Anno Liturgico 2021-2022

V DOMENICA DI QUARESIMA – ANNO C – 2022   (Giovanni 8,1-11)

In questa quinta domenica di quaresima la liturgia della Parola ci fa incontrare il brano evangelico della peccatrice perdonata.

Innanzitutto Gesù accoglie questa persona nella sua dignità, ossia come donna. Non guarda subito al peccato (non chiede spiegazioni, non interroga, non esige scuse), ma alla sua dignità di creatura, di figlia di Dio. Scorrendo il vangelo vediamo che Gesù non fa “finta di niente”, non dice che non è successo nulla: il male resta male, eppure a questa donna viene ridonata la dignità, dandole una nuova possibilità di riscatto e di vita.

Gesù non condanna: “non sono venuto per condannare, ma per salvare il mondo”, per ridare nuove opportunità, per rimettere in carreggiata.

Interessante notare che mentre scribi e farisei prendono a pretesto il caso di questa donna, Gesù scriva per terra (v.6b-8): molti esperti della Bibbia hanno tentato di decifrare questo gesto di Gesù e ne sono nate diverse interpretazioni: una di queste, (oltre a quella di Gesù che si rivela come “creatore” perché ricrea questa donna donandole il perdono) fa riferimento alla pazienza, alla mitezza, al “saper aspettare di Dio” la nostra conversione a Lui. Un Dio che non ha fretta; un Dio che offre gli strumenti e che poi attende pazientemente che gli esseri umani facciano il loro cammino.

Questa donna è stata scoperta a commettere adulterio: adulterare è un verbo che indica lo spezzare di un legame, di una promessa. Gesù ci aiuta a ricostruire i nostri legami con il perdono e l’amore.

Lasciamoci amare, lasciamoci guarire, lasciamoci incontrare, incrociare, se volete “incidentare” dall’amore di Cristo affinché le nostre ferite diventino vie di salvezza, di rinascita, di risurrezione.

IV DOMENICA DI QUARESIMA – ANNO C – 2022    (Luca 15,1-3.11-32)

Il vangelo di questa domenica ci presenta la famosa parabola del “Padre misericordioso”: Gesù, di fronte agli scribi e ai farisei con un semplice ma intenso racconto rivela il vero volto di Dio: non un Dio giudice implacabile e freddo ma un padre che salva, che accoglie, che riabilita, che rigenera, che da nuove opportunità di vita.

Questo padre ha due figli. Qual è la caratteristica di questi due giovani (tra l’altro molto diversi tra loro)? E’ che nessuno dei due ha capito chi è “papà”; nessuno dei due riesce ad abitare la casa paterna perché hanno in testa un’idea del padre che non corrisponde alla realtà. E tutti e due si perdono.

Il primo ha in testa l’idea del “padre padrone”, e allora cosa faccio? Scappo di casa e vivo la mia libertà lontano da mio padre. Questa libertà, essendo illusoria, lo porta ad autodistruggersi, ad annientarsi come figlio e come uomo.

Il secondo è preso dalle cose da fare, dal lavoro, dal mandare avanti “la baracca” fino al punto che non riesce più a riconoscere l’amore che suo padre ha nei suoi confronti; e non percependo più questo amore non riesce neanche a perdonagli il fatto che il padre ha perdonato il figlio minore che è tornato.

Due figli che devono ritrovare il rapporto con il padre.

La quaresima è il tempo che la Chiesa ci offre per trovare o ritrovare il nostro rapporto con Dio e l’immagine più vera e autentica di Dio. E questo volto solo Gesù può rivelarcelo, perché Lui è il vero Figlio di Dio, Lui solo può insegnarci chi è Dio, come si comporta, come sceglie, come agisce, cosa pensa. E lo ha fatto in maniera splendida attraverso questa narrazione, che è un capolavoro letterario ma anche di psicologia e di sapienza umana.

Ecco allora che Gesù ci presenta il vero volto di Dio:

  • Un Dio che soffre quando i suoi figli si allontanano da Lui.
  • Un Dio accogliente e non “distanziante” né tantomeno distaccato.
  • Un Dio che rispetta, sempre, la libertà dei suoi figli;
  • Un Dio capace di gioire e di far festa quando i suoi figli riconoscono il loro peccato e riescono a capire il suo modo di agire (l’esperienza della conversione);
  • Un Dio che ama in modo incondizionato, gratuito, immeritatamente: “Dio ti ama non perché sei buono e bravo, ma amandoti ti rende capace di bontà, di misericordia e di santità”.
  • Un Dio dal cuore di padre.

Ultima sottolineatura: interessante notare che la frase più bella che il Padre dice nel racconto non è rivolta al figlio minore, bensì a quello maggiore: “figlio, tutto ciò che è mio è tuo”. Questa è la più grande promessa e la più grande eredità che siamo chiamati ad accogliere, a custodire, a far crescere: i beni di Dio sono anche i nostri: la vita di Dio può essere anche la nostra, se ci apriamo alla sua grazia e al suo amore.

II DOMENICA DI QUARESIMA – ANNO C – 2022    (Luca 9,28b-36)

Vangelo della trasfigurazione di Gesù sul monte Tabor.

Anzitutto possiamo dire che Gesù non gioca a fare il mago… non è questione di magia!

Gesù prende con sé tre dei suoi discepoli (probabilmente quelli più intimi, quelli più vicini a lui oppure quelli che avevano più bisogno di un gesto del genere) e si trasfigura.

Cosa vuol dire il verbo “trasfigurarsi”? Significa proprio quello che ci dice il vangelo: cambiamento del volto. Un volto, quello di Gesù che diventa luminoso, e diventando luminoso rivela la sua gloria (l’identità) di Figlio di Dio.

Dicevamo, non è questione di magia. Perché? Ci viene in aiuto ancora il brano evangelico: Gesù sale sul monte… a pregare. E’ la preghiera, il suo rapporto con Dio che lo trasfigura, che rende il suo viso sereno di fronte alle sofferenze e alle difficoltà che di lì a poco dovrà subire; ma anche un volto determinato, serio, “duro” (dice il vangelo), ovvero sicuro di sé, per compiere fino in fondo la missione che gli è stata data dal Padre e che liberamente ha deciso di portare a termine, a compimento.

Perché Gesù decide di trasfigurarsi? Per preparare i discepoli allo scandalo della passione e della morte in croce.

Gesù offre a Pietro, Giacomo e Giovanni una sosta rigenerante; la luce e la forza che provengono dalla sua persona darà ai suoi amici il coraggio necessario per affrontare i momenti più bui, dolorosi, umanamente incomprensibili.

E con questa forza poi, tutti e quattro ritornano, scendono dal monte, cioè ritornano alle fatiche della vita quotidiana, rinfrancati, ristorati, rafforzati da ciò che hanno visto, udito, sperimentato.

Così è anche per noi: la quaresima che la Chiesa ci fa vivere; la Parola che illumina il nostro vissuto, l’Eucarestia che celebriamo… “pane del cammino”… sono tutti segni anticipatori, profetici, che annunciano la risurrezione di Cristo (e la nostra).

E poi, di questi segni “luminosi”, ce ne sono tanti altri, che solo con gli occhi illuminati e rischiarati dalla preghiera, possono vedere:

  • La generosità di tanta gente in queste settimane di emergenza umanitaria dovuta alla guerra…
  • L’aiuto reciproco che ci stiamo dando…
  • Il senso di solidarietà che si sta diffondendo…
  • Tanti cuori e tanti mani che si aprono…

Spiragli di luce che anche noi, come cristiani siamo chiamati a cogliere e a realizzare, a patto che restiamo in relazione con Dio… altrimenti ci ritroveremmo a sperimentare la cecità, del cuore e della vista…

Tanti segni luminosi, ma anche segni tenebrosi, bui (oltre a quello della guerra). Mi riferisco in particolare a ciò che è avvenuto qualche giorno fa alla camera dei deputati del nostro parlamento italiano, ovvero la prima approvazione del disegno di legge sul fine vita, che se approvata definitivamente al senato e senza modifiche, permetterebbe e giustificherebbe il suicidio (e neanche assistito…) ma volontario(!): una persona ammalata gravemente (la “diagnosi” della gravità della malattia sarebbe nelle mani del medico oppure anche del paziente… e già questo è un problema, perché un malato grave può essere anche poco lucido…) potrebbe decidere autonomamente di ingerire farmaci per porre fine alla sua vita.

Uno stato democratico e di diritto, una comunità dovrebbe invece far di tutto perché la sofferenza non si trasformi mai in morte; bisognerebbe aiutare le persone non a “darsi la morte” ma offrire loro “ragioni di vita”, accompagnando a trovare, a cercare, seppur faticosamente, un senso alla sofferenza… perché il soffrire non è un incidente di percorso da rimuovere o da buttare nel cestino, ma è una sfida da affrontare, con l’amore, con i legami che abbiamo, con quella rete di relazioni che salvano la vita….

Perché un essere umano che sceglie liberamente di morire (o meglio di togliersi la vita) E’ UNA SCONFITTA PER TUTTI. La morte di una persona non è solo un fatto privato (come pensano in tanti) ma riguarda tutta la collettività.

Chiediamo al Signore, con la luce che proviene dalla sua trasfigurazione e dalla sua Pasqua, di illuminarci e di aiutare il nostro discernimento (e quello di chi ci governa) per poter promuovere, sempre la cultura della vita (che di morte ce n’è già abbastanza senza che la andiamo a cercare o a provocare).

I DOMENICA DI QUARESIMA – ANNO C – 2022   (Luca 4,1-13)

Domenica delle tentazioni. Filo conduttore, chiave interpretativa è il ritornello del salmo responsoriale: «resta con noi, Signore, nell’ora della prova».

Il brano di vangelo che abbiamo appena ascoltato ci ha raccontato di Gesù che viene tentato (viene messo alla prova) da satana nel deserto.

Satana: nei vangeli non viene mai presentato come Dio del male ma piuttosto come l’ingannatore, il tentatore, l’imbroglione, l’astuto, il furbo. E’ interessante questo perché anche nella nostra vita è difficile che il male si presenti come ‘male’. Di solito bussa alla porta e sta con noi come un male camuffato in bene, come un qualcosa che in apparenza è bene per me, tuttavia scava dentro e prepara la mia distruzione, il mio annientamento, la mia infelicità.

E’ la dinamica di tutte le idolatrie (pensiamo alla prima grande tentazione che troviamo in Genesi 3,6 – il mangiare del frutto dell’albero del bene e del male da parte di Adamo ed Eva): l’idolo si presenta come gradito agli occhi, appetitoso al palato, interessante al pensiero, poi incomincia a chiederti vita (il vero Dio invece la vita la dona) e ti frega!

Il deserto. Un luogo inospitale, ricco di pericoli e minaccioso ma anche un luogo dove Dio parla. Sembra proprio l’immagine del nostro mondo di oggi inquieto, destabilizzato, confuso.

Nel deserto Gesù viene tentato. Domandiamoci: quali sono le tentazioni maggiormente presenti nella nostra vita e nella vita del mondo, in questo momento storico?

La prima è quella del PESSIMISMO, DELLO SCORAGGIAMENTO E DELLA PERDITA DI SPERANZA. Tutto va male e non possiamo farci niente. E’ falso perché la vita non è un cieco destino da subire ma è un capo-lavoro da realizzare (ci ricorda san Giovanni Paolo II). E questa tentazione viene sconfitta stando ben inseriti e ben attaccati a Dio, come tralci alla vite. E dandoci una mano gli uni gli altri, “tutti fratelli e sorelle”.

La seconda tentazione è quella DELL’INDIVIDUALISMO E DELL’ASSOLUTIZZAZIONE DELLA VITA PRIVATA: “sto bene io e la mia famiglia; stan bene tutti”. Oggi più che mai ci sentiamo uniti gli uni gli altri, in cordata, legati da legami di umanità, di fraternità, di valori comuni, che dobbiamo difendere e far crescere.

La terza tentazione, che riguarda soprattutto noi cristiani, è quella di FARE A MENO DI DIO, ovvero di cavarcela da soli, di non aver bisogno di Lui, di essere autosufficienti o comunque di non volerlo scomodare perché ci sembra un aiuto, quello di Dio, superfluo o qualche volta insignificante. E’ un errore grave che non dobbiamo commettere.

Legata a questa, un ultima tentazione: quella del NON SENTIRCI AMATI… da Dio e dagli altri… è la sindrome di Calimero, il pulcino nero. Se non affrontata può essere molto grave e può farci molto soffrire… la soluzione che ci propone Gesù è: ama e ti sentirai profondamente amato. Perché l’amore donato riempie le riserve e i caveaux dell’amore!

Gesù di fronte alle tentazioni, le chiama per nome, lotta, e vince. Gesù lotta e vince proprio perché lo Spirito Santo (che lo ha condotto nel deserto) fortifica il suo rapporto con Dio.

VIII domenica del T.O. – anno C – 2022            Lc 6,39-45

Il vangelo di questa VIII domenica del T.O. è la continuazione del discorso che Gesù ha rivolto ai discepoli e che abbiamo ascoltato domenica scorsa. Se vi ricordate un discorso intenso, provocatorio, intransigente, perché Gesù invitava i dodici ad amare i propri nemici.

Il brano di questa domenica lo possiamo dividere in tre parti:

la prima parte parla di cecità. Qui Gesù non intende tanto la cecità fisica quanto quella dello Spirito. Quante volte siamo stati e siamo ciechi: non riusciamo o non vogliamo vedere la volontà di Dio; i segni del suo amore per noi; le necessità dei fratelli e delle sorelle; ciechi di fronte alle sofferenze e ai bisogni del mondo; ciechi di fronte alla follia di mettere in atto una guerra solo per ampliare il proprio potere e la propria rete di influenza politica; ciechi di fronte ad un mondo in continuo cambiamento e noi come lastre di marmo, fissi sulle nostre convinzioni e sui nostri pregiudizi, pur sapendo che il Vangelo ci invita sempre alla conversione del cuore, della mente, del come vediamo e ci approcciamo al reale.

La seconda riflessione di Gesù la possiamo sintetizzare con le parole di settimana scorsa:

Non giudicate e non sarete giudicati; non condannate e non sarete condannati; perdonate e sarete perdonati; date e vi sarà ricompensato; perché con la misura con la quale misurate, sarà misurato a voi in cambio (vv.37-38).

Terza sottolineatura: la tua vita viene misurata in base ai frutti che produci. Tra l’altro Gesù ci dice che non è tanto importante produrre molti frutti; ma che quelli che produciamo siano buoni; profumino di vangelo; abbiano il gusto della fraternità, della pace, dell’amore, della misericordia, dell’altruismo, della solidarietà. Che da noi saltino fuori atteggiamenti e parole che non distruggano ma che costruiscano e gettino semi di bene, per aiutare chi ci sta vicino a crescere sull’esempio di Cristo.

Oggi è anche la giornata diocesana del nostro seminario. Preghiamo per tutti quei giovani che si stanno interrogando, stanno verificando e si stanno preparando alla chiamata al sacerdozio, ovvero ad offrire la loro vita per edificare la Chiesa, per accompagnare la fede dei fratelli e delle sorelle; per annunciare la parola viva ed eterna che è Cristo Gesù.

Oggi non è facile fare il prete. Molti sono ciechi e sordi all’invito del Signore…. Eppure altri si stanno affacciando e stanno rispondendo…. Lasciamo fare a lui e noi cerchiamo di dare una buona testimonianza di vita cristiana, di amore al Signore e di amore, collaborazione e corresponsabilità alla Chiesa. E, se Dio, lo vorrà, non farà mancare pastori secondo il suo cuore.

VII domenica del T.O. – anno C – 2022               Lc 6,27-38

In questa VII domenica del T.O. Gesù ci porta al cuore del vangelo: un annuncio, quello di oggi, forte, esigente, provocatorio, che Gesù fa ai soli discepoli, e non alla folla, perché per arrivare a questo punto occorre aver fatto un cammino.

Anzitutto Gesù chiede di superare la logica della legge del taglione: “occhio per occhio, dente per dente”. In una società ancora fortemente legate alle dinamiche dei “clan”, occorreva una norma semplice per far sì che le bande o le famiglie rivali non si uccidessero a vicenda. Serviva una legge che preservasse almeno la vita.

Poi Gesù chiede di superare la logica del tornaconto personale, tipica dei pagani: voler bene a coloro che ci vogliono bene (anche se, di per sé questa cosa non è proprio così scontata… quante volte ci accorgiamo di non riuscire a corrispondere all’amore ricevuto… e quante volte ci capita di non riuscire a voler bene proprio a coloro che ce ne vogliono e che ce lo manifestano).

Infine Gesù arriva all’àpice dell’amore, siamo al vertice, al punto più alto della proposta cristiana: amate i vostri nemici; fate del bene a coloro che vi odiano; benedite coloro che vi maledicono, pregate per coloro che vi trattano male, che vi vanno o vi hanno fatto soffrire (vv.27-28).

Gesù non sta facendo un discorso morale, tantomeno moralistico, ma teologico. Per arrivare ad amare il nemico, dice il Signore, occorre ispirarsi, abbeverarsi, nutrirsi alla sorgente dell’amore; a quella sorgente che disseta tutti, buono e malvagi, grati e ingrati; a colui che fa piovere (e dunque fa vivere) giusti e ingiusti. Occorre aver sperimentato l’amore di Dio, che Gesù ha rivelato con il volto della misericordia: siate misericordiosi come è misericordioso il padre vostro dei cieli.

Ricambiare con l’amore l’odio ricevuto; fare del bene senza aspettarsi nulla in cambio (vv.29-30) è lo stile di Dio, che Gesù ha imparato durante tutta la sua esistenza e che ha espresso in modo profondo, vero e autentico sulla croce, amando e perdonando coloro che lo stavano uccidendo, e pure ingiustamente.

Non giudicate e non sarete giudicati;

non condannate e non sarete condannati;

perdonate e sarete perdonati;

date e vi sarà ricompensato;

perché con la misura con la quale misurate, sarà misurato a voi in cambio (vv.37-38).

Parole forti, difficili da annacquare o da ridurre, tantomeno da scansare o far finta che Gesù non le abbia dette. E’ pur vero che il Signore non ci sta chiedendo di fare i “supereroi” o i “superuomini”; ci sta chiedendo di fare il cammino della fede cristiana: fidarci di un Dio che non smette di amare, e non smettendo di amare sana le ferite del corpo e dell’anima di tutti i suoi figli che gle lo chiedono. Un cammino di riconciliazione e di pace interiore che tutti siamo chiamati a percorre, con le nostre fatiche, difficoltà, slanci e interruzioni, ma sempre rivolti al volto di Dio, che (dovremmo averlo già sperimentato molte volte) sempre ci usa misericordia.

VI domenica del T.O. – anno C – 2022       Luca 6,17.20-26

Il vangelo di questa VI domenica ordinaria ci presenta il messaggio delle Beatitudini (secondo l’evangelista Luca, che poi fa seguire i ‘guai’). Il cardinal Martini le definiva la ‘carta d’identità’ del cristiano.

Le beatitudini sono anzitutto un annuncio di felicità: beati! (makairoi). Non una felicità a buon mercato, ma una pienezza di vita e di gioia che deriva dall’aver aderito al messaggio evangelico.

E qui ci colleghiamo con la prima lettura, che fa da criterio interpretativo delle parole di Gesù. Il profeta Geremia, riprendendo la tradizione sapienziale, ci dice che ci sono due tipologie di esseri umani: chi confida solo nell’uomo, solo in stesso, nella propria autoaffermazione e nel proprio egoismo. L’aridità sarà la sua caratteristica.

La seconda tipologia di uomo è colui che confida (si fida) del Signore è il Signore è la sua fede, la sua fiducia. L’immagine usata è quella dell’albero piantato lungo un fiume, che stende le sue radici verso l’acqua corrente.

Il profeta ci sta dicendo una cosa importante: se vuoi stare in piedi da cristiano credente non devi dimenticarci di due cose:

  • Di avere radici;
  • Che queste radici abbiano una sorgente dalla quale attingere acqua, vita. Altrimenti si seccano radici e alberi.

Quali sono le mie radici? A quali sorgenti attingo acqua, vita, energia?

Interessante notare la specifica successiva: nell’anno della siccità, quest’albero che ha radici ben piantate, non smette di produrre frutti. Qual è questa sorgente capace di abbeverarci, anche nei momenti di deserto e di aridità spirituale, fisica, psicologica, esistenziale? E’ la parola di Dio! Che va bevuta, gustata, assimilata, così da produrre i suoi effetti. Dice Isaia:

10Come infatti la pioggia e la neve scendono dal cielo e non vi ritornano senza avere irrigato la terra, senza averla fecondata e fatta  germogliare, perché dia il seme a chi semina e il pane a chi mangia11 così sarà della mia parola uscita dalla mia bocca: non ritornerà a me senza effetto, senza aver operato ciò che desidero e senza aver compiuto ciò per cui l’ho mandata.

Arriviamo alle beatitudini: Beati i poveri perché vostro è il regno di Dio: ha un rapporto con Dio solo chi si riconosce povero, mendicante, bisognoso dell’amore grande e misericordioso del Signore.

Beati voi che avete fame: anche questa è una condizione dei figli di Dio. Ci si può riconoscere figli solo se sentiamo il bisogno di farci saziare dal Padre: “dacci oggi il nostro pane quotidiano”.

Beati voi che ora piangete perché riderete. Già la Bibbia, attraverso i salmi, ci dice che il lutto si trasformerà in gioia (salmo 30). Chi ha un rapporto con Dio riesce a vedere i momenti di fatica e di sofferenza non come una tegola che ti piomba a caso sulla testa ma come un’occasione, un’opportunità di crescita e di maturazione umana e spirituale. In questo rapporto trovi la forza per andare avanti.

Infine l’ultima beatitudine rivolta a coloro che sono perseguitati per la fede: riceveranno la palma del martirio. La fedeltà a Dio, al bene, al vero, al bello, al buono, al giusto verrà ricompensata.

Luca poi aggiunge i ‘guai’, e questi avvertimenti-ammonizioni sono tutte rivolte ai ‘ricchi’. Evidentemente qui né Gesù né Luca hanno l’intenzione di demonizzare la ricchezza in sé, ma quando questa diventa idolo, cioè quando non sei più tu ad avere in mano la cosa stessa ma è lei che ti possiede, togliendoti la libertà.

Gesù si scaglia contro coloro che vivono totalmente ripiegati su di sé, prigionieri del proprio egoismo e della propria autosufficienza, concentrati sulla soddisfazione immediata dei propri bisogni personali, chiusi alle esigenze dei fratelli e radicalmente ostili alla volontà di Dio e al suo amore.

La vita cristiana è proprio tutto il contrario.

V domenica del T.O. – anno C – 2022                   Lc 5,1-11

In questa V domenica del T.O. il vangelo ci presenta il brano (famoso) della chiamata dei primi discepoli secondo l’evangelista Luca. Siamo in un contesto di ascolto della Parola: Gesù è presso il lago di Tiberiade e la folla li fa ressa intorno per ascoltarlo (v.2).

Oggi è la giornata mondiale di preghiera per la vita umana: la vita per noi cristiani è sempre una chiamata che Dio ci rivolge… un appello da non lasciare andare a vuoto ma da cogliere nella sua interezza e profondità, per fare della vita, di ciascuna vita, come diceva san Giovanni Paolo II “un capo-lavoro”.

Sulle rive del lago c’erano dei pescatori. Gesù sale sulla barca di Pietro e lo invita a fare una cosa: “prendi il largo e getta le reti per la pesca”. Anche se Pietro non ha preso nulla durante la notte, si fida della parola di Gesù e la pesca è abbondantissima.

Fai salire nella tua barca il Signore e la pesca sarà abbondante! Getta la rete della fiducia in Dio e Lui la riempirà con i suoi doni!

Poi c’è la seconda parte del vangelo: al vedere questo fatto Pietro si sente indegno, si fa piccolo, si getta ai piedi di Gesù e gli dice: “non starmi vicino perché sono un peccatore”.

Noi abbiamo questa coscienza? Perché se non l’abbiamo è difficile incontrare il Signore… Se dico al buon Dio: con te sono a posto; i conti tornano; ecco che questa affermazione è già un modo per allontanare Dio dalla nostra vita perché Gesù ha detto: “sono venuto per i malati, non per i sani; non sono venuto a chiamare i giusti ma i peccatori”, in altre parole: sono venuto per chi ha bisogno di me, non per chi si crede autosufficiente.

Gesù dice a Simone: “non avere paura, da adesso in poi sarai pescatori di uomini”. Da adesso in poi… da quando ti sei fidato; da quando mi hai riconosciuto come Signore della vita, della tua e degli altri, ORA PUOI realizzare la tua vita ed essere felice.

A ciascuno di noi Gesù dice: “ti faccio pescatore di uomini”.

Pescare la vita degli altri significa farsi attenti e rispondere alle necessità, ai bisogni, alle richieste, anche ai silenzi e alle chiusure di chi ci sta vicino. Significa riconoscere la DIGNITA’ dell’altro e prendersene cura (cfr. discorso di insediamento che il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha pronunciato davanti alle camere riunite e alla Nazione).

IV domenica del T.O. – anno C – 2022               Lc 4,21-30

Il vangelo di questa IV domenica del T.O. è la continuazione di quello di domenica scorsa e riporta la seconda parte dell’evento nella sinagoga di Nazareth, che segna l’inizio della predicazione pubblica di Gesù.

Qui succede che Gesù, dopo aver annunciato che la parola proclamata (la Scrittura) si realizza in Lui, gli abitanti di Nazareth, i suoi concittadini, rifiutano questa parola e rifiutano Gesù come Messia, cioè come colui che viene a realizzare la Parola di Dio. E addirittura lo vogliono uccidere. Perché lo vogliono uccidere? Perché Gesù li ha provocati e ha smascherato la loro ipocrisia. Ma egli, dice il vangelo, passando in mezzo a loro, si mise in cammino. Cosa ci dice quest’ultimo fatto? Ci dice che la Parola di Dio, anche quando trova resistenze e difficoltà, continua la sua corsa e non si ferma davanti al rifiuto degli esseri umani.

Qui si vede bene come Gesù non vuole essere un LEADER, perché il leader cerca consenso, ama la popolarità, vuole essere seguito, apprezzato, amato, a tutti i costi. E proprio per questo detesta la critica, e ancor di più l’insuccesso o il rifiuto. Incrinano la sua immagine perfetta, riducono la sua forza di seduzione, intaccano il mito della sua imbattibilità.

Gesù invece si rivela come PROFETA, come colui che pro-ferisce le parole di Dio e fa appello alla libertà di ciascuno. E proprio facendo appello alla libertà di ciascuno, deve mettere in conto anche l’esperienza del rifiuto e dell’incredulità.

E cosa fa il profeta? Annuncia l’amore di Dio, come ci ha detto san Paolo nella seconda lettura. Paolo, parlando ai Corinzi, che, anche loro stavano vivendo dei contrasti e delle incomprensioni all’interno della comunità, dice loro: “dovete andare alla ricerca di una cosa sola, quella che resta, quella che rimane, il fondamento di tutto e il compimento di tutto: la CARITA’” (che possiamo anche tradurre con la parola “amore”).

La Carità è:

  • Magnanima: ha un cuore grande. Essere magnanimi implica il non reagire con impulsività, superficialità, senza riflessione e senza aggredire. Guarda oltre l’offesa; relativizza il piccolo momento per guardare il tutto. E’ una pazienza che punta a qualcosa di più nobile, alto, grande.
  • Benevola: benevolo è colui che vuole, desidera il bene: quando guarda la realtà, vuole tirarci fuori il bene, il bello, il buono. E’ l’arte di imparare a vedere il positivo negli altri.
  • Non è invidiosa dell’altro, dei suoi talenti, dei suoi traguardi, delle sue conquiste. L’invidia invece è la tristezza di fronte alla gioia altrui e la gioia della tristezza degli altri.
  • Non si vanta: non monta in superbia. E’ la forma di sbattere in faccia il proprio “Io” all’altro.
  • Non si gonfia: non è arrogante. Il contrario è l’umiltà.
  • Non manca di rispetto: l’amore non manipola l’altro, neanche a fin di bene.

Papa Francesco, nell’Amoris Laetitia parla di “amabilità”: l’amore detesta far soffrire gli altri, è un amore di cortesia, è un amore affabile, che entra nella vita dell’altro in punta di piedi, con delicatezza, con un atteggiamento non invasivo, che rinnova fiducia e rispetto (n.99).

  • Non cerca il proprio interesse: l’amore non è egoista; non cerca un vantaggio.
  • Non si adìra: l’amore non sfocia nella violenza. L’amore non è irritabile.
  • Non tiene conto del male ricevuto: l’amore non è rancoroso, vendicativo, accusatorio, vittimista.
  • Non gode dell’ingiustizia: siamo invece nella giustizia quando siamo nel giusto rapporto con Dio e nel giusto rapporto con i fratelli e le sorelle;
  • L’amore si rallegra della verità: dio ciò che è vero, autentico, sincero. Qui la verità non è vista come un concetto, come un’idea ma è una qualità delle azioni umane, uno “stile”.
  • L’amore tutto scusa: l’amore protegge e custodisce le cose che valgono;
  • L’amore tutto crede: l’amore dona, offre, accorda fiducia;
  • L’amore tutto spera: l’amore è cocciuto, continua a sperare anche dove sembra non esserci niente da attendere; crede alla promessa che c’è nell’altro e aspetta il compimento contro ogni di-sperazione.
  • L’amore tutto sopporta: L’amore è fermo, stabile, non molla la presa. L’amore crede al bene, sa che questo si compirà, quindi attende in maniera stabile, pazientemente.
  • L’amore non avrà mai fine, perché l’amore è Dio stesso.

III domenica del T.O. – anno C – 2022                Lc 2,1-11

Domenica della Parola di Dio, voluta da papa Francesco.

Prima domanda: perché una domenica della Parola di Dio? Perché l’abbiamo persa per strada oppure, se non l’abbiamo persa del tutto non la ascoltiamo, e facciamo fatica a farla diventare punto di riferimento per la vita e a metterla in pratica.

Seconda domanda: Cos’è la Parola di Dio? Non è un romanzo; una storia inventata; non è un libro né storico, ne scientifico, né tecnologico (non ci spiega come funzionano le cose). Non è neanche un insieme di insegnamenti morali o solamente un libro sapienziale (insegnamenti su come vivere bene); non è una biblioteca dove poter andare a cercare quello che mi serve (anche se la parola Bibbia, in latino Biblia, significa insieme di libri). Non è parola umana, una parola tra le tante, una parola che passa… “passeranno i cieli, passerà la terra, ma la tua Parola non passa”, dice un canto.

La Parola di Dio ha la pretesa, tutta cristiana, di essere una Parola che Dio mi rivolge per la mia vita; per la mia crescita umana; per la mia crescita spirituale; per la mia crescita di fede. Afferma il salmo 119: “Lampada ai miei passi è la tua Parola; Luce sul mio cammino”. (salmo 119).

La Parola di Dio è un volto, è un nome, è una persona, è Gesù. Dice la lettera agli Ebrei: Dio, che molte volte e in diversi modi nei tempi antichi aveva parlato ai padri per mezzo dei profeti, 2ultimamente, in questi giorni, ha parlato a noi per mezzo del Figlio.

E il prologo di Giovanni, che abbiamo ascoltato nel tempo di Natale afferma: la Parola si è fatta carne ed è venuta ad abitare in mezzo a noi.

E nella sua prima lettera l’apostolo Giovanni dice: 1 Quello che era da principio, quello che noi abbiamo udito, quello che abbiamo veduto con i nostri occhi, quello che contemplammo e che le nostre mani toccarono del Verbo della vita (…), noi lo annunciamo a voi, perché anche voi siate in comunione con noi. E la nostra comunione è con il Padre e con il Figlio suo, Gesù Cristo. 4Queste cose vi scriviamo, perché la nostra gioia sia piena.

Nel vangelo di Luca che abbiamo appena ascoltato Gesù inizia la sua missione pubblica ed entrando nella sinagoga apre il rotolo del profeta Isaia e nel giorno di sabato legge la parola; poi riavvolge il rotolo, lo riconsegna all’inserviente, si siede, e ne da la spiegazione: “oggi si è compiuta la parola che voi avete ascoltato”.

La Parola è Dio che si fa conoscere attraverso suo Figlio nell’oggi, nel nostro quotidiano. Cristo unisce parola di Dio e realtà umana. La Parola diventa allora un appello; una pro-vocazione.

La Parola serve la vita, perché la vita è la Parola (card. Martini). Noi siamo una parola di Dio. Ecco il secondo passaggio. Gesù HA QUESTA COSCIENZA, di essere la Parola del Padre perché gli esseri umani abbiano la vita di Dio.

Terzo passaggio: diventare parola di Dio per gli altri.

La Parola è l’oggi della nostra liberazione; è la chiave interpretativa del nostro quotidiano, è lo “strumento” che ci consente di vivere la vita come salvezza. Allora anche il tempo che stiamo vivendo diventa un’occasione, una via, una strada per crescere nella fede, nella speranza, nell’amore.

Tutto ciò che viviamo è storia di salvezza e la chiave per comprenderne il senso profondo è il Signore Gesù Cristo, Parola fatta carne.

Dall’ascoltare, al comprendere, al vivere.

Dalla Scrittura, alla Parola, all’oggi che mi è concesso di vivere.

Cerchiamo di fare questo passaggio, aiutati dall’azione dello Spirito Santo che è colui che dispone e fa nascere la Parola in noi.

II domenica del T.O. – anno C – 2022    Gv 2,1-11

Il vangelo della II domenica del tempo ordinario ci presenta il famoso brano delle nozze di Cana; brano che troviamo nel vangelo di Giovanni e che da inizio al cosiddetto “libro dei sette segni”. (Se non li conoscete, sarebbe bello andare a scovarli…). E’ un testo ricco di elementi simbolici, che tuttavia non stiamo qui ad analizzare uno per uno, altrimenti ci metteremmo troppo tempo…

Giovanni, nel suo vangelo non parla di “miracoli” ma di “segni”: segni che, se scoperti e compresi nel loro valore profondo, ci portano alla fede in Gesù.

Ecco allora il primo invito: proviamo anche noi, come “cani da tartufo”, a cercare i segni che Gesù semina nella nostra vita. Sono segni che dicono fiducia e stima nei nostri confronti; sono segni di speranza, dove ciò che manca può arrivare inaspettatamente; sono segni di festa, attraverso i quali il Signore vuole essere “collaboratore della nostra gioia”.

Gesù va ad una festa di nozze, ma la cosa strana è che qui i protagonisti non sono gli sposi, bensì Lui e sua madre, Maria.

Le nozze che si stanno celebrando (e che secondo la cultura ebraica andavano avanti giorni e giorni, addirittura, in alcuni casi, settimane) sono il legame profondo che Gesù desidera costruire con i suoi discepoli e con ciascuno di noi.

Se lo vogliamo, possiamo essere noi quegli invitati al matrimonio tra Gesù e la Chiesa; tra Gesù e il mondo. E quando questo matrimonio avviene, scatta la festa;  sperimentiamo la gioia del vangelo (prendendo in prestito le parole di papa Francesco).  

Infine l’evangelista Giovanni, parla di un “ora” che non è ancora giunta per Gesù. Evidentemente qui Gesù non ha dimenticato l’orologio. Quell’”ora” non è un’ora cronologica ma il momento in cui le cose che devono accadere, accadono; il momento in cui i fatti si svelano; il momento in cui i progetti si realizzano.

Ciascuno di noi ha la sua “ora” (che non è prima di tutto quella del ritorno o dell’arrivederci o dell’a-Dio… ci sarà tempo anche per quella… tuttavia non anticipiamo i tempi, che non è il caso…)

L’ora in cui Gesù, a Cana di Galilea, ci invita ad entrare è quella della risposta generosa e appassionata alla sua chiamata. E’ l’ora del “farsi su le maniche”; è l’ora dell’”Eccomi”, del “ci sono”; del “puoi contare su di me”.

E’ l’ora in cui mi metto in moto, inizio a camminare; è l’ora in cui si accende il fuoco della passione;

guardo la vita con gli occhi di Dio (come ha fatto Maria accorgendosi della mancanza di vino), e facendo questo, trovo la forza per rendere migliore me stesso e il mondo che abito.

BATTESIMO DI GESU’ – anno C – 2022

Festa del Battesimo di Gesù, attraverso la quale la liturgia della Chiesa ci fa concludere il tempo di Natale.

Il filo rosso di tutte queste feste è stata la manifestazione di Gesù:

  • Gesù che si è manifestato come uomo nella forma di un Bambino;
  • Gesù che si è manifestato come luce dei popoli nell’Epifania;
  • Gesù che si manifesta come Figlio amato nel Battesimo di Giovanni al fiume Giordano.
  • Gesù che si manifesterà a Cana come colui che sigilla le nozze tra Dio e il mondo.

La prima cosa che colpisce di questo fatto narratoci dai vangeli è che Gesù non aveva bisogno del battesimo di Giovanni: il battesimo del Battista era infatti un rito di purificazione per la remissione dei peccati. Allora perché Gesù si fa battezzare da Giovanni? Lo fa per una scelta ben precisa: perché sceglie di diventare Figlio (ricordiamoci che Gesù arriva al momento del Battesimo dopo i quaranta giorni di deserto).

Cosa dice a noi questo atteggiamento di Cristo? Che non nasciamo orfani; non siamo di nessuno; non ci auto-regaliamo la vita ma siamo figlio di un Dio che ci dice: “Tu sei mio Figlio amato: in te pongo tutta la mia stima e la mia fiducia”.

Noi apparteniamo a Dio e questa “appartenenza” non è sinonimo di costrizione; non è un obbligo ma al contrario è la sorgente, la condizione della nostra libertà; del nostro essere pienamente noi stessi. 

Seconda sottolineatura: con il Battesimo Gesù inizia la sua missione pubblica: Gesù inizia ad annunciare pubblicamente il vangelo.

Il nostro appartenere a Dio non è fine a stesso ma è orientato ad una missione, ad un compito, ad una vocazione: vivere la santità di Dio; vivere la santità nel nostro quotidiano.

Terza e ultima sottolineatura: Gesù non viene battezzato da solo ma si mette in fila con gli altri; un fratello in mezzo ai fratelli: qui colpisce l’umiltà e l’umanità di Gesù. Egli si spoglia di ogni saccenza, di ogni supponenza, di ogni privilegio e condivide la vita di coloro che il Padre gli ha chiesto di amare.

Cari fratelli e sorelle, per accettare di diventare ed essere figli di Dio occorre una bella dose di umiltà, come ci ha ricordato in questi giorni anche papa Francesco.

“Dio ci ha chiamati ad essere figli, e lo siamo realmente!”, dice san Paolo in una delle sue lettere.

Non sprechiamo questo dono, ma mettiamolo a frutto, per non trovarci orfani (e dunque disorientati e vagabondi, senza mèta e senza casa), per aiutare chi ci vuole bene a trovare e a gustare la paternità di Dio e per avere la forza necessaria per vivere una vita santa, semplice, umile e disponibile, collaborando con Dio affinché il vangelo cresca e produca ‘gioia cristiana’. 

EPIFANIA – 6 gennaio 2022

I santi Magi:

  1. Cercatori di Dio: cercano i segni della sua bontà… e li trovano! “Chi cerca trova”!

Siamo capaci di cercare, come “cani da tartufo” i segni della bontà di Dio nella nostra vita?

  • I magi si spogliano delle loro ricchezze per donarle a Gesù Bambino.

Per incontrare il Signore abbiamo bisogno di spogliarci della nostra superbia, del nostro orgoglio, della nostra autosufficienza, del nostro bastare a noi stessi, del nostro fare a meno di Dio…

  • I magi, per un’altra strada fecero ritorno al loro paese (Lc 2,12). Abbandonano ciò che è vecchio, ciò che ci è di inciampo e di ostacolo all’incontro con il Dio Bambino e si mettono sulla strada della conversione e dell’annuncio.

Ho annunciato in questi giorni la nascita di Gesù? Mi è capitato di invitare qualcuno, qualcuno a cui voglio bene, all’incontro con Dio nel Natale?

MARIA MADRE DI DIO – 1 gennaio 2022

Il primo giorno dell’anno Dio ci benedice: dice bene di noi. Ancora una volta Dio accorda fiducia ai suoi figli. Dio è padre, non patrigno. Non è geloso di noi, non è indifferente alla nostra felicità, ma è la sorgente e il collaboratore della nostra gioia. Saremo degni di questa fiducia?

Oggi veneriamo Maria come Madre di Dio (Concilio di Efeso, 431 d.C.). Maria è la madre dell’autore della Vita, di ogni vita. In questo tempo ancora incerto e faticoso rivolgiamole la bella preghiera della chiesa intitolata “Sub tuum presidium”: Sotto la tua protezione, cerchiamo rifugio, santa Madre di Dio: non disprezzare le suppliche di noi che siamo nella prova, e liberaci da ogni pericolo, o Vergine gloriosa e benedetta.

Oggi è anche la Giornata Mondiale di preghiera per la Pace: papa Francesco ci invita a costruire la pace a partire dai nostri ambienti di vita quotidiana: sul posto di lavoro; in famiglia, nella comunità. Chiediamo a Dio il dono della pace: per noi stessi, per la Chiesa, per le situazioni che nel mondo necessitano di una pace stabile, duratura, non frutto di fragili compromessi politici, ma frutto dell’impegno umano serio, paziente, in ascolto della volontà di Dio e perciò attento alle esigenze di tutti, a partire dai più poveri e dai più fragili.

FESTA DELLA SANTA FAMIGLIA – anno C – 2021

La liturgia ci sta facendo fare alcuni passaggi:

  • Abbiamo contemplato il mistero dell’incarnazione a Natale: Dio ha scelto di farsi essere umano;
  • Ha scelto la forma di un bambino;
  • Ha scelto la forma di una famiglia, con un papà e una mamma. Una famiglia “santa” perché Maria, Giuseppe e Gesù hanno vissuto il vangelo prima che Gesù lo potesse pronunciare.

Per questo la famiglia di Gesù viene definita “santa” e diventa modello per le nostre famiglie cristiane. Tuttavia questa scelta di Dio non è escludente.  Dio non esclude ma include. L’amore è inclusivo e non esclusivo! Allora come cristiani siamo chiamati a rispettare, accogliere e integrare tutte le forme di famiglia che la società di oggi ci presenta.

Nella santa famiglia di Nazareth Gesù cresce in età, sapienza e amore, anche se i suoi genitori a volte non lo capiscono.

Accompagnare i figli nello loro incomprensioni, fatiche e contraddizioni. Un figlio non deve essere la mia proiezione, la mia fotocopia, ma deve fare la sua vita, il suo cammino, il suo viaggio. Certo, accompagnato, sostenuto, incoraggiato dai suoi genitori e dai nonni, ma “guardando il suo volo a distanza”, senza indebite interferenze o pericolose forzature, come direbbe Battiato in una sua famosa canzone.

Infine, Gesù ha scelto di abitare la comunità: la famiglia, per esprimere tutta se stessa ha bisogno di stare e di abitare la comunità. Preghiamo per le nostre famiglie, e per la nostra comunità (cristiana e civile) affinché possano accogliere, includere, integrare e amare i propri figli.

NATALE DEL SIGNORE – 2021

Perché siamo qui stasera? Perché sono qui stasera? Questa potrebbe essere una domanda interessante (e un po’ scomoda) con cui iniziare la nostra riflessione.

Io potrei dire di essere qui, come parroco, per “dovere”: mi tocca presiedere questa Eucarestia, e allora eccomi qui… non è il massimo della risposta, ma potrebbe essere comunque una risposta…

Alcuni di voi potrebbero dire di essere qui per tradizione… “almeno a Natale, partecipo alla Messa…”

Altri di voi potrebbero dire di essere qui per nostalgia; cercatori di una parola buona, di uno sguardo buono, di una speranza affidabile…

Alcuni di voi potrebbero essere qui stasera per trovare un po’ di pace, in mezzo al gran casino che è la vita…

Altri di voi potrebbero essere qui per deporre sull’altare della mangiatoia di Gesù le loro sofferenze, stanchezze, fatiche, ansie, preoccupazioni del momento; spossatezze, fallimenti, cadute…

Alcuni di voi potrebbero essere qui stasera per ritrovare, per approfondire, per far crescere il rapporto con Dio…

Alcuni di noi potrebbero mettere insieme tutte queste motivazioni e far saltar fuori un bel cocktail shekerato di risposte più o meno consapevoli o inconsapevoli…

Qualunque siano le motivazioni per cui stasera ciascuno di noi è qui, questa sera, a celebrare il Natale del Signore, una cosa è certa: siamo qui perché Qualcuno ci attende.

Noi pensiamo che siamo noi ad attendere Dio; invece è Lui che ci attende; è Lui che ci viene incontro; è ancora Lui che ci tende la sua mano e ci propone di accoglierlo nella nostra vita.

Dio si fa uomo e lo fa prendendo, assumendo la forma di un bambino.

Un bambino ha bisogno di tutto; è dipendente in tutto; un “cucciolo d’uomo” è la cosa più fragile che possa esistere su questa terra. Prendendo questa scelta, Dio ci invita a non aver paura della nostre fragilità, ma al contrario di essere convinti che possano diventare i nostri punti di forza. Ce lo insegna anche la figura di san Giuseppe che abbiamo incontrato nel vangelo della messa vigiliare: forte, tenace, mite nelle difficoltà.

Ricevere un bambino è anche un’esperienza tosta, impegnativa: proprio perché dipendente in tutto, un neonato ha bisogno di continue attenzioni, di cure premurose che richiedono impegno e sacrificio. Per un bambino infatti i genitori sacrificano tempo, energie, la propria vita.

Quando arriva un bambino in famiglia prende tutto lo spazio: un bambino, seppur così piccolo, è ingombrante; talvolta rompiscatole, addirittura può diventare, in alcuni momento, insopportabile.

Eppure un bambino ti cambia la vita. E te la cambia in meglio.

Carissimi, in questa notte santa guardiamo a Gesù Bambino:

ha un volto sereno, nonostante sappia, o almeno intuisca le fatiche che da lì a pochi giorni lo attenderanno e lo accompagneranno per tutta l’esistenza terrena. Impariamo da Dio a cercare serenità nella tempesta!

Ha le braccia e le manine aperte: è un Dio curioso, non chiuso in se stesso ma aperto alle necessità e all’aiuto di tutti.

Ha le gambine e i piedi che scalpitano, sempre in movimento: non vuole star fermo, non può star fermo;  vuole vivere la sua vita, sapendo che non sarà una passeggiata.

Carissimi, guardiamo a Cristo Bambino.

Perché guardare a Gesù Bambino?

Per rispecchiarsi in Lui.

Perché Gesù infante ci rivela la parte migliore, più bella, più sana, più autentica, più vera di noi stessi.

Signore Gesù, nato a Betlemme Bambino,

siamo stanchi e spossati;

camminiamo in maniera incerta e confusa.

Fa’ che l’essere qui stasera, insieme,

ci sostenga gli uni gli altri.

E fa’ che, guardando a Te, possiamo rispecchiarci in te

e ritrovare così la nostra parte migliore.

Amen, così sia.

IV domenica di Avvento – anno C – 2021        (Lc 1,39-45)

Ci avviciniamo al Natale di Gesù e la Parola di Dio di questa quarta e ultima domenica di avvento ci offre alcune indicazioni e ci da alcuni spunti di riflessione.

La prima lettura che abbiamo ascoltato è la profezia di Michea, che annuncia il luogo della nascita del Messia: a Betlemme di Giudea, così piccola tra i villaggi della regione (a quel tempo infatti Betlemme non si trovava neanche nelle cartine geografiche; tuttavia nella Bibbia è citata perché è la città del Re Davide).

Poi si parla di un parto: “colei che deve partorire, partorirà”: il riferimento è sempre al re Davide, ma noi cristiani lo leggiamo come annuncio della nascita di Gesù. Infine, dice la profezia, “colui che nascerà pascerà il suo popolo con la forza del Signore e la gente abiterà sicura perché il Messia sarà grande e portatore di pace”.

Nella seconda lettura troviamo la citazione di san Paolo: “mi hai dato un corpo, o Dio, per fare la tua volontà”. E’ lo scopo, il fine del mistero dell’incarnazione: cosa viene a fare Gesù nel mondo? Viene a rivelare, a far conoscere, a comunicare il vero volto di Dio, “affinché tutti lo possano incontrare”.

Il vangelo ci ha narrato l’episodio della visitazione: Maria, arca della nuova alleanza, porta Gesù fuori dai confini tradizionali. Così anche noi, nel mistero del Natale siamo chiamati a “far nascere Gesù in noi” e a portarlo; ad annunciare la Buona Notizia. Maria porta il Bambino nel grembo con la forza della fede; noi lo portiamo sulle spalle della nostra fragile e preziosa vita; proviamo a custodirlo nel nostro cuore ingolfato e stanco; lo mettiamo come motore per far muovere le nostre mani e le nostre braccia nel fare il bene. Perché, come diceva un saggio scrittore antico, “noi siamo l’unica Bibbia che i popoli leggono ancora”. Che questa Bibbia, che questo lieto annuncio, che questa messaggio di gioia, possa arrivare a tutti, attraverso la nostra bella e semplice testimonianza cristiana.

III DOMENICA DI AVVENTO – anno C – 2021        (Lc 3,10-18)

In questa terza domenica di Avvento la chiesa ci fa Gioire (in latino viene chiamata la domenica del “gaudete”, della gioia). Qual è il motivo della gioia? E’ che il Natale si avvicina, il ricordo del mistero dell’incarnazione si fa più vivo, cresce l’attesa, si mette in moto la speranza. Tutto questo perché? Perché non siamo soli ma abbiamo dalla nostra parte un “Dio vicino”, direbbe il papa emerito Benedetto XVI; un Emmanuele, un “Dio-con-noi” direbbero i vangeli.

Il protagonista di questa terza domenica di avvento, come del resto domenica scorsa, è ancora Giovanni il Battista, il quale si trova di fronte alle folle che lo interrogano e gli chiedono: “Maestro, che cosa dobbiamo fare?”(v.12)

La venuta del Figlio di Dio esige una conversione, diceva Giovanni nel vangelo di settimana scorsa. E questa conversione la si vede dalle azioni che compi, dallo stile che hai, dagli atteggiamenti che vivi (…non è solo essere “brave persone”…)

Che cosa dobbiamo fare? Domanda successiva, che ci sta, ma che deve essere preceduta da: “Chi e come devo accogliere?

Giovanni poi passa al concreto. Alle folle dice: “chi ha due tuniche ne dia una a chi non ne ha e chi ha da mangiare faccia altrettanto” (v.11). E’ lo stile della condivisione: se hai dona, condividi; se non hai, prendi.

Ai pubblicani (i pubblici peccatori, molti esattori delle tasse per conto di Roma): “non esigete più di quanto è stato fissato” (v.13): non fate gli strozzini, i disonesti, siate giusti… nel vostro lavoro!

Ai soldati: “non maltrattate”: non usate violenza, né fisica né verbale, “e non estorcete niente a nessuno”: non rubate! “Accontentatevi dei vostri stipendi” (v.14), ovvero siate lieti di quello che avete e ringraziate di avere un lavoro, una casa, una famiglia, un sostentamento…

Giovanni ci chiama a vivere in modo onesto, pulito, chiaro, autentico.

Nella seconda parte del vangelo troviamo l’annuncio del Messia. Qui Giovanni si sente “piccolo” nei confronti di Colui che deve venire (v.16) e dipinge Gesù con tratti antico testamentari (v.17).

Sappiamo che Gesù sarà molto di più e molto meglio di un giudice onesto: sarà la piena e definitiva rivelazione dell’amore del Padre per ciascuno di noi. E questa pienezza la vedremo nella forma umile e fragile di un bambino; alla sua vista, sperimenteremo la gioia cristiana.

MARIA IMMACOLATA – 2021 (Lc 1,26-38)

Cari fratelli e sorelle, inserita nel cammino dellʼAvvento la Chiesa ci fa celebrare la solennità dellʼImmacolata Concezione della Vergine Maria.

L’evangelista Luca ci ha narrato l’annuncio dell’angelo a Maria e lo ha fatto non come un copione cinematografico, dove tutto è già scritto e predeterminato; al contrario dal racconto evangelico emergono l’incontro di DUE LIBERTA’:

quella di Dio, che vuole affidare a Maria il compito di diventare Madre del suo Figlio, e quella della giovane ragazza di Nazareth, che prima di scegliere, si turba, chiede chiarimenti, si confronta, ci prega sopra e poi decide. Non c’è nessun automatismo; niente è determinato in precedenza.

E alla fine Maria dice il suo “Sì”, accetto, ci sto, ci sono, sono qui, voglio collaborare al progetto di salvezza di Dio.

Cosa insegna a noi l’Immacolata? Ci insegna a dire il nostro “Sì”, convinto, pronto, generoso, entusiasta alla chiamata del Signore.

Dire “Sì” a noi stessi, alla nostra coscienza, riscoprendo la nostra autenticità e verità.

Dire “Sì” a un futuro carico di una promessa di bene: non tutto va a rotoli, ma io posso collaborare a rendere le cose migliori.

Dire “Sì” all’altro, a chi ha più bisogno, a chi fa più fatica…

Dire “Sì” all’edificazione di una Chiesa più bella e più in sintonia con il vangelo di Gesù, dando anche un servizio, una mano, una collaborazione, partendo dalla comunità parrocchiale di cui faccio parte, in modo attivo e non da semplice spettatore.

Dire “Sì” a Dio che sempre mi chiama ad essere un uomo e una donna migliore.

Carissimi, riassumendo, la solennità di Maria Immacolata ci ricorda tre cose, apparentemente semplici ma faticose da mettere in pratica:

  • Dio non fa tutto da solo ma chiede la nostra collaborazione per portare avanti i suoi progetti di bene;
  • Maria ci insegna a dare una risposta positiva, convinta e generoso a Dio;
  • E come ha fatto Lei, anche noi siamo chiamati a far nascere Gesù in noi. Perché questo sarà il vero senso del Natale.

II DOMENICA DI AVVENTO – anno C – 2021     (Lc 3,1-6)

Con il capitolo terzo del vangelo di Luca, che abbiamo appena ascoltato (almeno la prima parte), inizia l’attività pubblica di Gesù, i tre anni del suo ministero pubblico.

Luca inizia scrivendo una introduzione storica specifica e dettagliata del momento in cui Gesù si sta per manifestare al mondo, e lo fa per comunicare a noi credenti che la storia di Gesù non è frutto di una fantasia umana, non è un mito né tantomeno una leggenda ma il compimento che Dio ha preparato per la storia dell’umanità. Proprio “in quel tempo storico”, quando i capi erano quelle persone, la parola di Dio scende su Giovanni, figlio di Zaccaria, che abitava nel deserto.

Cosa ci dice questo fatto? Che la parola di Dio si fa presente nel silenzio. Dove c’è caos, dove c’è confusione, dove c’è ansia, dove c’è agitazione interiore la parola di Dio non trova spazio e semmai dovesse arrivare, non attecchisce, non produce frutto.

Nella seconda parte del vangelo Luca dipinge la figura di Giovanni, che fa una sola la cosa, la sola cosa che è necessaria in quel preciso momento: annuncia la conversione perché il Messia sta per arrivare. Egli infatti “predicava un battesimo di conversione per il perdono dei peccati” (v.4).

Convertirsi letteralmente significa girarsi, cambiare orientamento, cambiare strada, cambiare rotta.

Giovanni grida: “preparate la via del Signore: preparate la venuta del Signore”.

“Riempite i burroni, le voragini” dell’ingiustizia, dell’indifferenza, dell’ipocrisia, della calunnia, della mormorazione, della maldicenza, della cattiveria.

“Abbassate i monti e i colli” della superbia, dell’arroganza, della boriosità, dell’autosufficienza, dell’indipendenza (il bastare a se stessi).

“Rendete dritte le vie storte”: non camminate su vie pericolose, state su vie sicure. Non lasciatevi ammaliare dalle autostrade del successo facile, del tornaconto immediato, della sicurezza effimera.

I vostri passi siano come quelli dei messaggeri di lieti annunci (come dice il profeta Isaia al capitolo 52), che annunciano la pace, il perdono, la solidarietà, la fraternità universale.

I vostri luoghi non siano impervi ma puliti da sterpaglie, cioè il vostro cuore sia sgombro da tutto ciò che vi distoglie dall’incontro con Dio.

Domandiamoci: quali sono gli ostacoli che non mi permettono di vedere con nitidezza il vero volto di Dio che sta per rivelarsi nel mistero del Natale?

Solo così potremo vedere la salvezza di Dio, che si fa carne in un bambino, il Figlio di Dio, Gesù Cristo nostro Signore. Amen!

I DOMENICA DI AVVENTO – anno C – 2021   (Lc 21,25-28.34-36)

Iniziamo il tempo liturgico dell’Avvento, che viene detto anche “tempo forte” come la quaresima, perché ci prepara a vivere a celebrare uno degli aspetti fondamentali e fondanti della nostra vita cristiana: il mistero dell’incarnazione di Gesù Cristo, Figlio di Dio.

L’avvento, un tempo abbastanza breve (quest’anno fatto di quasi quattro settimane, perché il giorno di Natale cade di sabato) è tradizionalmente suddiviso in DUE PARTI:

nella prima parte (le prime due settimane) la liturgia ci vuole ricordare l’ultimo avvento del Signore, ossia il ritorno di Gesù nella storia umana. Nella seconda parte invece, saremo chiamati a meditare i fatti precedenti la nascita storica di Gesù.

Il vangelo di questa prima domenica (come quello di due domeniche fa) è il discorso che Gesù fa ai discepoli sul suo ritorno alla fine del mondo (si chiama discorso escatologico).

Nella prima parte abbiamo ascoltato di segni cosmici, di catastrofi naturali e ambientali, di guerre e di sconvolgimenti di ogni genere: mi va di dire che il quadro non è che sia molto cambiato rispetto a duemila anni fa… anzi, è pure peggiorato…

Eppure questo non è il centro del vangelo: Gesù non vuole incutere paura ma il contrario. Infatti prosegue: “quando inizieranno ad accadere queste cose alzatevi e levate il capo perché la vostra liberazione è vicina” (v.28).

Cosa ci vuol dire Gesù con queste parole? Che nessun segno esteriore, anche il più sconvolgente e drammatico, ci deve impaurire, bloccare, paralizzare. Perché? Perché Dio si è fatto vicino; perché Dio è presente nella storia umana; perché Dio libera coloro che gridano a Lui. E tutto questo lo si fa coltivando un atteggiamento (soprattutto in questo tempo di ‘avvento’): la FIDUCIA.

Attendere il ritorno del Figlio dell’uomo, guardare allo svolgersi degli eventi, prepararsi ad un compimento, ma con FIDUCIA.

Nella seconda parte del vangelo, Gesù ci da alcuni suggerimenti su come vivere l’attesa: PREGATE E E VEGLIATE. O Meglio VEGLIATE PREGANDO E PREGATE VEGLIANDO.

Veglia (l’esempio è quello della sentinella) chi attende qualcosa o qualcuno.

Veglia chi è sicuro, certo, che qualcosa accadrà, succederà.

Veglia chi è attento ai segni premonitori, profetici, che annunciano una venuta.

Veglia chi sta aspettando l’arrivo dell’amato/dell’amata.

Anche il tempo che ci separa dalla definitiva venuta del Figlio di Dio deve essere vissuto con lo stesso atteggiamento di attesa.

Poi Gesù diventa ancora più concreto:

vivere nell’attesa significa non appesantire il cuore in mille dissipazioni, cioè distrazioni, cose da fare (molte delle quali inutili), al contrario occorre che ci “ricentriamo” su ciò che è importante per la cura della mia vita di fede.

Vivere nell’attesa significa non ubriacarsi, stordirsi, intontirsi ma restare sobri, leggeri, pronti all’incontro.

Vivere nell’attesa significa stare attenti agli affanni della vita. La vita già porta con se delle pesantezze; se poi noi ce ne attacchiamo altre… sèm à post

L’ultimo versetto (36) è illuminante e provocante: “affinché quel giorno non vi piombi addosso all’improvviso“, (come una tegola sulla testa, N.D.R.)

Cari fratelli e sorelle, in questo tempo di avvento vegliamo nella preghiera, nell’ascolto della Parola, nella carità spiccia e concreta per poter gustare e arricchirci del mistero del Natale di Gesù… altrimenti saremmo ancora una volta qui a dire: “ghè rùat Nadal anche st’àn, ma mè so amò ch’èl da prima”… e, onestamente, non sarebbe una grande constatazione.