Anno liturgico 2020-2021

V di Pasqua – anno B – 2021 (Giovanni 15,1-8)

L’immagine che ci viene regalata in questa V domenica di pasqua dalla parola di Dio è quella della vite e dei tralci. E’ un’immagine molto antica: la ritroviamo nell’antico testamento, nelle parole dei profeti Isaia, Geremia, Osea ed Ezechiele, che paragonano il popolo ad una vigna che il Signore ha fatto crescere con cura, ma che non ha dato i frutti sperati, oppure uva selvatica, cioè frutti cattivi. Fuori dalla metafora, Israele non si è dimostrato fedele alla promessa che Dio gli ha rivolto.

Interessante notare quando Gesù pronuncia queste parole, ovvero nell’ultima cena, nel cenacolo, prima di donare la vita morendo sulla croce.

Nel suo discorso, Gesù si identifica con la vera vite, da cui proviene la linfa vitale di cui si nutrono i tralci. Come cristiani non possiamo vivere se non innestati al Signore, alimentando la nostra fede dal tronco della Parola di Dio, dell’Eucarestia, dei sacramenti. E’ anche il motivo per cui ci siamo radunati qui stasera, come Chiesa, ossia come “convocati” nel nome del Cristo Risorto.

Gesù parla di tralci che sono chiamati a “rimanere” attaccati alla vite. La provocazione è chiara: la vita cristiana, per stare in piedi, ha bisogno della relazione viva e vitale con il Signore.

Domandiamoci: “ho una relazione intima, stabile, profonda con il Signore Gesù? Mi nutro della sua Parola, del suo Corpo, dei suoi sacramenti? Mi lascio “potare” dal Signore? Mi lascio correggere, mi lascio accompagnare, mi lascio provocare? Sono disposto a cambiare il mio stile di vita, le mie idee, le mie convinzioni, i miei punti di vista a partire dalla parola di Gesù? Sono disposto a “sacrificare” qualcosa per mantenere questa relazione con Dio?… al contrario, se la relazione con Dio ci sta, bene; altrimenti ne faccio pure a meno… Quali sono i “segni” che dicono che sono interessato a questo rapporto?

Altrimenti il rischio che corriamo è quello della sterilità cristiana, cioè diventare come “tutti gli altri”, seguendo “la massa”, le opinioni comuni. Enzo Bianchi, qualche anno fa parlava della “differenza cristiana”. Sono “differente” cioè so dare ragione della speranza che abita in me (come direbbe san Pietro)? Sono domande che non possiamo e non dobbiamo aggirare, ma prendere in considerazione seriamente se vogliamo essere davvero discepoli di Gesù…

Infine l’immagine termina con i tralci che “portano frutto” perché innestati al tronco centrale. Quali frutti buoni stanno nascendo dalla mia vita di fede?

Frutti di carità, di bontà, di perdono, di altruismo, di solidarietà, di attenzione agli altri… non basta dire: “a me fò mia dal màl a nisù!” “non faccio del male a nessuno”… occorre invece domandarsi: “cosa faccio di bene?”

Per “fare bene” e “fare il bene” il Signore ci chiama a restare uniti a Lui. Lui è la sorgente dell’amore, dalla quale possiamo attingere la forza, l’energia, l’alimento necessario per essere “sale e luce” nel mondo in cui viviamo.

III di Pasqua – anno B – 2021 (Giovanni 10,11-18)

Il vangelo di questa terza domenica di Pasqua ci ha narrato la conclusione dell’episodio dei discepoli di Emmaus, i due viandanti di ritorno da Gerusalemme, tristi e sconsolati perché le loro speranza erano state infrante dalla “sconfitta” di Gesù. Tuttavia questi discepoli riconoscono Gesù risorto attraverso un gesto semplice ma carico di significato, ovvero quello dello “spezzare il pane” (che, tra l’altro era il termine con cui i primi cristiani chiamavano l’Eucarestia).

Nella seconda parte del vangelo, per la terza volta, gli evangelisti ci hanno narrato delle apparizioni di Gesù. A me personalmente questo termine non piace molto… appaiono i fantasmi, gli oleogrammi… forse il termine più adatto è “manifestazione, rivelazione”. Gesù risorto continua a ri-velarsi, a mostrarsi, a farsi conoscere, lascia i segni, le tracce della sua presenza. Qual è il problema? E’ che noi non lo vediamo e non lo ascoltiamo… perché abbiamo occhi e cuori spenti, appesantiti, tristi, chiusi, induriti (la bibbia parla di sklerocardia: un cuore bloccato, che fatica a funzionare). Facciamo tanta fatica a cogliere e interpretare i segni, le tracce di Dio nella nostra vita… eppure dobbiamo sforzarci.

La seconda fatica o mancanza è l’ascolto della Parola: i discepoli di Emmaus vengono istruiti da Gesù a scoprirlo nella sua Parola: “allora aprì loro la mente per comprendere alle Scritture”. San Girolamo diceva: l’ignoranza delle Scritture è ignoranza di Cristo”.

Chiediamo al Signore, anche attraverso questa Eucarestia, di riconoscerlo nel Pane e nella Parola, per poter vivere di Lui.

II di Pasqua – anno B – 2021 (Giovanni 20,19-31)

Ottava di Pasqua. L’evangelista ci ha parlato della “sera della stesso giorno” e poi dell’incontro dei discepoli con Gesù risorto, “otto giorni dopo”.

Domenica della divina misericordia, voluta da san Giovanni Paolo II, basata sulla rivelazione di Dio a suor Faustina Kovalska.

L’aggettivo misericordioso, attribuito a Dio, lo troviamo in tante religioni, soprattutto quelle monoteistiche (ebraismo ed islam). Tuttavia il ‘Dio misericordioso’ non è da confondere come un Dio tonto, ingenuo, bonaccione, che “lascia passare tutto”…

Nella Bibbia troviamo il termine “rahamim”: le viscere. Così è il cuore di Dio, appassionato alla sua creatura.

La figura di Tommaso: “se non vedo e non tocco, non credo”. Non facciamo i fisicisti, i razionalisti… non cadiamo nella tentazione dello scientismo. La resurrezione di Gesù non si spiega con evidenze storico-scientifiche (che pur ci sono… pensiamo alla Sindone) ma solo con la fede. Non serve lo straordinario, ma l’ordinario vissuto in maniera straordinaria. No al sensazionale, al miracolistico, al superstizioso. Spogliamoci da queste idolatrie e rivestiamoci di Gesù e del suo vangelo (san Paolo).

PASQUA DI RISURREZIONE – 2021

“Cristo è Risorto, alleluia! Vinta è ormai la morte, alleluia!”

E’ questo il grande annuncio pasquale che la Chiesa fa risuonare in tutte le chiese del mondo, nelle case, nelle famiglie, nei cuori dei credenti. Ma questo annuncio non deve essere un qualcosa che riguarda solo Gesù. Come suoi discepoli infatti, il Cristo Risorto ci invita a risorgere con lui; a partecipare della sua risurrezione. La veglia pasquale che abbiamo celebrato, con i suoi segni, i suoi gesti e i suoi simboli ci parla di una vita che rinasce, che riprende il cammino, che ricomincia, che si rimotiva, che riprende forza, energia, coraggio e passione.

Non è un’illusione, non è tradizione, non è suggestione psicologica ma è il dono di Dio che, ancora una volta, dalla croce, ci tende le sue mani e ci dice: “io ci sono!”

Un invito: andiamo a caccia, come “cani da tartufo”, delle tracce che Gesù ha lasciato della sua risurrezione. I nostri cuori stanchi e appesantiti ne hanno bisogno! Cerchiamo le tracce della vita nuova dentro di noi e fuori di noi; coltiviamo i semi di bene presenti nella nostra vita e seminiamoli attorno a noi.

Diamo gambe alla risurrezione di Cristo vivendo da risorti e seminando semi di risurrezione.

Auguri di una buona e santa Pasqua!

V DI QUARESIMA – anno B – 2021         Giovanni 12,20-33

Il vangelo di questa quinta e ultima domenica di quaresima (domenica prossima è già la domenica delle palme), ci racconta di alcune persone che “salgono” a Gerusalemme per la festa di pasqua. Tra questa gente ci sono anche alcuni greci convertiti all’ebraismo, i quali si avvicinano a Filippo (anche lui di nazionalità greca) e gli pongono una domanda: “vogliamo vedere Gesù” (v.21), dove quel “vogliamo” indica non tanto arroganza o pretesa, ma un desiderio.

Ci stiamo avvicinando alla conclusione di questo tempo quaresimale; poniamoci anche noi questa domanda: “è cresciuto in me il desiderio di ‘vedere’ Gesù? (dove per ‘vedere’ qui si intende il vedere Gesù con gli occhi della fede) E’ cresciuto in me il desiderio di stare con lui, di pregarlo, di conoscerlo, di seguirlo, di amarlo?”

Ho visto, ho incontrato, mi sono avvicinato di più  al Signore nella celebrazione dei sacramenti, nell’Eucarestia, nell’adorazione eucaristica, nella preghiera personale e comunitaria, nel cammino della croce, nella sua Parola, nella carità, nell’incontro con i fratelli e le sorelle?

Gesù risponde: “è giunta l’ora che il Figlio dell’uomo sia glorificato” (v.23). Cosa intende Gesù con questa risposta? Sta dicendo ai greci: “se volete vedermi, se volete capire chi sono; se volete capire il mio messaggio, se volete intuire e accogliere il segreto della mia vita dovete guardare alla croce”. La croce è la sintesi, l’emblema, il simbolo di tutta la vita di Gesù: “se il chicco di grano, caduto in terra non muore, non può produrre frutto; se invece muore, produce molto frutto” (v.24).

Così è anche per noi: se non impariamo a morire a noi stessi; al nostro egoismo; al nostro desiderio di autosufficienza; ai nostri peccati, non possiamo fare esperienza di risurrezione, di rinascita, di vita nuova. Perché, “chi tiene per sé la propria vita la perde, chi invece la dona, la conserva per sempre” (v.25).

Gesù conclude con una frase profetica, che riassume tutto il significato della passione: “quando sarò innalzato da terra, attirerà tutti a me” (v.32). Con questa frase Gesù mette insieme la morte in croce ma anche il fatto della risurrezione, perché il verbo “alzarsi”, Giovanni lo utilizza per indicare il Cristo Risorto.

Carissimi, in questi giorni non stanchiamoci di guardare il Crocifisso, di essere attratti da Lui, dalla sua debolezza e dalla sua forza, dal suo dono e dal suo sacrificio, dal suo dolore e dal suo amore.

Don Tonino Bello, grande vescovo di Molfetta di qualche decennio fa, guardando alla croce, così meditava e così diceva alla sua gente:


“Collocazione provvisoria”. Penso che non ci sia formula migliore per definire la croce. La mia, la tua croce, non so quella di Cristo. Coraggio, allora, tu che soffri inchiodato alle tue paralisi. Animo, tu che provi i morsi della solitudine. Abbi fiducia, tu che bevi al calice amaro dell’abbandono. Non imprecare, sorella, che ti vedi distruggere giorno dopo giorno da un male che non perdona. Asciugati le lacrime, fratello, che sei stato pugnalato alle spalle da coloro che ritenevi tuoi amici. Non tirare i remi in barca, tu che sei stanco di lottare e hai accumulato delusioni a non finire.

Coraggio. La tua croce, anche se durasse tutta la vita, è sempre “collocazione provvisoria”. Il Calvario, dove essa è piantata, non è zona residenziale. E il terreno di questa collina, dove si consuma la tua sofferenza, non si venderà mai come suolo edificatorio. Anche il vangelo ci invita a considerare la provvisorietà della croce.

C’è una frase immensa, che riassume la tragedia del creato al momento della morte di Cristo. “Da mezzogiorno fino alle tre del pomeriggio, si fece buio su tutta la terra”. Forse è la frase più scura di tutta la Bibbia. Per me è una delle più luminose. Proprio per quelle riduzioni di orario che stringono, come due paletti invalicabili, il tempo in cui è concesso al buio di infierire sulla terra.

Da mezzogiorno alle tre del pomeriggio. Ecco le sponde che delimitano il fiume delle lacrime umane. Ecco le saracinesche che comprimono in spazi circoscritti tutti i rantoli della terra. Ecco le barriere entro cui si consumano tutte le agonie dei figli dell’uomo.

Da mezzogiorno alle tre del pomeriggio. Solo allora è consentita la sosta sul Golgota. Al di fuori di quell’orario, c’è divieto assoluto di parcheggio. Dopo tre ore, ci sarà la rimozione forzata di tutte le croci. Una permanenza più lunga sarà considerata abusiva anche da Dio.

Coraggio, fratello, sorella che soffri. Mancano pochi istanti alle tre del tuo pomeriggio. Tra poco, il buio cederà il posto alla luce, la terra riacquisterà i suoi colori primari e il sole della Pasqua irromperà tra le nuvole in fuga.

IV DI QUARESIMA – anno B – 2021

Questa quarta domenica di quaresima ci fa incontrare un personaggio biblico molto interessante, che troviamo nella prima lettura, tratta dal libro delle Cronache: è Ciro, Re di Persia: la Persia (detta anche Mesopotamia) ai tempi dell’antico testamento è uno dei regni più grandi e potenti della terra. Ciro è un grande re, buono, retto di cuore, ma pagano. Non ha mai sentito parlare del Dio d’Israele, eppure, JHWH si rivela a Lui, Ciro lo ascolta e lascia che il popolo, dopo la deportazione a Babilonia, ritorni a Gerusalemme per ricostruire il Tempio.

Cosa ci insegna questo racconto? Che nonostante le nostre infedeltà e i nostri peccati Dio porta avanti la sua storia di salvezza. E sceglie chi vuole per la sua missione: Dio non etichetta, non ha pregiudizi; cerca la collaborazione di tutti e si serve anche di chi, apparentemente è lontano da Lui (o comunque non lo ha come punto di riferimento). Carissimi, impariamo da Dio a non “incasellare” le persone; a non “classificarle”, a non “metterle nei nostri schemi”.

Proviamoci, almeno per due motivi: perche Dio è il primo a non “incasellarci” ma ci vuol bene perché siamo suoi figli e non perché partecipiamo alla messa o facciamo parte di un movimento, di un’associazione, di un gruppo o perché preghiamo o facciamo del bene… il suo è un amore incondizionato, senza condizioni.

La seconda motivazione riguarda il modo di ragionare di Dio, che è diverso dal nostro: per Lui, anche la persona ritenuta più distante e più indegna dalla fede, può trasformarsi in suo collaboratore. Certo, per fare questo occorre imparare a dare fiducia, che, per noi, è la cosa più faticosa… Imparare e accettare che le persone facciano il loro cammino; che siano diverse da noi; che sbaglino, che cadano, che ci riprovino…

Il vangelo invece ci ha narrato l’ultima parte dell’incontro tra Gesù e Nicodemo (un capo dei giudei, fariseo; quello che va da Gesù di notte per paura di essere scoperto dai suoi “colleghi”).

Gesù gli anticipa la crocefissione: “come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo” (v.14). Perché deve succedere questo? Perché “chiunque crede in Lui abbia la vita eterna” (v.15). Ecco allora il vero motivo della nostra gioia: “Dio non ha mandato suo Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui” (v.17). E se ci dovesse essere una condanna, non sarà sicuramente per colpa di Dio, ma a causa nostra, perché potremmo aver rifiutato il suo amore, la sua misericordia, il suo perdono. Gesù dice infatti: “chi crede non è condannato; ma chi non crede è già condannato perché non ha creduto nel nome del suo unigenito Figlio” (v.18).

Il vangelo si chiude con una esortazione: “venite alla luce”, avvicinatevi alla luce, che è un altro modo di san Giovanni per dire: “abitate la croce; guardate al Cristo Crocefisso e avrete e imparerete da Lui la vita”: “Io sono la via, la verità, la risurrezione e la vita”.

Se vuoi risorgere dai tuoi peccati, dai tuoi errori, dai tuoi fallimenti, dalla tua tristezza, dal tuo scoraggiamento, dalla tua apatia, dalle tue delusioni, dalle tue incomprensioni, dalla tua fatica, dalla tua stanchezza, dal tuo vuoto interiore, abbraccia la croce, la quale, da quando Gesù vi è salito sopra, si è trasformata in strumento di vita.

III DI QUARESIMA – anno B – 2021   Giovanni 2,13-25

Il vangelo di Giovanni che la liturgia della parola ci ha presentato in questa III domenica di quaresima ci fa incontrare Gesù che sale a Gerusalemme per la festa di Pasqua. Giovanni è l’unico evangelista che ci dice che Gesù è “salito” tre volte a Gerusalemme per la pasqua ebraica. La prima volta Gesù si incammina verso il Tempio (il cuore della fede ebraica) e compie un gesto eclatante, sorprendente, e per i sacerdoti e i capi del popolo, irritante.

Cosa succede? Succede che Gesù si arrabbia, ha uno scatto d’ira perché trova gente che vendeva animali per i sacrifici e cambiamonete (che avevano il compito di cambiare le monete pagane di chi proveniva fuori dalla Palestina). Interessante è che questa gente non era abusiva, faceva il suo lavoro. E tuttavia Gesù diventa violento (anche qua una annotazione importante: Gesù non fa violenza contro le persone ma contro quello che quelle persone avevano costruito: un mercato in piena regola all’interno del luogo più sacro della città santa). Perché questa reazione? Perché quel “sistema” commerciale faceva credere che la fede e il rapporto con Dio poteva essere comprato con offerte e sacrifici; un Dio in vendita; un Dio da accaparrare, da portare dalla mia parte, per fargli fare quello che voglio io.

E qui Gesù si irrigidisce e si àdira perché dice: “Mio padre non è così!”; “questo non è il vero Dio!”; “tutto questo va contro alla rivelazione divina!”; “questo è paganesimo!”

Gesù, oggi, con il suo gesto eloquente, spazza via tutto ciò che può inquinare il nostro rapporto con Dio: “prego Dio, così fa qualcosa per me… così sono a credito con Lui”; “pago qualche messa per i miei morti così sono sicuro che andranno in paradiso”; “faccio del bene così, oltre a farmi vedere come sono buono e bravo, metto a riparo me e la mia famiglia da cose spiacevoli”… quante volte anche a noi capita di ragionare così… E sbagliamo! Perché l’amore di Dio è gratuito; non è a nostra disposizione ma è puro dono; non ce lo meritiamo ma ci viene regalato; e non viene meno anche quando la vita ci potrebbe far dubitare della sua bontà.

Allora anche le “cose di Dio” non devono sostituirsi a Lui, perché il “vero tempio” dove adorare il Signore è Gesù stesso; è la relazione che noi abbiamo con Lui e che Lui ha con noi. L’unico vero altare sul quale offrire la nostra vita diventa la croce. Lui diventa, insieme, il sacerdote e la vittima perché offre se stesso, e offrendo se stesso, ama, e amando, salva.

La prima lettura ce lo ha annunciato: via gli idoli, di ogni tipo, di ogni genere, sia religiosi, sia pagani. Perché uno solo è il Signore, tuo Dio, quello che ci ha rivelato Gesù: “nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo” (Mt 11,27). Allora c’è un solo ed unico sacrifico che possiamo offrire a Dio e che a Lui sarà sicuramente gradito: offrire noi stessi, ogni giorno, come ha fatto Gesù, per testimoniare la forza rinnovatrice del vangelo; unendoci a Lui per migliorare il nostro mondo; per renderlo sempre più “a immagine e somiglianza di Dio”. Non è facile, ma questa è la nostra vocazione a cui non possiamo rinunciare, perché verremo meno a noi stessi e alla nostra identità di cristiani e di figli amati gratuitamente da Dio.

II DI QUARESIMA – anno B – 2021          Marco 9,2-10

La seconda domenica di quaresima ci presenta il vangelo della trasfigurazione di Gesù. Come spesso accade, il vangelo inizia con una introduzione temporale: “in quel tempo”. Oggi questo particolare non è insignificante perché per capire il fatto della trasfigurazione dobbiamo ricordare cosa è accaduto fino a qui.

Gesù ha proclamato il vangelo in Galilea; poi esce dalla Galilea e va a Tiro e Sidone (città pagane), poi Betzaida, poi Cesarea di Filippo, sempre in terra pagana, e in questa seconda fase di ministero Gesù inizia ad annunciare la sofferenza, la passione e la morte che lo aspetta. Poi rincara la dose e spiega a tutti le condizioni per seguirlo: rinnegare se stessi, perdere la vita per Lui per salvarla (8,34-38).

E cosa succede? Succede che, di fronte ad un linguaggio così duro, la gente inizia a defilarsi. Inoltre aumentano le discussioni e le controversie con i farisei, i sadducei, i capi del popoli (che sono per la maggior parte uomini religiosi). Le cose non si mettono bene e i discepoli “annusano” il clima che si sta creando e iniziano a preoccuparsi: sono stati, fino ad ora, discepoli di un “vincente”; ora si ritrovano ad esserlo di un “perdente”.

Allora che fa Gesù? Li invita a prendersi una pausa, fa fare loro una sosta rigenerante, rafforzando la loro fede (che, da lì a breve dovrà affrontare lo scandalo della passione e della morte in croce).

Li porta su un alto monte (il brano è ricco di immagini e di allusioni antico testamentarie: il monte infatti per la Bibbia è il luogo della rivelazione, delle manifestazioni di Dio… pensiamo a Mosè…), e si TRASFIGURA cioè cambia di aspetto. Cosa vuol dire che Gesù si trasfigura? Vuol dire che fa vedere ai discepoli il suo vero volto, anticipando la gloria della Pasqua. Gesù sta dicendo ai suoi discepoli che la crocefissione non sarà la fine di tutto, ma l’inizio, perché la croce diventerà offerta di amore, e allora sarà capace di sconfiggere anche la morte.

Carissimi, anche noi, come Gesù, siamo chiamati a fare vedere la ‘parte bella’ di noi stessi… anzitutto a “credere” in questa parte bella” (perché per primo ci crede Dio); a far uscire la parte migliore che è in noi; che già ci abita.

Spesso quello che gli altri vedono, incontrandoci, sono “musi lunghi”, stanchi, affaticati, disillusi, disincantati… come direbbe papa Francesco “cristiani che si sono fermati al venerdì santo”; con “facce da eterna quaresima”. Come allora cambiare aspetto? Ce lo suggerisce il vangelo: venne una nube che li coprì con la sua ombra e uscì una voce dal cielo che disse: “questo è mio Figlio, colui che amo, ascoltatelo!” (v.7). Se saremo capaci di stare con il Signore, di seguirlo, di amarlo, di imitarlo, allora anche noi sperimenteremo la trasfigurazione.

Per utilizzare un’immagine: è come l’esperienza che tanti di noi hanno fatto in questi giorni: un sole caldissimo… bastava prendere una mezz’oretta, un’oretta di raggi solari e ti sentivi un’altra persona. Stessa cosa con Dio. Anzi, meglio: il sole ha delle controindicazioni: la sovraesposizione ai raggi solari può provocare tumori alla pelle. La luce di Dio, non ha controindicazioni: illumina, scalda, rinvigorisce lo spirito, al massimo acceca e ti fa cadere da cavallo (come è successo a cavallo)… e tuttavia qualche volta, cadere da cavallo fa pure bene… un po’ di “scossoni” nella vita non guastano, altrimenti ci si siede e non ci si alza più…

Ultima sottolineatura: Pietro dice a Gesù “è bello per noi stare qui” (v.5). Domandiamoci: sento, percepisco la mia vita di fede, il mio rapporto con Dio nella preghiera e nel silenzio, il partecipare all’Eucarestia, l’ascoltare la sua Parola, il vivere la comunità, il praticare la carità, come qualcosa di bello? Oppure le sento come “tasse da pagare”, come un sasso pensate, una palla al piede, che addirittura intralciano la mia felicità e la mia autorealizzazione? Per come la viviamo, la vita cristiana, a volte, sembra più una fatica che una gioia. E qui ritorniamo al punto di prima: se uno resta al sole si scalda e vede la realtà a colori; se uno sta al buio sente freddo e vede in bianco e nero. A noi la scelta: vivere come figli delle tenebre oppure come figli della luce. Ci aiuti il Signore a fare la scelta giusta (non per moralismo, ma semplicemente per “star bene” e per rispondere alla chiamata del Signore).

I DI QUARESIMA – anno B – 2021          Marco 1,12-15

Cari fratelli e sorelle, in ogni anno liturgico, nella prima domenica di quaresima, la liturgia della Parola ci offre come brano di vangelo il racconto delle tentazioni di Gesù. Questʼanno il racconto di Marco è piuttosto scarno e sintetico (le altre due narrazioni, di Matteo e di Luca sono più articolate e ricche di particolari): Marco ci dice anzitutto che Gesù è tentato dal diavolo allʼinizio del suo ministero pubblico. Cosa dice a noi questo particolare? Che la tentazione, la prova, lʼinclinazione al male (san Paolo la dice così: vorrei fare il bene ma mi ritrovo a fare il male) è nel nostro DNA… siamo fatti cosi… dobbiamo accettare questa realtà… anche se, come direbbero i Padri della Chiesa: “non dobbiamo darle da mangiare”. Per questo, finalmente, la Chiesa italiana ha modificato la traduzione della preghiera del “Padre nostro”. Non è Dio che ti induce alla tentazione; è la nostra condizione di uomini e la presenza del male del mondo che crea le occasioni e le condizioni nelle quali il male può sguazzarci. Poi, dipende da come si dispone la nostra libertà. La nuova traduzione recita: “non ci abbandonare alla tentazione”. Come ha fatto Gesù: Gesù ha vinto le tentazioni (Gesù riapre l’Eden – il rapporto con il Padre), non mostrando i muscoli (attraverso la forza di volontà), ma con un atto di fede. Dice santʼAgostino: Tu fermi la tua attenzione al fatto che Cristo fu tentato; perché non consideri che egli ha anche vinto? Fosti tu ad essere tentato in lui, ma riconosci anche che in lui tu sei vincitore. («Commento sui salmi», Sal 60, 2-3; CCL 39, 766-9).

Gesù vince le tentazioni perché chiede aiuto a Dio; gli chiede la forza per chiamarle con il loro nome, per affrontarle, per combatterle, per superarle e per sconfiggerle. Gesù “fa alleanza” con Dio padre, come ci ha ricordato la prima lettura, dove Dio offre la sua alleanza al popolo dopo il diluvio (il simbolo è lʼarcobaleno).

Altra domanda: Dove Gesù vince le tentazioni? Le vince nel deserto. Interessante notare che è lo Spirito Santo che “spinge” Gesù in questo luogo inospitale. Perché proprio nel deserto? Perché è il luogo dove non cʼè confusione, dove non ci sono rumori e distrazioni; dove uno può pensare, può stare solo con se stesso e guardare in faccia alla propria vita, e affidarla a Dio.

Allora per affrontare e vincere le tentazioni, oltre a chiedere aiuto al Signore; occorre creare quelle condizioni per non lasciarci travolgere dalle prove della vita ma, al contrario, saperle oggettivare (vederle come sono in realtà e non come lo vedo io) e trovare le soluzioni adatte per “ʼnaghen fòra”, (come si direbbe di dialetto).

Ultima considerazione: proviamo ad elencare le tentazioni e  le prove che ci stanno facendo visita in questo tempo storico che stiamo vivendo:

  • La tentazione dello scoraggiamento, della disillusione, della paralisi (non va bene niente, e dunque non mi muovo neanche).
  • La tentazione del pensare solo al nostro ʽorticelloʼ: sto bene io, stan bene tutti. Ricordiamoci le parole di papa Francesco: “nessuno si salva da solo”.
  • La tentazione, per noi cristiani, di dire: “faccio a meno della Chiesa” (intesa come comunità dei credenti). Il mio rapporto con Dio, me lo curo io e me lo faccio pure “su misura”.

Cʼè un grande pericolo in questo: che credi di avere un rapporto con Dio ma alla fine non è il Dio rivelato da Gesù, ma è un Dio che ti sei fatto tu, a tua immagine e somiglianza. Questo si chiama idolatria…

Carissimi, chiediamo ancora una volta al Signore, in questa Eucarestia, di tenderci la sua mano per poter affrontare, vittoriosamente, le prove che la vita ci riserva e per poter ricevere in dono quella “vita nuova” che Dio prepara per tutti i suoi figli.

VI DOMENICA DEL T.O. – ANNO B – 2021     Mc 1,40-45

Il vangelo di questa domenica ci ha narrato, in modo stringato, unʼaltra guarigione operata da Gesù: quella nei confronti di un lebbroso.

La lebbra, ai tempi di Gesù non era solo una malattia fisica molto contagiosa che doveva essere curata isolando il soggetto dalle altre persone (ricordiamoci, ad esempio, la peste manzoniana dei “Promessi Sposi”); ma veniva anche interpretata come una conseguenza del peccato: il lebbroso, ritenuto impuro, doveva essere estromesso dalla società e dunque era considerato un emarginato dalla comunità, lontano da qualunque posto sociale. E proprio per questo motivo, quando una persona guariva da ogni tipo di lebbra, doveva presentarsi al sacerdote (che aveva il compito di confermare lʼavvenuta guarigione) offrire un sacrificio (secondo la legge di Mosè, la Torah), infine essere riammesso nella comunità.

Lʼuomo lebbroso mostra una grande fede in Gesù: si avvicina a lui (infrangendo la Legge), si mette in ginocchio e lo supplica. Tra lʼaltro, la cosa interessante è che il malato di lebbra non chiede a Gesù di essere guarito ma di essere purificato: lʼuomo sa che cʼè una correlazione tra lebbra e peccato e riconosce a Gesù sia il potere di guarire fisicamente, sia il potere di guarire spiritualmente (offrendogli il perdono).

Gesù ne ha com-passione (patisce, soffre con lui), poi Marco utilizza tutti i verbi che fanno riferimento alla creazione dellʼessere umano nella Genesi: gli tende la mano, lo tocca, e gli dice (la parola creatrice).

Gesù aveva già parlato del tema della purificazione, al capitolo settimo del vangelo di Marco (vv.14-23). Ascoltiamo le sue parole: «Ascoltatemi tutti e comprendete bene! 15Non c’è nulla fuori dell’uomo che, entrando in lui, possa renderlo impuro. Ma sono le cose che escono dall’uomo a renderlo impuro». 17Quando entrò in una casa, lontano dalla folla, i suoi discepoli lo interrogavano sulla parabola. 18E disse loro: «Così neanche voi siete capaci di comprendere? Non capite che tutto ciò che entra nell’uomo dal di fuori non può renderlo impuro, 19perché non gli entra nel cuore ma nel ventre e va nella fogna?». Così rendeva puri tutti gli alimenti.  20E diceva: «Ciò che esce dall’uomo è quello che rende impuro l’uomo. 21Dal di dentro infatti, cioè dal cuore degli uomini, escono i propositi di male: impurità, furti, omicidi, 22adultèri, avidità, malvagità, inganno, dissolutezza, invidia, calunnia, superbia, stoltezza. 23Tutte queste cose cattive vengono fuori dall’interno e rendono impuro l’uomo».

Se anche noi vogliamo essere purificati non dobbiamo dare la colpa a ciò che è fuori di noi. Spesso ci capita infatti di pensare e di dire: “è colpa della società che non è più quella di una volta; della cultura individualista; del governo che non pensa al bene dei cittadini, degli insegnanti che non sanno insegnare; della Chiesa che non annuncia più il vangelo”… e chi più ne ha più ne metta…”

Gesù ci invita a custodire e a purificare il cuore (che è sinonimo della nostra vita interiore, della nostra vita spirituale, della nostra coscienza). Abbiamo bisogno di un cuore aperto, limpido, trasparente, generoso, vivo, che batta allo stesso ritmo del cuore di Dio. Chiediamo come dono al Signore, in questa Eucarestia.

V DOMENICA DEL T.O. – ANNO B – 2021     Mc 1,29-39

Il Vangelo di questa domenica è la continuazione di quello di domenica scorsa (abbiamo infatti iniziato, come credenti, a fare la lettura continua del vangelo di Marco; lettura che, purtroppo, si arresterà a breve con il tempo di quaresima e di pasqua, per poi riprendere in tarda primavera).

Gesù si è trasferito nella cittadina di Cafarnao, presso il lago di Tiberiade, insieme ai suoi discepoli e sta iniziando il suo ministero pubblico.

Essendo uno che ha autorità (il vangelo di domenica scorsa… e vi ricordate, noi avevamo tradotto “autorevolezza”) Gesù insegna nella sinagoga, e, appena, uscito, entra subito nella casa di Simone per guarire la suocera che ha la febbre. Per fare una battuta, Gesù già “inizia male” perché guarire una suocera potrebbe essere un gesto non particolarmente apprezzato (soprattutto dal genero). Battute a parte, Gesù si rivela lʼagire di Dio che fa una cosa alquanto importante: tiene insieme, unisce, unifica, le dimensioni dellʼesistenza, mettendo in parallelo, in relazione la vita “cultuale”, religiosa, e la vita quotidiana. Poi, nella seconda parte del vangelo, ancora, mette insieme preghiera e azione.

Se pensiamo alla nostra esperienza, e se vogliamo essere sinceri, non è facile tenere insieme relazione con Dio e vita di tutti i giorni. Gesù ci insegna che è possibile, anzi, che è assolutamente necessario.

Occorre ricordarcelo: la vita sacramentale, il “venire a messa”, il partecipare allʼEucarestia, allʼascolto della parola, agli altri sacramenti e a tutto ciò che riguarda la vita comunitaria non è fine a se stesso. Se tutto questo fosse fine a se stesso non staremmo facendo unʼesperienza di fede ma solo un culto religioso (che non serve praticamente a niente). Partecipare alla vita sacramentale significa andare alla sorgente e alimentare la nostra riserva di bene, ricaricando le pile (che spesso si scaricano). Eʼ quello che ha fatto Gesù: sveglia presto; una buona dose di relazione con Dio attraverso la preghiera, e poi via, si parte per affrontare la giornata che ci sta davanti. E alla sera imparare a ringraziare e a chiedere scusa.

I grandi santi (pensiamo a S. Benedetto da Norcia oppure a S. Francesco dʼAssisi, tanto per fare due esempi “di spessore”) non solo avevano ben presente questa cosa ma la vivevano quotidianamente, e avevano scoperto che chi riusciva a mettere insieme “preghiera e lavoro” (preghiera e vita), acquistava una sapienza (e un equilibrio psico-fisico) che aiutava a vivere bene, in pace con se stessi, con Dio e con gli altri.

Pensiamo alla civiltà contadina di settanta, ottantʼanni fa…. erano poveri, lavoravano come i somari dalla mattina alla sera; cʼerano molti problemi sociali ma sicuramente erano meno “sbarellati” di noi… perché avevano una vita equilibrata… avevano (e veniva loro dato) un binario sicuro: tutta la vita era scandita dalle stagioni, dal ritmo della terra e dal ritmo della preghiera.

Non sto dicendo che per ritrovare un equilibrio si debba per forza tornare al modello della vita contadina (anche perché nelle nostre zone, nel contesto attuale, sarebbe impossibile); sto dicendo che il Signore, in questa domenica, ci insegna un modo di vivere “sapiente”: caro mio/a figlio/a, impara e impègnati a tenere insieme la tua relazione con Dio e la tua vita, fatta di lavoro, di famiglia, di socialità, di svago. Ti sentirai meglio e potrai affrontare le difficoltà e le fatiche che la vita riserva con occhi nuovi e con un energia diversa.

Perché rapporto con Dio e vita quotidiana non sono in contraddizione, ma, al contrario si alimentano e si arricchiscono a vicenda.

IV DOMENICA DEL T.O. – ANNO B – 2021   Mc 1,21-28

Nel vangelo di questa IV domenica del T.O. Gesù è nella sinagoga di Cafarnao e sta insegnando. Siamo allʼinizio del suo ministero pubblico, la gente lo sta ad ascoltare, è curiosa, vuole vedere se è realmente un profeta, un uomo mandato da Dio oppure un ciarlatano, un fanfarone (è la differenza di cui ci ha parlato anche la prima lettura tratta dal libro del Deuteronomio).

La gente, ci dice lʼevangelista Marco che ce lo racconta, è stupita del suo insegnamento, perché Gesù si mostra come una persona che ha autorità (v.22). A noi questa parola non piace più di tanto, perché secondo la nostra sensibilità ci fa venire in mette lʼaggettivo autoritario, cioè uno che vuole imporre le sue idee con la forza; uno che non propone ma che impone, appunto. Se volessimo ritradurre questa parola potremmo utilizzare autorevolezza. Gesù non era un dèspota, un dittatore, ma affascinava perché era autorevole.

Cosʼè lʼautorevolezza? Eʼ quella capacità di farsi ascoltare dalla gente; di far breccia cuori. Gesù è riconosciuto come un maestro autorevole perché credibile; perché alle sue parole seguivano i gesti e i fatti: gesti e parole nella sua vita non erano in contraddizione ma si completavano a vicenda.

Dove nasce questa autorevolezza di Gesù? Dalla sua relazione con Dio: non parla di cose “per sentito dire”, ma annuncia un messaggio che egli vive sulla propria pelle!

Gesù non “faceva finta”; Gesù aveva un rapporto con Dio e quando hai un rapporto con Dio, gli altri lo vedono, se ne accorgono… Che bello quando troviamo persone così!

Spesso invece troviamo tante persone che parlano, parlano, ma che alle loro parole non fanno seguire i fatti. Gesù ci ha messo in guardia: “non fate come gli scribi, che dicono e non fanno” (Mt 23,1). Questa si chiama incongruenza, ambiguità, le persone così vengono dette “ipocrite” (una persona che dice il contrario di quello in cui crede).

Colui che vuole tracciare una strada, accompagnare in un cammino, un educatore, un testimone deve essere una persona autorevole. Siamo nella settimana dellʼoratorio, domani (oggi) festeggeremo don Bosco: san Giovanni Bosco era una persona autorevole, coerente: diceva quello che faceva e faceva secondo le sue convinzioni.

Nella seconda parte del vangelo Gesù incontra un uomo posseduto da uno spirito impuro. Questo spirito malvagio conosce Gesù, sa bene chi è: “Che vuoi da noi, Gesù Nazareno? Sei venuto a rovinarci? Io so chi tu sei, il santo di Dio!” (v.24). Arriva addirittura a chiamarlo il “santo di Dio” che è quasi unʼallusione alla sua figliolanza (“Figlio di Dio”).

Questo fatto ci insegna che non basta credere che Dio esista (anche il diavolo ci crede, appunto). Credere significa fidarsi di Gesù, mettere nelle sue mani la nostra vita ed essere sicuri che, se lo facciamo, il Signore sa far saltar fuori le nostre migliori energie, facendoci diventare persone oneste, generose, credibili, autorevoli.

Chiediamolo nella preghiera al buon Dio, in questa Eucarestia, dove il Signore ha il potere di renderci persone migliori, (sempre che lo vogliamo).

III DOMENICA DEL T.O. – ANNO B – 2021   Mc 1,14-20

Anche in questa terza domenica del T.O. la liturgia della parola, come domenica scorsa, ci presenta altri due racconti di vocazioni (di chiamate): nel vangelo quella dei primi discepoli (iniziamo così a leggere e meditare il vangelo di Marco, che ci accompagnerà lungo tutto questo anno liturgico) e nella prima lettura la vocazione di Giona, che viene chiamato da Dio per annunciare la conversione agli abitanti di Ninive, città pagana e nemica del popolo ebraico (Gio 3,1-5.10).

Ci poniamo due domande:

la prima: perché tutti questi racconti di vocazione? La Parola ci sta dicendo quanto sia importante la chiamata di Dio! Nella vita di fede non siamo noi i protagonisti, ma è Dio, attraverso lo Spirito Santo, a chiamarci. La fede è sempre una risposta una chiamata, non una iniziativa nostra. Se siamo convinti che siamo noi ad avvicinarci a Dio; che siamo noi a fargli un piacere a venire a messa e a vivere la vita cristiana non abbiamo capito molto del vangelo e di cosa significa essere realmente “credenti”. Allʼinizio di tutto cʼè Dio non ci sono “io”: per questo la nostra religione si chiama “rivelata”, perché allʼinizio di tutto cʼè un Dio che si rivela, non lʼessere umano che cerca in tutti i modi di rapportarsi con la divinità e conquistare i suoi favori. Questa è paganesimo, non è vita cristiana.

La seconda domanda: cʼè qualche differenza tra il racconto di vocazione di Giona della prima lettura e la chiamata dei primi discepoli del vangelo? Sì, ci sono delle differenze. Quella più evidente è che Giona ci mette un sacco di tempo per dire di “sì” a Dio: non ne ha voglia, si sente impreparato e “non portato” ad una missione del genere, ma alla fine “cede” alla volontà di Dio. Nel vangelo invece i discepoli non pongono resistenza a Gesù, si lasciano affascinare da Lui e rispondono con prontezza e generosità (lʼevangelista utilizza l avverbio “subito” v.18).

Sintetizzano possiamo dire che la fede parte sempre da una chiamata del Signore. Ma, se Dio chiama, mi chiama fare che cosa? Sicuramente non allʼimmobilismo! Al non far niente, a stare con le mani in mano, peggio, al dire: “sono fatto così, mi piaccio così, resto così, non ho bisogno di cambiare, non ho bisogno di crescere, non ho bisogno di migliorare”. Ecco, se ragioni così, stai pure sereno che non hai neanche bisogno di Dio. Potrai venire anche a messa per tutta la vita, ma stai sicuro che non sentirai mai la sua voce (forse sentirai il prete che parla… forse…)

Dio chiama al cambiamento (questo è il significato della parola con-versione!). Dio ti chiama ad una vita santa, ad una vita onesta, ad una vita attiva, laboriosa, generosa, una vita che “si spende”.

E poi, tornando al vangelo, i discepoli sono chiamati a diventare “pescatori di uomini”. Unʼespressione un poʼ enigmatica ma non più di tanto”. E qui una nostra (o meglio vostra) reazione di laici, (comprensibile), potrebbe essere: questa è una esortazione, una chiamata rivolta ai preti, ai vescovi, al papa, ai consacrati, io non cʼentro! E invece no! Cʼentri anche tu! Eccome se cʼentri: tutti siamo chiamati a diventare “pescatori di uomini”, cioè a “pescare” la vita degli altri. Pescare la vita degli altri significa farsi attenti alle necessità e alle sofferenze dei fratelli, infondendo fiducia, dando una mano, interessandosi, provando empatia per i dolori e le difficoltà degli altri. Dio ci chiama a questo!

Un ultima annotazione: quando vengono chiamati da Gesù i discepoli (due coppie di fratelli: Simone e Andrea, Giacomo e Giovanni), mettono in atto una condizione, affinché si realizzi la chiamata: e la condizione è il “lasciare”. Dice il vangelo: “lasciarono tutto e andarono dietro a Gesù” (v.18-20b).

Per rispondere a Dio, occorre lasciare. Come anche per le scelte umane: ogni scelta implica sempre un distacco da qualcosa o da qualcuno. Allora la domanda sorge spontanea: “Signore, cosa devo lasciare per seguirti?” A ciascuno la sua risposta, sapendo che, “a chi fu dato molto, molto sarà chiesto; a chi fu affidato molto, sarà richiesto molto di più” (Lc 32,48).

II DOMENICA DEL T.O. – ANNO B – 2021     Gv 1,35-42

Il vangelo di questa seconda domenica del T.O. è un racconto di vocazioni, come lo è anche la prima lettura che ci ha narrato la chiamata di Samuele. (1Sam 3,3-10.19).

Siamo all’inizio del ministero pubblico di Gesù; è il momento del passaggio da Giovanni il Battista a Gesù; sono i primi passi della formazione del gruppo dei discepoli, il nucleo originario della Chiesa.

La prima sottolineatura è che Giovanni il Battista non è autocentrato, ma da buon educatore indica ai suoi discepoli  Gesù: “ecco lʼ agnello di Dio!”. Giovanni non mette al centro se stesso ma lascia spazio a colui che è la Luce del mondo. Quante volte invece noi facciamo il contrario: imponiamo noi stessi, impedendo agli altri di rivelarsi, di emergere. Noi spesso occupiamo tutto il palcoscenico, invece colui che ama lascia spazio, orienta, accompagna… questo vale in tutti gli àmbiti della nostra vita: a casa, sul posto di lavoro, con gli amici… imparare a valorizzare gli altri e lasciare che gli altri possano dirsi, raccontarsi, rivelarsi.

Gesù, vedendo che i discepoli di Giovanni iniziano a seguirlo, pone loro una domanda: “che cosa cercate, chi cercate?” (v.38). E’ LA domanda che suscita il desiderio! Dicevamo già in altre nostre riflessioni: quando uno smette di cercare smette di vivere! La loro risposta è semplice ma profonda. Gli chiedono:“Rabbì, dove dimori? Dove abiti?”. “Venite e vedrete!”. L’evangelista continua:“Andarono e videro dove egli abitava e in quel giorno dimorarono con lui” (vv.38-39).

Mi vengono in mente le splendide parole di papa Benedetto XVI nell’enciclica Deus Caritas Est: All’inizio dell’essere cristiano non c’è una decisione etica o una grande idea, bensì l’incontro con un avvenimento, con una Persona, che dà alla vita un nuovo orizzonte e con ciò la direzione decisiva.

Tanti cristiani conoscono Gesù “per sentito dire”. Per questo alla minima difficoltà, al minimo ostacolo (consentitemi la battuta…: all ennesimo “lockdown”) non lo seguono più. Per conoscere realmente Gesù occorre farne esperienza, occorre lasciargli spazio, occorre “stare con Lui”, “dimorare in Lui”, “metter su casa con Lui”.

Domandiamoci: voglio davvero bene a Gesù? Le sue parole sono davvero “parole di vita”, che interpretano, illuminano, provocano le mie scelte, il mio quotidiano? Sto “facendo casa con Lui” ?

Infine unʼannotazione temporale: “Erano le circa le quattro del pomeriggio” (v.39b). Qualcuno potrebbe domandarsi: ma non è un dettaglio superfluo? L evangelista poteva risparmiarselo… e invece no! Quando uno si innamora, si ricorda tutto del primo incontro con l’amato/con l’amata. Così Giovanni si ricorda giorno, ora e luogo dell’incontro con Gesù. E non lo dimenticherà mai!

Nella seconda parte del Vangelo entrano in scena due fratelli: Andrea e Simone, che poi diventa Pietro. Andrea conduce suo fratello allʼincontro con Gesù, il quale, dice il vangelo, fissa lo sguardo su di lui. Eʼ lo sguardo di amore che Gesù ha su ciascuno di noi, uno sguardo che ci consente di attivare le nostre migliori energie di bene, che tante volte restano sopite nel nostro cuore e che il Signore ha il potere di risvegliare e di rimettere in moto.

BATTESIMO DI GESU – 2021

La festa del battesimo di Gesù che oggi la chiesa ci fa celebrare conclude il tempo natalizio e ci aiuta a cogliere unʼaltra manifestazione di Gesù: come abbiamo già detto,

  • nel Natale Gesù assume la nostra umanità e si mostra al popolo di Israele come re e messia;
  • nellʼEpifania il Figlio di Dio si rivela a tutti i popoli come Luce del mondo;
  • nel segno del Battesimo, Gesù, (ricevendo il battesimo da Giovanni) si fa conoscere come il Figlio amato e solidale con il genere umano: colui che è senza peccato si mette in fila con i peccatori per assumere su di sé gli sbagli, le fatiche, i dolori del mondo.

Vorrei fare alcune sottolineature. La prima: dall’Epifania al Battesimo passano trent’anni.

Trent’anni in cui Gesù vive la sua vita nella più sorprendente normalità: va a scuola (da rabbi Gamaliele), vive la vita familiare, probabilmente lavora nella bottega di Giuseppe, aiutando il padre e imparandone la professione; cresce in età, sapienza e grazia, davanti a Dio e agli uomini, come ci dice il vangelo.

Questa vita normale, feriale, semplice, umile, fedele alla volontà del Padre, lo tempra, lo rafforza, lo prepara alla missione pubblica (che inizia proprio dallʼevento del battesimo). Dio vede tutto questo e infatti esclama: “questo è mio figlio, lʼamato; in lui ho posto la mia fiducia e la mia stima”.

Cosa dice questo alla nostra vita? Per noi, oggi, non è facile vivere il quotidiano: siamo immersi in una società che esalta lo straordinario, il ‘fuori dalle righe’. Lʼabitudine, la monotonia dei giorni che passano uguali le vediamo come un peso, spesso come una noia, invece il feriale è un tirocinio, una palestra, un tempo per allenarci a scoprire chi siamo, chi vogliamo essere e diventare. Tutti sono bravi a vivere lo straordinario; la sfida è quella di vivere bene la vita di tutti i giorni. Siamo noi a “darle gusto”, cioè senso e significato, non lei che deve “dare gusto a noi”.

Seconda sottolineatura: nel Battesimo, come abbiamo ascoltato nel vangelo, è Dio che proclama e investe Gesù come “Figlio”, tuttavia anche Gesù, con il bagaglio dei suoi trent’anni passati a Nazareth, progressivamente si scopre “Figlio”. Cresce quella “sintonia” tra Padre e Figlio che consentirà alla Trinità di rivelarsi e di essere sempre in comunione. Tutto questo grazie al dono dello Spirito Santo. Gesù impara ad amare il padre ed esprime il suo amore nell’obbedienza alla sua volontà e al suo progetto di bene: “un corpo mi hai dato o Dio per fare la sua volontà”.

La festa del Battesimo di Gesù è qui a ricordarci la nostra vocazione, quella di essere anzitutto “figli amati”: come direbbe san Paolo, “ricordati che sei figli e non schiavo“.

Ci sono ancora tanti cristiani che vivono la fede e il proprio rapporto da “schiavi”: per andare dʼaccordo con Dio non devo fare questo, questo, e questʼaltro… oppure da “farisei”: per andare dʼaccordo con Dio devo rispettare queste regole e queste altre… vivere da figli significa invece avere la certezza di avere un padre che fa crescere, accompagna, sostiene, incoraggia, ci sprona al bene, e, quando occorre corregge.

Secondo passaggio: siamo figli, chiamati a collaborare con Dio a rendere il mondo migliore, più a immagine di Gesù e di quel “regno” che egli ha annunciato. E qui ci sta il nostro impegno, la nostra testimonianza, il nostro “vivere nel mondo” da cristiani, da discepoli, da “figli”.

Carissimi, la “buona notizia” di questa festa è semplice e impegnativa. Il battesimo di Gesù ci insegna a tenere insieme il dono e lʼimpegno: il dono del riscoprirci figli di Dio e lʼimpegno nel testimoniarlo con la santità della vita (che non è fare cose straordinarie ma vivere lʼordinario in modo straordinario, aiutati e accompagnati dal Signore).

EPIFANIA – 2021

L’epifania celebra la manifestazione (epifaneuo) di Gesù al mondo intero (e non solo per Israele). Dio viene per tutti, non solo per un popolo, per una categoria di persone, per una razza, per un’etnia. Dio non discrimina, non esclude, ma accoglie e include.

I protagonisti di questa festa sono i Magi: gente sapiente che proviene dall’antico Oriente (probabilmente dalla Persia).

Chi sono questi tipi un po’ leggendari che vanno a Betlemme, guidati da una stella? Tre sottolineature:

Sono dei cercatori. Dei cercatori di Dio. Chi cerca trova, dice il proverbio. Se cerchi Dio si fa trovare; cercatelo, mentre è vicino (dice un salmo). E quando l’hai trovato (o Lui ha trovato te) cercalo ancora, perché Dio è sempre ‘oltre’, è sempre avanti, è sempre un passo in più rispetto alla nostra andatura. Cari fratelli e sorelle, impariamo dai magi ad essere sempre uomini in ricerca, desiderosi di conoscere, di scoprire, aperti al nuovo, curiosi, esploratori, attenti a tutto ciò che ci si presenta davanti.  Al contrario, le persone muoiono quando vanno in “stand by”: quando non si aspettano più nulla; quando danno tutto per scontato; quando non c’è più niente o nessuno che provochi meraviglia, interesse stupore. Quando si perde la passione.

I magi offrono doni a Gesù. Ricambiano l’affetto, la luce, il sorriso di Gesù Bambino facendogli dei regali. Domandiamoci: siamo capaci di ricambiare il bene che riceviamo oppure “s’èm an pò Genues”, tirchi, avari? Siamo capaci di restituire la fiducia che spesso ci viene accordata e che ancora più spesso non ci meritiamo?

Infine: “Per un’altra strada fecero ritorno al loro paese”. I magi non tornano da Erode. Non si assoggettano al potente di turno, a chi fa la voce grossa, a chi la spara più grossa…

Al termine di questo tempo natalizio domandiamoci:

sono un po’ cresciuto nell’amicizia con Dio?

sono riuscito a “limare” certi tratti del mio carattere?

mi sono preso cura di chi mi sta vicino?

Mi sono fatto messaggero di lieti annunzi; come colui che porta la pace; come colui che testimonia un cammino di felicità?

Santi Magi, avete compiuto un lungo itinerario e avete trovato Cristo, Luce del mondo. Non vi siete fermati; non avete ceduto alla paura; non vi siete fatti scoraggiare dalle difficoltà, dagli imprevisti, da chi vi remava contro. Avete capito ciò che una frase molto bella evoca: “Il senso della vita è che ciascuno trovi il suo dono. Lo scopo della vita è quello di regalarlo”. Insegnatelo anche a noi, con il vostro esempio e la vostra testimonianza. Amen, così sia.

II DOPO NATALE – 2020

La Parola di Dio di questa seconda domenica del tempo natalizio ha come scopo il farci gustare il mistero dell’incarnazione che abbiamo da poco celebrato. E lo fa con dei testi biblici non più narrativi, ma dallo stile poetico, sapienziale e riflessivo.

Fermiamoci un attimo sul prologo di Giovanni che abbiamo ascoltato nel vangelo (1,1-18). Giovanni evangelista non racconta i fatti della nascita di Gesù ma ne fa una riflessione teologica. Giovanni si fa illuminare dallo Spirito Santo, Spirito di sapienza e di rivelazione, per comprendere, per cogliere, per entrare nella profondità del mistero dell’Incarnazione del Figlio di Dio. Senza Spirito Santo non possiamo gustare, assaporare, contemplare il mistero nel Natale di Gesù Cristo, ci ha ricordato la prima lettura, tratta dal libro del Siracide.

Giovanni ci dice che la Parola, potremmo tradurre anche “il legame” che Dio ha voluto intessere con l’umanità, fin dalla creazione del mondo, si è fatta carne; è venuta nel mondo; ha posto la sua casa in mezzo a noi.

E qui saltano fuori le reazioni degli uomini: alcuni non l’hanno accolto; ad altri ha dato il potere (non in senso comune del termine, ma nel senso di possibilità) di diventare figli di Dio. Quelli che hanno creduto nel suo nome, da Dio sono stati generati (Gv 1,13).

Cari fratelli e sorelle, penso sia bello, utile e necessario fermarsi e domandarci seriamente se noi credenti abbiamo davvero ‘creduto’; se davvero siamo tra quelli che ‘lo hanno accolto’. E uno dice: come si fa? Qual è il termometro per misurare la mia fede? C’è uno modo per verificare se ho realmente accolto Gesù nel santo Natale? Sì, c’è, e tuttavia non sono il numero delle messe a cui hai partecipato né le preghiere che hai detto. Questi sono strumenti, fondamentali e indispensabili per coltivare, far crescere, alimentare il nostro rapporto con Dio. Ma non sono il fine: alla fine di ogni messa, il prete dice: “la messa è finita; andate! (non restate) e portare la pace di Cristo”.

Ho accolto Gesù nel natale se sono riuscito ad essere più paziente, meno iroso, scontroso, nervoso con chi mi sta vicino;

ho accolto Gesù nel natale se mi sono sforzato di perdonare chi mi ha fatto un torto;

ho accolto Gesù nel natale se mi sono fatto vicino a chi ne aveva bisogno; a chi ha gridato aiuto e soprattutto a chi non ha avuto la forza o il coraggio di farlo;

ho accolto Gesù nel natale se mi sono sforzato di essere strumento di comunione, mantenendo rapporti sereni e cordiali con tutti;

ho accolto Gesù nel natale se sono stato onesto e competente nel mio lavoro e non ho cercato di fregare gli altri;

ho accolto Gesù nel natale se non mi sono tirato indietro al mio dovere; al sacrificio, “tenendo duro” nelle situazioni più difficili e complicate;

ho accolto Gesù nel natale se non mi sono fatto prendere dalla banalità; dalla superficialità; dall’ignoranza, dai “luoghi comuni”;

ho accolto Gesù nel natale se non ho pensato solo a me stesso o alla mia famiglia e mi sono ricordato di chi fa più fatica.

E se non ci fossi riuscito? Dio ci sussurra: “non avere paura. Ricordati che Natale può essere tutti i giorni”. Non è una frase fatta; è la realtà della fede, perché Dio può nascere in noi ogni giorno, a patto che lo vogliamo, lo desideriamo e gli facciamo spazio. Come Maria nel suo grembo, come Giuseppe, come i pastori, come i santi Magi che ricorderemo nella solennità dell’Epifania.

SANTO STEFANO – 2020

Stefano è un martire. Il primo martire; il primo a dare la vita per Gesù e lo fa donando il suo sangue. Questa festa che la Chiesa ha inserito appena dopo il Natale ci fa ricordare che la nascita di Gesù ha senso e significato solo se inscritta nel mistero della morte e resurrezione di Cristo. Come anche il nostro nascere in questo mondo, che ha senso solo nel donare la vita.

Dice papa Francesco: siamo spesso occupati a lamentarci e a deprimerci per le cose che non vanno, soprattutto in questo tempo di pandemia. Quando ci prendono questi sentimenti non continuiamo a rimuginarci sopra; non lasciamo che la malinconia ci prenda ma usciamo da noi stessi e impariamo a donare. Il donare è la più grande medicina per sconfiggere tristezza e sconforto. Eʼ ciò che ci testimonia Santo Stefano.

  • Donano la vita mamma e papà che si prendono cura e danno il cuore per i propri figli;
  • Dona la vita chi fa onestamente il suo lavoro, cercando di aiutare gli altri e di soddisfarne i bisogni, senza sfruttare, ingannare o raggirare;
  • Dona la vita chi si spende nel volontariato e dedica un poʼ del proprio tempo agli altri;
  • Dona la vita chi insegna ed educa i valori alle nuove generazioni;
  • Dona la vita chi cerca di rispondere ai bisogni della comunità;

Tanta gente è impegnata, presa, indaffarata (lavoro, genitori anziani, figli e nipoti, volontariato…). Ma cʼè anche tanta gente che non sa come tirar sera. E comunque, se il chiuderti in te stesso ti soffoca e ti deprime, esci da te stesso e dal tuo narcisismo/egocentrismo e prenditi cura degli altri, e starai meglio.

Sono vere le parole del proverbio: “cʼè più gioia nel dare che nel ricevere”. Tuttavia per capire queste parole occorre sperimentarle sulla propria pelle, altrimenti non si riescono a comprendere fino in fondo…

Infine un ultimo accenno sul donare il sangue: è un gesto di grande altruismo e di grande generosità; di grande valore sociale ed etico, che va sicuramente incentivato e ricordato. Soprattutto in questo tempo di pandemia occorre sangue e plasma. Chi può e se la sente, doni con gioia, anche attraverso questa forma di amore e di cura verso gli altri.

GIORNO DI NATALE – 2020

Si racconta che durante la Notte Santa, quando gli angeli cantavano il “Gloria” in cielo e annunciavano la buona notizia sulla terra, anche un giovane pastore ricevette l’invito a recarsi a Betlemme. Era povero, anzi il più povero di tutti!

Ogni pastore aveva trovato qualcosa da portare in dono: chi un agnello, chi della frutta, chi del formaggio o un poʼ di latte; chi una coperta di lana ben calda… lui, il più povero, non aveva trovato proprio nulla. Tanto che diceva tra sé: “Non ho proprio nulla: come faccio ad andare a Betlemme? Cosa porterei?”

Così pensava e così fece presente a quanti insistevano perché si unisse alla loro comitiva. Ma tanto dissero e tanto fecero che lo trascinarono insieme a loro.

Durante il viaggio non riuscì a pensare niente e camminava quasi tranquillo. Ma quando fu nella stalla dove in una mangiatoia giaceva il Bambino con Maria e Giuseppe, fu preso dall’ansia e dalla preoccpazione. Ecco avanzavano gli altri e offrono i loro doni… e Maria, la madre del Bambino, si disponeva a ricevere i regali… ma aveva il Bambino tra le braccia: come fare?

Guardò attorno e, come scorse il povero pastore, il più povero di tutti, e le sue mani vuote, lo chiamò a sé, gli fece un sorriso e gli adagiò il Bambino tra le braccia!

Solo in quel momento il pastore capì che per poter accogliere quel Bambino bisognava avere le mani vuote!

Cari fratelli e sorelle, una semplice storia che ci ricorda la sola condizione per accogliere Gesù nel mistero del Natale: essere mendicanti dʼamore. Dice Gesù: “Beati i poveri in spirito perché di essi è il Regno dei cieli”.

Se hai un cuore aperto e disponibile Dio troverà i modi per farsi trovare; se hai un cuore chiuso, egoista e autoreferenziale, Dio farà fatica a venire ad abitare a casa tua, semplicemente perché non ne hai bisogno.

Tutto si riassume in queste due affermazioni: “ho bisogno di Dio” oppure “non ho bisogno di Dio”. (Non è proprio così  scontato che se siamo venuti a messa stamattina, allora abbiamo bisogno di Dio… anzi, non è scontato per niente!)

Quando diciamo Ho bisogno di Dio, Dio risponde: io ci sono, vengo ad abitare a casa tua. Non sono Harry Potter che ti risolve tutte le situazioni intricate me posso darti forza per affrontarle e darti le chiavi giuste per provare a risolverle.

Quando diciamo Non ho bisogno di Dio, Dio risponde: io provo a venirti incontro, ma hai le orecchie tappate, il cuore chiuso, le mani e i piedi paralizzati; la porta di casa tua è sprangata. Non ho ancora trovato il modo di poterti venire a trovare. Ma forse la vita lascerà aperta qualche fessura, e allora, ma solo allora, potrò entrare…

Carissimi, guardiamo a Gesù Bambino e scopriamo in Lui quella povertà che ci consente di trovare e accogliere lʼinestimabile ricchezza che desideriamo, ma che facciamo a fatica a trovare perché spesso sbagliamo la direzione della nostra caccia al Tesoro.

NOTTE DI NATALE – 2020

Cari fratelli e sorelle, celebriamo e viviamo il mistero della nascita di Gesù. E lo facciamo in un contesto e in un tempo non facile, di grande fatica, di profonda sofferenza.

Siamo venuti in questa chiesa stasera alcuni da credenti, altri da dubbiosi, altri da agnostici, oppure tutte e tre le cose insieme. Siamo venuti carichi delle nostre ansie e preoccupazioni; con cicatrici dirette o indirette di un virus che ha preso non solo il corpo ma anche il cuore e lʼanima.

Ci sentiamo (e siamo) confusi, disorientati, stanchi, spaventati, scoraggiati e forse anche un poʼ demoralizzati. Siamo stati spiazzati (per non dire sconvolti) da una situazione che ha cambiato la vita a noi e a chi ci vuole bene. Stasera siamo qua un poʼ così. E non possiamo far finta di niente. Perché sarebbe come falsificare la realtà, tradire la verità, non accettare la storia.

Noi siamo abituati a pensare il Natale come un fatto, un evento che trasmette profonda serenità e gioia. Eppure il Natale è un dramma: una giovane ragazza spaventata che resta incinta per opera dello Spirito Santo; uno sposo che decide di ripudiarla in segreto perché non capisce; una coppia estromessa dalla vita sociale, che fa nascere il figlio primogenito in una stalla o comunque in un alloggio di fortuna; il re Erode Antipa che vuole uccidere il bambino; la fuga in Egitto, lontano dagli affetti più cari. Gli abitanti di Gerusalemme che manco si svegliano e vanno avanti a dormire come se nulla fosse…

Dio nel Natale non viene solo ad abitare la storia ma viene a condividere lʼintricata storia umana. Dio sa, Dio conosce, Dio prova sulla propria pelle ciò che significa “vivere”. E come lo fa? Lo fa da bambino, affinché ciascuno di noi non abbia più paura o vergogna delle proprie fragilità.

Nella notte più cupa, nella nebbia più fitta, nellʼorizzonte più incerto nasce la Vita. Ecco il grande annuncio del Natale: qualsiasi cosa succeda; qualsiasi cosa accada, qualsiasi cosa avvenga non solo Dio cʼè (sarebbe fin troppo banale) ma sta con noi, sta dalla nostra parte.

Nel Natale Dio impara il faticoso e impegnativo “mestiere di uomo” (infatti si chiama “Emmanuele” Dio-con-noi). Lo sceglie; sceglie di sporcarsi le mani con la nostra umanità e sporcando le sue mani con le nostre, nasce una stretta di mano, unʼalleanza, una relazione, unʼamicizia.

Ecco lʼaltro grande annuncio del Natale. Dio dice: “non sono un tuo rivale; non sono tuo nemico; non sono il tuo antagonista: per esserci tu non ci devo essere io. Al contrario: se ci diamo una mano, possiamo sperimentare la felicità entrambi” (SantʼIreneo di Lione la diceva così: la bellezza di Dio sta nellʼuomo che vive).

Come si fa a credere a questi annunci? Per crederci, dobbiamo diventare, anche noi (almeno un poʼ) come i pastori di Betlemme: si alzano, si mettono in viaggio, camminano, vanno, vedono e trovano il Bambino avvolto in fasce che giace in una mangiatoia. Cosʼè che li fa partire, che li fa muovere? Eʼ il desiderio: de-siderare significa essere in cerca delle stelle. Se desideriamo una vita migliore, più autentica, più ricca (non la bella vita ma la vita bella) potremmo trovare Qualcuno che ci indichi la strada che ci conduca alla sorgente dellʼAmore.

Vi auguro di desiderare, di chiedere e di trovare la vostra relazione personale con il Dio che ci ha rivelato Gesù, che non ha il ghigno di un padrone scontroso, rancoroso, vendicativo, egoista e autoreferenziale, ma che ha il volto di Padre, il cui unico scopo è la felicità dei propri figli. Dove per felicità non si intende “andrà tutto bene”, ma anche quando non dovesse andare tutto bene so a Chi chiedere nuova fiducia (che è la stessa cosa di dire “fede”).

Allora davvero buona nascita di Gesù salvatore

ai fratelli e alle sorelle che stanno soffrendo per la perdita di una persona cara;

a coloro che piangono la perdita di un figlio;

per una grave malattia in famiglia;

per un tradimento, una separazione, un divorzio,

una forte incomprensione;

per problemi economici;

per la perdita del posto di lavoro;

Buon Natale a coloro che sperimentano la precarietà e l’insicurezza, a coloro che sono lontani dalla propria patria e dagli affetti più cari.

Buon Natale a coloro che sentono il peso e la fatica nel costruire il futuro, immaginandosi un avvenire migliore, che non si riesce a intravvedere. Buon Natale a coloro che hanno sbagliato e stanno pagando per i propri errori.

Per noi, per tutti questi fratelli e sorelle, e per coloro che lavorano anche in questa notte per la nostra sicurezza, per la nostra salute, per il bene pubblico.

A tutti auguri di buon Natale,

a tutti, in tutto il mondo e per tutti i cuori

oppressi,  affaticati e stanchi,

arrivi lʼabbraccio di Cristo Salvatore.

E insieme al suo, giunga anche il nostro;

visto che siamo i suoi discepoli e collaboratori.

IV domenica di AVVENTO – anno B – 2020

Nel mistero dell’incarnazione Dio vuole porre la sua casa in mezzo a noi, come ci dice san Giovanni nel prologo del suo vangelo.

Occhio a non fare lo stesso errore che ha compiuto Davide nella prima lettura: il re vuole costruire un tempio per Dio, mettendosi così come protagonista dell’opera divina e Dio gli dice: io ti farò una casa, ti darò un grande discendenza! La tua casa, il tuo regno, il tuo trono saranno stabili per sempre. E infatti la promessa è stata mantenuta: Dio ha reso salda la dinastia davidica, mandando un re che regnerà per sempre: suo Figlio!

Questo racconto ci fa capire che non dobbiamo essere noi a costruire una casa a Dio, a dirgli dove si deve mettere, cosa deve fare, come si deve comportare… questa è una tentazione forte, soprattutto per noi credenti: è la tentazione di chi vuole impossessarsi di Dio, di fargli fare quello che vuoi tu, a tuo vantaggio personale.

Nel Natale la casa, il tempio di Dio diventa l’umanità, dimora della sua presenza.

Il vangelo, che ci ha narrato l’episodio dell’annunciazione (già ascoltato nella solennità dell’Immacolata), ci indica in Maria e Giuseppe le prime pietre di questa casa che Dio sta costruendo per gli uomini e con gli uomini, attraverso la loro attiva collaborazione, attraverso il loro “Sì” generoso e incondizionato.

Anche noi, in questo natale, siamo chiamati ad essere pietre vive per costruire il tempio spirituale di Dio, che siamo noi, dice san Paolo.

L’annunciazione dell’angelo a Maria e la sua risposta bella, umile, profonda, generosa, appassionata, vera e sincera, ci insegnano che solo l’amore edifica; solo l’amore crea, solo l’amore costruisce per sempre. Per questo Gesù si fa uomo.

Sentiamoci tutti sollecitati, invitati, provocati a pronunciare il nostro “sì” personale, nell’obbedienza a Dio, nello stesso modo con cui viene chiesto alla Vergine Maria di acconsentire al progetto del Padre. S.Bernardo di Chiaravalle lo esprime così:

Hai udito, Vergine, che concepirai e partorirai un figlio; hai udito che questo avverrà non per opera di un uomo, ma per opera dello Spirito santo. L’angelo aspetta la risposta; deve fare ritorno a Dio che l’ha inviato. Aspettiamo, o Signora, una parola di compassione anche noi, noi oppressi miseramente da una sentenza di dannazione. Ecco che ti viene offerto il prezzo della nostra salvezza: se tu acconsenti, saremo subito liberati. Noi tutti fummo creati nel Verbo eterno di Dio, ma ora siamo soggetti alla morte: per la tua breve risposta dobbiamo essere rinnovati e richiamati in vita. 
Te ne supplica in pianto, Vergine pia,
Adamo esule dal paradiso con la sua misera discendenza; te ne supplicano Abramo e David; te ne supplicano insistentemente i santi patriarchi che sono i tuoi antenati, i quali abitano anch’essi nella regione tenebrosa della morte.  Tutto il mondo è in attesa, prostrato alle tue ginocchia: dalla tua bocca dipende la consolazione dei miseri, la redenzione dei prigionieri, la liberazione dei condannati, la salvezza di tutti i figli di Adamo, di tutto il genere umano. 
O Vergine, da’ presto la risposta. Rispondi sollecitamente all’angelo, anzi, attraverso l’angelo, al Signore. Rispondi la tua parola e accogli la Parola: dì la tua parola umana  e concepisci la Parola divina; emetti la parola che passa e ricevi la Parola eterna.
Apri, Vergine beata, il cuore alla fede, le labbra all’assenso, il grembo al Creatore. Ecco che colui al quale è volto il desiderio di tutte le genti, batte fuori alla porta. Non sia, che mentre tu sei titubante, egli passi oltre e tu debba, dolente, ricominciare a cercare colui che ami. Levati, su, corri, apri! Levati con la fede, corri con la devozione, apri con il tuo assenso. 
“Eccomi”, dice, “sono la serva del Signore, si compia in me la tua parola” (Lc 1, 38).

III di Avvento – Anno B – 2020

Cari fratelli e sorelle, continuiamo il nostro cammino di Avvento illuminati e accompagnati dalla parola di Dio. Ci stanno accompagnando dei verbi: quello della prima domenica era “vegliare”; quello di domenica scorsa era “preparare”, in questa domenica, nella quale ci viene ancora presentata la figura possente e austera di Giovanni il Battista, il verbo con cui riflettere è “raddrizzare”.

Allora la domanda diventa: “cosa devo raddrizzare nella mia vita? Quali sono le curvature che mi impediscono di stare in posizione eretta? Cosa cʼè di storto nella mia vita che va raddrizzato?” (la posizione eretta, nella Bibbia e nei vangeli è la posizione dei risorti): stili, comportamenti, atteggiamenti, scelte, pregiudizi, invidie, falsità… Qui ci possono venire in aiuto le riflessioni che abbiamo fatto domenica scorsa a riguardo del sacramento del perdono.

Raddrizzare le vie di Dio e raddrizzare le vie degli esseri umani, siamo chiamati a farlo singolarmente ma anche come società, come comunità. E qui cʼè tanto da “raddrizzare”…

Ci sono da raddrizzare le disuguaglianze sociali…

Ci sono da raddrizzare i “mali” che affliggono il nostro Paese: Carlo Cottarelli, economista, cremonese DOC, ne elenca sette:

  • Lʼevasione fiscale…
  • La corruzione…
  • La burocrazia…
  • La giustizia che non funziona, lenta e infinita…
  • La denatalità…
  • Il divario tra nord e sud…
  • Il faticoso rapporto con lʼEuropa e con la moneta unica…
  • Il debito pubblico nazionale, cresciuto a dismisura in questi ultimi decenni e a causa della pandemia. Debito che ricade sul futuro delle nuove generazioni….

Ci sono da raddrizzare i cuori, che corrono il rischio di chiudersi in se stessi e di non prendersi cura gli uni degli altri, in una fraternità solidale e reale…

Diceva Piero Gobetti nel 1918 (qualche anno dopo la prima guerra mondiale): “Come non bastano le antiche glorie a darci la grandezza presente, così non bastano i presenti difetti a toglierci la grandezza futura, se sappiamo volerlo, se vogliamo sinceramente rinnovarci”.

Ricordandoci che anche il rinnovamento sociale passa per il rinnovamento dei singoli. Se ognuno fa la propria parte, la somma di ogni singola parte forma il tutto.

Aiutaci, Signore a raddrizzarci,

Aiutaci, Signore a rinnovarci,

Aiutaci, Signore a vivere da uomini e donne, illuminati dalla luce del tuo Natale e dalla tua Pasqua. Amen.

MARIA IMMACOLATA – 2020

Cari fratelli e sorelle, inserita nel cammino dellʼAvvento la Chiesa ci fa celebrare la solennità dellʼImmacolata Concezione della Vergine Maria.

Dice il dogma della Chiesa: “Maria è stata preservata da ogni contagio di peccato – di colpa, perché scelta da Dio per diventare la madre del suo Figlio”.

La liturgia parla di “singolare privilegio” accordato a Maria, in previsione della sua maternità. Tuttavia qui di privilegi non ce ne sono… Maria non è una “privilegiata”… e neanche lʼImmacolata è la festa dei “meriti” di Maria la quale avrebbe meritato di diventare la madre del Figlio di Dio… tutto, lʼabbiamo ascoltato nel vangelo, è accaduto per grazia!

Maria è stata scelta da Dio per diventare la Madre di Gesù per puro dono. La divina maternità è un regalo che Dio ha fatto alla Vergine… la quale è stata “scelta”. Ecco, potremmo parlare dellʼelezione di Maria di Nazareth: Dio ha scelto questa ragazza tra le tante ragazze presenti in quel momento sulla faccia della terra. Perchè Dio ha scelto Maria? Lʼha scelta perché umile; perché aveva un rapporto con Dio; perché aveva un cuore buono e disponibile, perchè capace di ascolto; lʼha scelta in uno dei più insignificanti paesini della più piccola provincia dellʼImpero Romano. Anche questo fatto è stata una scelta voluta e ben pensata da Dio stesso. Niente palazzi, niente potenti, niente teste coronate. Una semplice donna del popolo, che, nella fede dice “Sì” al progetto di Dio.

Preservata da ogni peccato originale: se volessimo ritradurre la parola “peccato” potremmo dire: peccato è ciò che ci allontana da Dio. Maria non si è mai allontanata da Dio. Per questo ha reso il suo cuore ospitale, libero, aperto per accogliere le Sue meraviglie.

Lʼabbiamo ascoltato nel vangelo dellʼAnnunciazione: è lʼincontro tra due libertà: quella di Dio, che fa una proposta e una promessa (abbastanza misteriosa e incomprensibile) e la libertà di Maria, che prima di decidere, ci pensa sopra, riflette, prega, chiede chiarimenti. E poi, nella fede, si fida di Dio e gli accorda fiducia.

Carissimi, Maria Immacolata ci insegna tre cose, apparentemente semplici ma faticose da mettere in pratica:

  • Dio non fa tutto da solo ma chiede la nostra collaborazione per portare avanti i suoi progetti di bene;
  • Maria ci insegna a dire il nostro Sì convinto e generoso a Dio;
  • E come ha fatto Lei, anche noi siamo chiamati a far nascere Gesù in noi. Questo sarà il vero senso del Natale.

II di Avvento – Anno B – 2020 (Mc 1,1-8)

Cari fratelli e sorelle, continuiamo il nostro cammino di Avvento illuminati e accompagnati dalla Parola di Dio. Ci stanno accompagnando dei verbi: quello di domenica scorsa era “vegliare”; quello di questa domenica, che ci viene dal vangelo dalla figura di Giovanni il Battista è “preparare”.

Un verbo che ha a che fare con la nostra vita perché gli eventi e i fatti più belli noi li prepariamo. Pensiamo alla nascita di un bambino, a un matrimonio, ad una ricorrenza, al termine di un percorso universitario, accademico, a una promozione nel mondo del lavoro… insomma, quando cʼè in ballo qualcosa di importate ci prepariamo. E questo deve valere anche per la nostra vita di fede.

E come facciamo a prepararci per la venuta del Salvatore? le modalità sono tante, alcune le abbiamo già accennate domenica scorsa; tuttavia ce nʼè una che non dobbiamo dimenticare ed è quella dellʼincontro con il Signore nel sacramento della confessione o del perdono.

Mi piace chiamarlo “sacramento del perdono; sacramento dellʼamore di Dio” perché al centro di questo sacramento non cʼè il mio “elenco della spesa” ma cʼè lʼamore di Dio che, al di là dei miei meriti o demeriti, mi viene regalato. Il sacramento del perdono è importante soprattutto per questo.

E poi non dimentichiamoci che in questo sacramento abbiamo lʼopportunità di fare un poʼ il punto della situazione sulla nostra vita: a che punto sono; le mie difficoltà, i miei punti di forza; i traguardi che ho raggiunto e quelli che devo ancora raggiungere. Eʼ quello che noi cristiani chiamiamo “esame di coscienza”, che ci aiuta a capire come siamo messi di fronte a Dio, di fronte a noi stessi, e di fronte agli altri.

Anche a livello psicologico questa cosa aiuta: il “dirsi”, il “narrarsi”, il “raccontarsi”, il “buttar fuori” fatiche, ansie, frustrazioni, insieme al racconto di ciò che funziona, ci aiuta a stare bene e a capire i passi che siamo chiamati a fare.

Un ultimo aspetto positivo della confessione è lʼumiltà: andare davanti a un ministro di Dio, peccatore come me (se non peggio) raccontando la mia vita e chiedendo il perdono dei peccati ci rende umili, piccoli, pronti per accogliere Colui che si è fatto umile, piccolo e povero. Senza queste virtù, da chiedere e, prima ancora, da desiderare, è davvero difficile “fare Natale”.

Vi invito allora ad accostarvi al sacramento della confessione/del perdono. Le possibilità ci sono… Ricordiandoci due cose:

  • Che il perdono è il secondo nome dellʼamore; ciò vuol dire che chi impara a perdonare, impara ad amare (e viceversa)
  • Che impariamo a perdonare, se facciamo esperienza di perdono: “perdonati, perdoniamo”

Che il Signore, in questo tempo di avvento, ci dia la grazia di riconoscere i nostri errori, sbagli e mancanze e faccia crescere il noi il desiderio di incontrarlo come Padre buono e ricco di misericordia.

I di Avvento – Anno B – 2020 (Mc 13,33-37)

Cari fratelli e sorelle, iniziamo questo tempo “forte” dellʼAvvento che la chiesa ci fa vivere e celebrare per accompagnarci e condurci al Santo Natale che è il mistero dellʼincarnazione del Figlio di Dio.

Sarà un cammino breve ma speriamo intenso; questa intensità dipenderà molto anche dalla nostra collaborazione, dalla disposizione del nostro cuore, dal desiderio di incontrare colui che desidera farsi Incontro.

Ci accompagneranno diversi verbi. Il primo, quello proposto da Gesù nel vangelo per questa prima domenica di avvento è “vegliare”. Il Signore ci invita a vegliare, a stare pronti, attenti in attesa di Colui che deve venire.

E come si fa? Quali sono gli ingredienti per fare nostro questo atteggiamento? Sono quelli di sempre. Ma proprio perché sono quelli di sempre, occorre riscoprirli, farne memoria. 

Il vescovo Daniele, parlando ai giovani alla veglia in cattedrale in streaming domenica scorsa li invitava a vivere il tempo di Avvento come un allenamento. Cosa bisogna allenare?

Anzitutto allenare gli occhi, che vuol dire riconoscere il Signore presente nella nostra vita nei segni sacramentali (lʼEucarestia in particolare, quella festiva ma anche quella feriale) e poi riconoscerlo negli altri, soprattutto in quelli in difficoltà: come cristiani siamo chiamati a “guardare gli altri come li guarda Dio”.

In questi mesi cʼè ancora tanta sofferenza in giro: sofferenza fisica, sofferenza psicologica, sofferenza economica e sociale. Tuttavia ci sono anche tanti semi di speranza e di solidarietà: e qui salta fuori il secondo allenamento: allenare le mani.

Un segno di questo allenamento, penso lʼabbiate sentito nei telegiornali, è la “banca del tempo”: giovani che mettono a disposizione parte del loro tempo per aiutare soprattutto le persone anziane… una sorta di “scambio fra generazioni”. Ma poi anche i piccoli gesti di gratuità, di aiuto, di raccolta fondi, come abbiamo fatto anche noi come comunità e come continueremo a fare in questo tempo di Avvento (in particolare per il “fondo diocesano san Giuseppe”). Perché “il bene genera sempre altro bene”…

Infine allenare il cuore: attraverso la preghiera, il mio rapporto personale con Dio. Ricordandoci che la preghiera è anzitutto ascolto: ascolto di Dio che parla; ascolto della sua parola; ascolto del vangelo, di una “buona notizia”. E quanto ne abbiamo bisogno in questo periodo!

Infine, anche se non siamo in quaresima, vi propongo qualche fioretto, qualche rinuncia, qualche segno di sobrietà:

  • la sobrietà delle parole (inutili) e dei giudizi: sui social se ne sentono di tutti i colori e tutti devono dire tutto di tutto.

Cʼè una frase che gira in internet.. molti la leggono ma pochi la mettono in pratica: “sii gentile e non giudicare, perché ogni persona che incontri sta combattendo una battaglia di cui tu non sai nulla”.

Sobrietà… non tanto da ciò che è “leggero”, di cose “leggere” ne abbiamo bisogno, soprattutto in questi mesi… sobrietà invece dalle cretinerie, dalle scemenze, da ambienti (sia fisici che virtuali) che fanno polemica inutile e sterile… sobrietà… altrimenti ci viene mal di testa e fegato ingrossato per niente…

  • la generosità: se possiamo, proviamo ad essere generosi. Perché cʼè più gioia nel dare (tempo, ascolto, risorse materiali) che nel ricevere.

Buon cammino di avvento, incontro al Signore che viene!