman Boone che con l’aiuto del vecchio coach deve lavorare sodo per impedire scontri razziali. Più forte dei pregiudizi; più forte di barriere e divisioni, l’integrazione alla maniera di coach Boone ha un solo traguardo. E, a suggellare questo nuovo modo di intendere le relazioni sociali e la civile convivenza, viene lo sport. Ma solo dopo, stavolta, viene lo sport.

 

QUASI AMICI – Francia 2011 – Commedia – 112 min. 

Locandina Quasi amici

La vita derelitta di Driss, tra carcere, ricerca di sussidi statali e un rapporto non facile con la famiglia, subisce un’impennata quando, a sorpresa, il miliardario paraplegico Philippe lo sceglie come proprio aiutante personale. Incaricato di stargli sempre accanto per spostarlo, lavarlo, aiutarlo nella fisioterapia e via dicendo Driss non tiene a freno la sua personalità poco austera e contenuta. Diventa così l’elemento perturbatore in un ordine alto borghese fatto di regole e paletti, un portatore sano di vitalità e scurrilità che stringe un legame di sincera amicizia con il suo superiore, cambiandogli in meglio la vita.

 

SCHINDLER’S LIST – USA 1993 – Drammatico – 200 min. 

Locandina Schindler's List

Tratto dal libro di Thomas Keneally è la vera storia di Oscar Schindler, industriale tedesco, che nel 1938 capisce che è bene legarsi ai comandanti militari. Li frequenta nei locali notturni, offre bottiglie preziose. Quando gli ebrei sono relegati nel ghetto di Cracovia Schindler riesce a farsene assegnare alcune centinaia come operai in una fabbrica di pentole. All’inizio sembra sfruttarli, in realtà li salva. Di fronte alla persecuzione tremenda, il tedesco trasforma quella sua prima iniziativa in una vera missione, fino a comprare letteralmente le vite di quasi milleduecento ebrei (la famosa lista) che sicuramente morirebbero nel campo di Auschwitz.

Film concepito e costruito per essere definitivo, come memoria, opera d’arte e documento. La qualità cinematografica è altissima.

 

SETTE ANIME – USA 2008 – Drammatico – 125 min. 

Locandina Sette anime

Ben Thomas è un giovane uomo che ha commesso un tragico errore. Ossessionato dalla sua colpa è deciso a redimersi risanando la vita di sette persone meritevoli. Osservate e individuate le sette anime, Ben si prende amorevolmente cura di loro, donandogli una parte di sé e una seconda possibilità. Sarà però la bella Emily Posa, colpita al cuore da Ben e da (gravi) scompensi cardiaci, a innamorarlo e a distrarlo dal suo disegno originale. A Ben non resterà che decidere se tornare a vivere o lasciare vivere.

 

SILENCE – USA 2016 – Drammatico – 161 min. 

1633. Due giovani gesuiti, Padre Rodrigues e Padre Garupe, rifiutano di credere alla notizia che il loro maestro spirituale, Padre Ferreira, partito per il Giappone con la missione di convertirne gli abitanti al cristianesimo, abbia commesso apostasia, ovvero abbia rinnegato la propria fede abbandonandola in modo definitivo. I due decidono dunque di partire per l’Estremo Oriente, pur sapendo che in Giappone i cristiani sono ferocemente perseguitati e chiunque possieda anche solo un simbolo della fede di importazione viene sottoposto alle più crudeli torture. Una volta arrivati troveranno come improbabile guida il contadino Kichijiro, un ubriacone che ha ripetutamente tradito i cristiani, pur avendo abbracciato il loro credo…

Il film, basato sul romanzo di Shusaku Endo del 1966, esamina il problema spirituale e religioso del silenzio di Dio di fronte alle sofferenze umane.

 

STILL ALICE – USA 2014 – Drammatico – 99 min.    (Alzhaimer)

Locandina Still Alice

Alice Howland è moglie, madre e professoressa di linguistica alla Columbia University di New York. Alice ha una bella vita e tanti ricordi, che una forma rara e precoce di Alzheimer le sta portando via. Confermata la diagnosi dopo una serie di episodi allarmanti, che l’hanno smarrita letteralmente in città, Alice confessa al marito malattia e angoscia. La difficoltà nel linguaggio e la perdita della memoria non le impediranno comunque di lottare, trattenendo ancora un po’ la donna meravigliosa che è e che ha costruito tutta la vita.

 

THE BLIND SIDE – IL LATO CIECO – USA 2009 – Drammatico – 128 min.

Locandina The Blind Side

Michael Oher, detto Big Mike per la sua imponente statura, è un adolescente della periferia di Memphis, abbandonato a se stesso da un padre sconosciuto e una madre tossicodipendente. Quando un suo amico lo introduce all’allenatore della Wingate Christian School come giovane promessa dello sport, questi fa di tutto perché Big Mike venga accettato dalla scuola a dispetto degli scarsi risultati ottenuti nei test attitudinali. Questo ragazzone di colore solitario e silenzioso che pulisce la palestra dopo ogni incontro sportivo e indossa sempre la stessa t-shirt, attira le attenzioni della famiglia Tuohy e in particolare di Leigh Anne, risoluta arredatrice dal cuore d’oro e dall’abbigliamento impeccabile, che una sera decide di accoglierlo sotto il suo tetto.

 

THE BLUES BROTHERS – USA 1980 – commedia – 133 min. 

Tre anni dopo essere finito dietro le sbarre, il rapinatore armato Jake Blues viene liberato per buona condotta. Ad attenderlo fuori dal carcere c’è il fratello Elwood, una ex fidanzata inferocita, la notizia che l’orfanotrofio dove sono cresciuti sta per essere chiuso e l’illuminazione divina. Convinti di essere in missione per conto di Dio i Blues brothers riuniscono con le buone e le cattive la vecchia band e organizzano un grande concerto benefico mentre fuggono da polizia, una banda di musicisti, il proprietario di un locale e i nazisti dell’Illinois che li vogliono fare fuori.
Forti dell’esperienza televisiva e dei concerti macinati in attesa di portare i due irriverenti personaggi sul grande schermo, John Belushi (Jake) e Dan Aykroyd (Elwood) fissano per sempre nell’immaginario collettivo la moda dell’abito nero completo di cravatta, cappello e occhiali da sole e si lanciano a tutto gas per le strade di Chicago a bordo della loro Bluesmobile, seminando macchine della polizia e caos in nome di Dio. La sceneggiatura si basa principalmente sulla carica comico-demenziale della coppia, la sua prepotente presenza fisica e mimica, i balli molli e disarticolati e le canzoni che sono eseguite in veri e propri videoclip d’annata – su tutte Think di Aretha Franklin – o dal vivo con la banda. È la musica che determina il ritmo dell’azione e delle gag e fa (s)correre la storia attraverso le peripezie dei due debosciati e sboccati antieroi.
Film cult per eccellenza The Blues Brothers voleva essere soprattutto un omaggio alla musica nera statunitense, ma finì per cambiare la storia del cinema. Trent’anni dopo persino l’Osservatore Romano lo ha definito “memorabile, stando ai fatti cattolico”.

 

UNA SETTIMANA DA DIO – USA 2003 – Commedia – 102 min. 

Locandina Una settimana da Dio

Bruce Nolan (Jim Carrey) è un popolare reporter televisivo di Buffalo e vive una bella storia d’amore con la fidanza (Jennifer Aniston). Eppure si sente infelice.  Alla fine della peggiore giornata della sua vita, Bruce si sfoga scagliando la propria ira su… Dio. Il quale, però, decide di comparirgli in forma umana e reagire alle sue accuse sfidandolo: se Bruce è scontento di Dio allora proverà per una settimana cosa significa vivere e “lavorare” nei panni dell’Onnipotente.

 

UN MERCOLEDI DA LEONI – USA 1978 – Drammatico – 120 min.       (amicizia maschile)

Locandina Un mercoledì da leoni

Big Wednesday è suddiviso in quattro stagioni che corrispondono a quattro determinate frazioni temporali: estate 1962 – autunno 1965 – inverno 1968 e primavera 1974. In poco più di dieci anni, che non casualmente coprono la fase più importante del conflitto del Vietnam, vediamo evolversi le storie di tre campioni di surf: il biondissimo Jack (William Katt), l’alcolista Matt (Jan-Michael Vincent) e l’irascibile Leroy (Gary Busey) “the masochist”.

John Milius trasforma la prateria in oceano e i cavalli in tavole da surf e indirettamente disegna un ritratto generazionale di eroi western travolti dalle onde della vita. L’estate del 1962 si apre con il simbolico passaggio attraverso le porte del Paradiso: con una memorabile inquadratura dal basso Milius accompagna i tre protagonisti ad immergersi nei sogni liquidi, piccoli sovrani di un regno ancora non contaminato dall’orrore della guerra. E la guerra non è solo il Vietnam, la guerra è dappertutto: quella delle rivolte dei ghetti neri in televisione, ma anche il conflitto interiore tra la libera spensieratezza di una amicizia virile e la necessità di rientrare nei ranghi in un processo sofferto di normalizzazione.

Milius attinge a piene mani dalla letteratura e dalla pittura orientale inserendo nell’elemento acqua una nota metafisica che avvicina l’umano al divino. Nel momento in cui si tuffano nel mare della California e solcano con leggerezza e apparente facilità le grandi onde delle mareggiate, Matt Jack e Leroy assomigliano a giovani dei che si lasciano le preoccupazioni terrene alle spalle. Se è vero che già L’ultimo spettacolo (1971) di Bogdanovich e American Graffiti (1973) di Lucas avevano esplorato il passaggio dalla adolescenza alla maturità in un preciso contesto storico, John Milius affida al rapporto con l’elemento naturale la parte preponderante regalando con la sia Airflex impermeabile (montata su una tavola da surf e controllata da due operatori) immagini memorabili e ineguagliate che possono essere apprezzate solo sul grande schermo: nemmeno Point Break (1991) di Kathryn Bigelow riuscirà ad avvicinarsi alla perfezione stilistica di Milius.

Gli eroi de Il mucchio selvaggio e de I magnifici sette si infilano nei tunnel liquidi formati dalle onde con la consapevolezza di avere varcato un limite; in questa lotta con la natura si sente l’eco dell’ Hemingway de Il vecchio e il mare, asciugato di ogni concessione romantica. L’antiretorica ha una delle maggiori espressioni nell’uso degli stacchi di montaggio, nelle ellissi narrative, nell’uso parsimonioso delle parole: in questo mondo fatto da uomini soli e di soli uomini, alle donne (Penny e Sally) è relegato uno spazio non significante.

La colonna sonora equilibrata di Basil Poledouris si arricchisce di pezzi importanti come Will You Still Love Me Tomorrow? dei The Shirelles, What’d I Say di Ray Charles, The Twist di Chubby Checker e The Locomotion di Little Eva. Ci sono momenti ironici soprattutto nella prima parte: la festa dionisiaca in casa che si trasforma in rissa, la escursione goliardica in Messico, il matrimonio di Bear durante il quale viene sancito il patto di amicizia virile, gli espedienti dei ragazzi per non farsi arruolare nell’esercito. A questi si alternano sapientemente eventi drammatici come l’incidente automobilistico causato da Matt ubriaco, il funerale di Waxer, la parabola autodistruttiva di Bear e la separazione dei tre protagonisti che prendono strade divergenti. La scena di Matt Jack e Leroy che parlano al cimitero dei loro sentimenti e delle loro prospettive con intorno una moltitudine di croci tombali verrà ripresa da tanti altri registi (uno su tutti Kevin Reynolds per il suo Fandango nel 1985).

Ma se il respiro di Dio è il vento che dà la forma alle nuvole (e alle onde) allora i tre sono destinati a ritrovarsi nel Big Wednesday della primavera del 1974, il giorno di una mareggiata memorabile. Le immagini dei cavalloni altissimi e dei piccoli corpi che si ostinano a sfidarli creano un groppo in gola allo spettatore che sa quanto è labile il confine tra la vita e la morte. Il ciclo delle esistenze si apre e si chiude rinnovandosi: Jack Matt e Leroy si ritrovano a sfidare le leggi della natura sapendo di avere lasciato una testimonianza generazionale che ha fatto epoca (“abbiamo fatto epoca”). Non si può vivere nel passato ma si può fare in modo che i bei ricordi non rimangano alle spalle. I tre escono dalle porte dell’Eden con il muto sorriso di chi ha compreso: questi giovani dei sono diventati uomini.

 

UN SOGNO, UNA VITTORIA, USA 2002, Drammatico, 127 min. 

Locandina Un sogno, una vittoria

Jim Morris insegna chimica in un liceo e allena una squadra di baseball in Texas dopo che un incidente lo ha costretto dodici anni prima a rinunciare al professionismo in serie B. I giocatori della sua squadra fanno un patto con lui: se riusciranno a vincere il campionato locale, Jim tenterà di tornare al professionismo. I ragazzi si sentono talmente coinvolti in questa sfida che per la prima volta la squadra della scuola arriva al campionato nazionale e Jim, per tener fede all’accordo, deve mettersi alla prova e tentare di realizzare i suoi sogni

 

CARTONI ANIMATI

IL RE LEONE  

 

GIUSEPPE, IL RE DEI SOGNI 

 

OOPS! HO PERSO L’ARCA – USA 2015 – Animazione, 86 min. 

Locandina Oops! Ho perso l'arca…

Dave è un Nasocchione continuamente alla ricerca di nuovi luoghi dove vivere con il figlio Finny che vorrebbe invece un po’ di stabilità. Arriva però il momento di mettersi in coda, senza certificazione, per salire sull’Arca visto che i primi segnali del diluvio si sono già avvertiti. Ecco allora che i due cercano di camuffarsi per salire insieme alle regolarmente certificate Musone Hazel con la figlia Leah. L’escamotage funziona ma ben presto i due cuccioli si ritrovano, senza esserne consapevoli, su una struttura di sostegno dell’imbarcazione … proprio mentre questa sta partendo. Non si può dire che rimangano ‘a terra’ perché l’acqua sta progressivamente invadendo tutto il pianeta.

Il regista riflette sul tema della convivenza tra diversi muovendosi sul doppio livello umani-animali. Sono questi ultimi ad occupare l’intera scena considerato che Noè ha affidato al vanitoso leone il comando dell’Arca. Sono quattro i protagonisti che debbono affrontare i problemi che gli si pongono: due adulti e due cuccioli che la Natura avrebbe altrimenti tenuto lontani (madre e figlia carnivore, padre e figlio che non lo sono). Questo consente di moltiplicare i punti di vista e di far interagire, una volta tanto al cinema, adulti e ragazzi non solo sulle diversità da conciliare per raggiungere un obiettivo ma anche sui diversi ruoli. Vengono messi in rilievo i problemi e le preoccupazioni dei genitori così come quelli dei loro figli. Il tutto senza mai perdersi in soluzioni predicatorie e senza far mai calare il ritmo dell’azione che implica numerosi colpi di scena a cui offrono il loro contributo i temibili grifoni, il simpatico Obesino (una ‘lumaca’ enorme) e il loquace parassita della medesima che ha giusto il nome di… Scrocchino. Un film d’animazione nel quale adulti e ragazzi interagiscono sui diversi ruoli e sulle diversità da conciliare per raggiungere un obiettivo.

 

ZOOTROPOLIS – USA 2016 – Animazione – 108 min. 

Locandina Zootropolis

Il mondo animale è cambiato: non è più diviso in due fra docili prede e feroci predatori, ma armoniosamente coabitato da entrambi. Judy è una coniglietta dalle grandi ambizioni che sogna di diventare poliziotta, poiché le è stato insegnato che tutto è possibile in questo nuovo mondo. Nick è una volpe che vive di espedienti nella capitale, Zootropolis, dove Judy, dopo un estenuante training in accademia, approda come ausiliaria del traffico. Toccherà a loro, inaspettatamente uniti, risolvere il mistero dei 14 animali scomparsi che tutta la città sta cercando e sventare i piani di chi vuole impossessarsi del potere locale, secondo l’atavico principio divide et impera.

Zootropolis, cartone Disney, affronta di petto la tematica più attuale di tutte: l’uso della paura come strumento di governo. E va a toccare un altro degli argomenti più sensibili in ogni epoca, ovvero l’esistenza (o meno) di una predisposizione biologia al crimine per alcune razze e alcune etnie. Ma si spinge anche oltre, andando ad analizzare il rapporto fra massa ed élite, nonché l’opportunità (o meno) di sopprimere la natura selvaggia e istintiva sacrificandola all’ordine sociale, flirtando con l’eterno dilemma se nella formazione degli individui, e delle società, conti maggiormente la natura o la cultura.