Anno liturgico 2020-2021

XXIX domenica del T.O. – anno B – 2021          Mc 10,35-45

Il vangelo di questa domenica ci presenta un po’ una “figuraccia” che due discepoli (Marco li chiama per nome, senza paura né vergogna), Giacomo e Giovanni, figli di Zebedeo, fanno davanti a Gesù. Questi due, dall’altezza della loro boriosità e saccenza, dopo essere stati diverso tempo con Gesù, gli chiedono: “Maestro, vogliamo che tu faccia per noi quello che ti chiederemo” (v.35)… beh, un po’ di sfrontatezza si legge tra le righe; eppure Gesù risponde con calma e pazienza (come si fa con i bambini): “Che cosa volete che faccia per voi?” (v.36) E qui scoppia la bomba: “concedici di sedere nella tua gloria, uno alla tua destra e uno alla tua sinistra” (v.37). Non si capisce bene, dal testo, se questi due sono davvero fuori di testa e non hanno capito niente della vita e dell’esempio di Gesù oppure vogliono fare solo i primi della classe… probabilmente è solo questo, perché poi Gesù dice loro che non hanno la minima idea di quello che stanno per chiedere (v.38); eppure, quando Gesù diventa esplicito e parla di calice e di battesimo di sangue (cioè annuncia la croce) essi rispondono prontamente e con decisione dicono: “lo possiamo” (v.38b).

Lo abbiamo già detto, il desiderio di essere primi, di diventare primi, di essere ai primi posti, di per sé non è negativo… tutti noi abbiamo nel cuore questo desiderio: pensiamo al mondo del lavoro, alla carriera, al mondo della scuola, al mondo dello sport…. è dentro di noi il desiderio di “fare bene” e di essere i primi o almeno tra i primi. Tuttavia, ci dice Gesù, questo desiderio va orientato: COME vuoi essere primo? Ecco la preposizione che fa la differenza: Come vuoi essere primo? Danneggiando gli altri? Falsificando le carte? Rubando? Agendo in modo disonesto? Corrompendo qualcuno? Chiedendo una raccomandazione? (come sembrano fare i due apostoli con Gesù?). Non è questa la strada evangelica.

Gesù dice ai due: Sì, sarete ai primi posti, ma lo farete donando la vostra vita. Sarete dei grandi apostoli, ricordati e venerati per millenni, ma non come re o imperatori, ma come servi del vangelo.

Se vuoi diventare grande, ci dice Gesù, fatti servo e prendi il posto dello schiavo, cioè di colui che non può accampare diritti, privilegi o raccomandazioni. E tutto questo perché? Perché siamo discepoli di colui che non è venuto per farsi servire, ma per dare la vita in riscatto per molti (per tutti, perché il vangelo traduce: “per le moltitudini” v.45).

Sia così nel mondo del lavoro, in famiglia, a scuola, nello sport, tra amici… ma sia così anche nella Chiesa, tra i vescovi, tra i preti, tra chi ha un ministero (che significa appunto “servizio”), nei nostri ambienti, nei nostri gruppi e nelle nostre riunioni.

Farsi servi significa anzitutto prenderci cura gli uni degli altri;

farsi servi significa non imporre la propria opinione in tutti i modi;

farsi servi significa imparare ad ascoltare anche le opinioni degli altri e discernere ciò che c’è di buono nelle parole, negli esempi, nei pensieri altrui.

farsi servi significa rispettare i ruoli all’interno della comunità: il mio ruolo e quello degli altri.

Farsi servi significa non fare gli ingordi; non volere sempre di più, ma accontentarsi e ringraziare per ciò che si è e ciò che si ha.

Chiediamo al Signore che ci conceda la modalità adatta per essere “primi”; di corrispondere a questo desiderio, a questa esigenza che ci portiamo dentro, con l’esempio di vita che ci viene da Lui.  

XXVIII domenica del T.O. – anno B – 2021     Mc 10,17-30

Il brano di vangelo presentatoci dalla parola di Dio di questa domenica viene comunemente chiamato la “parabola del giovane ricco” (anche se Marco lo chiama “un tale”, mentre è Matteo che lo qualifica come “giovane”).

E’ la storia di un incontro, di una vocazione, di un’occasione…. Mancata! Perché il giovane, alle parole e all’incontro con Gesù “se ne va via triste” (v.22).

Innanzitutto osserviamo le azioni del giovane:

corre incontro a Gesù, gli si getta davanti in ginocchio (ai suoi piedi). Probabilmente questo ragazzo già conosceva Gesù o almeno ne aveva sentito parlare. Poi lo chiama e usa un appellativo molto denso: “Maestro buono”. E qui si capisce che il ragazzo non è una persona assolutamente banale o superficiale ma dimostra la sua profondità e la sua fede, perché la bontà è prerogativa di Dio ed egli la attribuisce a Gesù, come a sottolineare che tra questo “rabbì” e Dio ci sia un’affinità, una relazione. Arriva la domanda: “che cosa devo fare per avere in eredità la vita eterna?” (v.17). Anche questa questione non è per niente banale: il giovane si sta interrogando sul proprio futuro e lo fa in maniera seria e profonda. Tra l’altro si utilizza il verbo “ereditare” e non conquistare. Infatti la vita eterna, la vita in Dio, il suo amore non lo si conquista né si merita, ma lo si accoglie e lo si fa crescere. Il giovane sta chiedendo a Gesù il modo per raggiungere (o meglio per accogliere) la felicità.

La risposta di Gesù sembra a prima vista un po’ freddina, scolastica, invece non lo è; tutt’altro; è una risposta che tocca l’esistenza: “conosci i comandamenti” (v.19), ossia conosci (qui nel senso di “fare esperienza”) le parole che ti danno vita, le parole che ti fanno crescere: ama, sii fedele, dona, sii sincero, trasparente e vero; sii onesto e prenditi cura (letteralmente “portali sulle tue spalle”) dei tuoi genitori nel momento del bisogno. Il giovane risponde: “li ho osservati fin dalla mia giovinezza” (v.20). Gesù fissa lo sguardo su di lui e lo ama (PS: come si fa non amare un ragazzo del genere?)

Arriva l’annuncio (v.21):

  • Và: mettiti in cammino;
  • Vendi quello che hai: spogliati delle tue ricchezze, ovvero di tutto ciò che ti impedisce di avere un rapporto autentico con Dio e con gli altri;
  • Dallo ai poveri: sii altruista e non egoista: non mettere al centro te stesso e i tuoi bisogni ma gli altri;
  • Vieni, seguimi!

Che succede? Il giovane se ne va via triste, perché Gesù ha “alzato il tiro”. Il vangelo dice che “si fece scuro in volto” (v.22): questa annotazione indica sofferenza interiore. Possedeva infatti molti beni: da “possesso”: li teneva per sé.

Non abbiamo ascoltato una storiellina, abbiamo ascoltato una Parola, una pro-vocazione per noi e per la nostra vita: e se fossimo ciascuno di noi, quel giovane ricco, che deve imparare a spogliarsi di se stesso per rivestirsi di Gesù Cristo?

XXVII domenica del T.O. – anno B – 2021       Mc 10,2-16

Il vangelo di questa XXVII domenica del tempo ordinario, tratto dall’evangelista Marco al capitolo decimo, ci parla dell’annuncio di Gesù sul matrimonio e sull’adulterio (come tradimento dell’amore).

Noi oggi, giorno della Sagra, in cui veneriamo Maria SS. come Santa Maria in Silvis e Regina del santo Rosario, facciamo riferimento, estrapoliamo, potremmo anche dire prendiamo in prestito una frase delle parole pronunciate da Gesù: “i due diventeranno una sola carne”. Quello che è vero per l’uomo e la donna è diventato ancor più vero per Maria e per il suo Figlio Gesù: per opera dello Spirito Santo Figlio e Madre sono diventati “una sola carne”, una cosa sola: una giovane ragazza di Nazareth ha dato al mondo l’autore della vita.

Maria diventa Madre non tanto quando dà alla luce Gesù ma quando lo genera nella fede. E il rosario che Maria tiene in mano è segno di questa fede; di quella incrollabile fiducia che la Madonna non ha mai smesso di avere nei confronti del suo Figlio.

Santa Maria, donna della fiducia, dell’ascolto e della preghiera, aiuta noi credenti a generare nella fede il Figlio di Dio. Per poter essere felici; per poter partecipare della sua stessa vita; per poter affrontare, con la grazia di Cristo le avversità e le asperità dell’esistenza.

Santa Maria in Silvis, aiutaci ad uscire dal bosco delle nostre paure, dei nostri turbamenti, delle nostre chiusure, delle nostre incomprensioni, della nostra sfiducia e del nostro smarrimento che stiamo sperimentando in questo tempo di prova.

Aiutaci a percorrere il tuo stesso cammino: metterci in ascolto del tuo Figlio, conoscerlo, amarlo e testimoniarlo.

Aiutaci a dire il nostro “Sì” alla vita, all’amore, alla sofferenza e al dolore, al servizio, al dono di noi stessi.

Fai crescere la nostra fede: fiducia in Dio, nel tuo Figlio Gesù, nella forza dello Spirito Santo; fiducia in noi stessi, negli altri, visti non come nemici o avversari ma come compagni di viaggio.

Fiducia in un futuro migliore, perché Dio non smette di metterlo nelle nostre mani e, se lo vogliamo, questo futuro che ci sta davanti può diventare luminoso come alba che nasce, come tramonto che colora, come sole che splende e riscalda sulle nostre fragili, preziose vite.

XXVI DOMENICA del T.O. – anno B – 2021 Mc 9,38-43.45.47-48

Il tema della Parola di Dio di questa domenica è chiaro e incisivo (l’abbiamo ascoltato sia nella prima lettura che nel vangelo), ovvero i doni di Dio sono per tutti (e non per qualcuno soltanto).

Noi siamo soliti classificare, etichettare, incasellare le persone, fare distinzioni (da una parte noi, dall’altra gli altri; da una parte i cristiani, dall’altra i non credenti; da una parte i benestanti, dall’altra i poveri ecc…). Incaselliamo le persone (di cui nutriamo spesso pregiudizi); le esperienze che facciamo, gli stili di vita che viviamo e incontriamo…

Per Gesù non è così: Gesù rivela il cuore di Dio che è infinito e universale: le braccia spalancate sulla croce continuano a dirci totale accoglienza. La vita stessa di Cristo dice assenza di pregiudizio; le parole e i gesti di Gesù dicono bontà, verità e misericordia.

Il motto di oggi potrebbe essere: “tutti insieme per fare il bene”; tutti uniti verso un obiettivo comune; certo, ciascuno con i propri doni, le proprie specificità, le proprie ricchezze.

Dio sa utilizzare milioni, miliardi di strade e possibilità per arrivare al cuore degli esseri umani. Noi credenti abbiamo la fortuna di aver ricevuto in dono quelle “ufficiali”, quelle offerteci direttamente dal Signore Gesù. E sono quelle che ci consentono di “ereditare” (non di conquistare o di meritare) i beni di Dio, cioè di partecipare alla sua stessa vita e di viverla, anche se non ancora totalmente in pienezza, adesso.

Per questo papa Francesco insiste molto sull’unità della famiglia umana e della famiglia cristiana. Il mondo deve essere inclusivo, altrimenti tradiamo non solo il vangelo ma ciò che di più umano c’è in noi.

Oggi è anche la giornata del migrante e del rifugiato. Il migrante, il fenomeno della migrazione è un paradigma per ricordarci che noi tutti siamo migranti in questa terra, e tutti insieme siamo chiamati a raggiungere quella patria dove non ci saranno più distinzioni, né classificazioni, né separazioni, di nessun genere; una patria, (il cuore di Dio!), dove saremo convocati tutti come “fratelli e sorelle”, condividendo lo stesso Amore.

XXV DOMENICA del T.O. – anno B – 2021 Mc 9,30-37

Il vangelo di oggi è la continuazione di quello di domenica scorsa. Il brano lo possiamo dividere in due parti. Nella prima parte Gesù annuncia per la seconda volta l’epilogo, la conclusione della sua vita: la sua passione, morte in croce e risurrezione. Perché lo fa? Per rendere sempre più coscienti i discepoli del destino che lo attende e che egli deve affrontare. I dodici devono assimilare una immagine di Messia diversa da come la intendevano gli ebrei del tempo: la missione di Gesù consiste infatti nel farsi servo e non nel primeggiare, nel comandare, nel governare come dèspota, con la forza e l’imposizione. Il messianismo che Gesù annuncia è quello della mitezza, della parola, del confronto, del dialogo e dell’accoglienza. I discepoli, ci dice il vangelo, non capiscono, o forse non vogliono capire. E per la strada (seconda parte del vangelo) si confrontano su chi fosse il più grande.

Voler essere primi è nella nostra natura umana: vogliamo superare noi stessi; fare sempre meglio… e questo ci sta. Tuttavia occorre orientare questo desiderio. E Gesù fa proprio questo: “se vuoi essere primo, sii umile e fatti servo; mettiti a servizio e non pensare solo a te stesso e ai tuoi bisogni personali”.

Poi rimarca queste parole con un’azione: prende un bambino e lo mette al centro. Il bambino diventa simbolo dell’umiltà, di colui che non si impone, di colui che necessita di tutto.

Papa Francesco ha esemplificato e concretizzato la virtù dell’umiltà invitando noi cristiani ad imparare ad usare spesso alcune parole, che diventano atteggiamenti: l’umile è colui che sa ringraziare e non da tutto dovuto o per scontato; l’umile è colui che impara a chiedere scusa; l’umile è colui che chiede permesso quando si rapporta alla vita dell’altro, con delicatezza e rispetto.

L’umile, infine, è colui che ama, ricordandoci che “la misura dell’amore è amare senza misura”.

ANNIVERSARI DI MATRIMONIO – 18 settembre 2021

Carissimi, ci siamo qui riuniti nella nostra chiesa parrocchiale per celebrare gli anniversari di matrimonio di alcune coppie della nostra comunità che diversi anni fa hanno detto il loro “Sì” come risposta alla vocazione ad una vita familiare e di vita insieme, “nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia, amandosi e onorandosi tutti i giorni della vostra vita” (così diceva –  e dice – la formula del consenso matrimoniale).

Siete venuti in questa chiesa questa sera con le vostre vite, le vostre storie, i vostri sentimenti, con ciò che avete costruito, con ciò che non siete riusciti a fare, con i vostri successi e fallimenti, in campo matrimoniale, lavorativo, familiare, relazionale.

La vostra scelta di vita, che rinnovate questa sera, sia sempre un segno bello dell’amore di Dio per tutta l’umanità! Il matrimonio cristiano infatti, dice la nostra fede, è l’espressione la realizzazione, la manifestazione, il compimento dell’amore di Dio per ciascuno di noi. E voi siete chiamati a testimoniarlo attraverso la vostra vita insieme, uniti dall’amore di Cristo e, per molti di voi, collaboratori dell’opera della creazione attraverso il dono della vita.

Il vangelo di stasera parla di umiltà: farsi umili, piccoli, accoglienti e riceventi come bambini. Forse è questo l’ingrediente più importante in una relazione matrimoniale: quella di lasciare spazio all’altro; lasciare che l’altro sia se stesso e mi arricchisca con le sue qualità e anche con le sue fragilità e i suoi limiti: “amami quando me lo merito meno perché sarà il momento in cui ne avrò più bisogno”: chissà quante volte ve lo siete detti o l’avete sperimentato…

In questo giorno in cui rinnovate le promesse della vostra vita di coppia, voglio invitarvi a pregare soprattutto per le famiglie, per svariati motivi fanno fatica a vivere il loro rapporto.

E voglio infine chiedervi di essere accoglienti: accoglienti con tutti quei fratelli e sorelle che, per storie di vita diverse le une dalle altre, hanno formato o formano famiglie con caratteristiche diverse della vostre (o dal modello di famiglia “cristiana”).

Cari fratelli e sorelle, non ci devono essere modelli di famiglie di serie “A” o di serie “B”… famiglia è dove c’è amore, accoglienza, rispetto, fedeltà, dono di sé. Famiglia è sacrificio, è condivisione di obiettivi, di ideali, di progetti, di speranze e di gioie vissute insieme.

I vostri anni di vita insieme testimoniano che tutto questo ancora oggi è possibile. Siate sempre testimoni di questo grande amore che se da una parte esprimete e manifestate, dall’altra parte vi supera e vi custodisce. E’ la mano di Dio che mai si stanca di essere tesa verso di noi, “nella gioia e nel dolore; nella salute e nella malattia; nello sconforto e nella pace; nella tempesta e nella serenità”… anche oltre la morte, perché più forte della Morte è l’Amore, perché l’Amore salva dalla morte: l’ha scritto Alessandro D’Avenia qualche anno fa ma il vero copyright è di proprietà del Signore Gesù.

XXIV DOMENICA DEL T.O. – anno B – 2021 Mc 8,27-35

In questa XXIV domenica del T.O. il vangelo ci presenta Gesù in cammino per le strade della Palestina, e la gente, vedendo i segni e ascoltando le sue parole, si pone la domanda sulla sua identità: “chi è costui?”; e la stessa domanda Gesù la pone ai discepoli: “chi dice la gente che io sia?” Pietro risponde a nome di tutti e, in teoria (cioè a parole), non sbaglia, e afferma: “tu sei il Cristo”, ossia l’inviato di Dio, colui che ha il compito di rivelare il volto del Padre. Fin qui tutto bene. Anche per noi è così: professare la fede in Gesù in Chiesa, oppure dirci cristiani a parole non richiede così tanta difficoltà, tanto sforzo, tanto compromesso.

Poi Gesù continua, rincarando la dose e iniziando a parlare di sofferenza, passione, morte in croce e risurrezione. E, dice il vangelo, faceva questo discorso apertamente. E qui arriva la pratica e Pietro, ascoltando queste cose, rimprovera Gesù, il quale è molto duro con Pietro, che viene definito “satana”, cioè “tentatore”, perché non pensa secondo la volontà di Dio ma secondo la volontà umana, quella appunto del successo umano.

Quale l’insegnamento di oggi? Che per vivere la vita cristiana occorre tenere insieme teoria e pratica. Non possiamo dirci cristiani, se nella pratica non viviamo i valori del vangelo. Non possiamo mettere in atto solo gesti esteriori, pur religiosi, e poi non vivere il testamento di Gesù, ovvero l’amore per gli altri, l’accoglienza, la solidarietà, la gratuità, la fraternità, la pace, l’assenza di giudizio, la misericordia.

Per questo, se qualcuno vuol andare dietro Gesù, deve mettere in secondo piano i propri bisogni, i propri egoismi, i propri protagonismi, prendere la propria croce, ossia le fatiche e i problemi della vita e seguire il Signore, ovvero farlo diventare il punto di riferimento del nostro pensare, del nostro progettare del nostro agire, del nostro desiderare, del nostro stare insieme.

XXIII DOMENICA del T.O. – anno B – 2021        Mc 7,31-37

In questa domenica il vangelo ci presenta dell’episodio della guarigione del sordomuto. Siamo nel territorio della Decapoli, una zona a nord-est della Palestina; una zona poco religiosa e piuttosto commerciale; un incrocio di culture.

Gli portarono un sordomuto (un isolato). Questo sordomuto è l’immagine di tutti noi: spesso sordi alle parole vere, autentiche e muti perché facciamo fatica ad annunciare il vangelo; a rivelare Gesù con le nostre esperienze di vita. Il cristiano infatti dovrebbe essere colui che rivela Gesù… invece noi riveliamo noi stessi, i nostri progetti, i nostri desideri.

Con dei gesti che rievocano la creazione (la saliva sulla lingua e le dita nelle orecchie), Gesù ci dice che anche noi siamo chiamati a “creare”. Non siamo statue che non parlano, che non ascoltano, che non comunicano. Impariamo da Dio ad essere “creatori”; a fare della nostra vita un “capo-lavoro”; a far saltar fuori il bello che c’è dentro di noi: quando crei infatti, metti nella tua opera la bellezza che hai dentro (o la sofferenza che ti abita).

Poi Gesù disse al sordomuto: “Effatà, apriti!” Anche a noi Dio dice “apriti”! Apriti a Dio, ai fratelli e alle sorelle, a chi ti vuole bene.

E anche se sei stato ferito, non stancarti di aprire il tuo cuore… farai più fatica… ma ne vale la pena. Infine…: Dio fa bene ogni cosa. Anche nei fatti e nelle situazioni storte c’è un messaggio di Dio da andare a cercare, come cani da tartufo. Dio fa bene ogni cosa; Dio fa bene anche ciascuno di noi, anche se non lo crediamo molto… eppure noi siamo il capolavoro più bello. Sta a noi se far vedere la parte più bella di noi stessi oppure quella peggiore.  

XXII DOMENICA DEL T.O. – ANNO B – 2021   Mc 7,1-23

Il vangelo di Marco di questa domenica ci presenta la disputa di Gesù con scribi e farisei circa la tradizione che questi ebrei osservanti seguivano alla lettera. Tradizioni, abitudini e consuetudini che spesso e volentieri mettevano in secondo piano la vera Tradizione, la Torah di Mosè, la Parola di Dio.

Se volessimo parafrasare l’insegnamento di Gesù con un detto del nostro dialetto cremasco potremmo dire più o meno così: “àrda mia al bicèr o al piàt, ma àrda a chèl che ghè dèntre”.

Gesù oggi ci invita a non dare importanza alle cose esteriori, alla nostra presentabilità, onorabilità, immagine, ma ad aver cura del cuore, della nostra interiorità. Per la Bibbia infatti il cuore è il centro della persona, la sede dei sentimenti, ma anche della volontà e dell’intelligenza umana.

Gesù ci invita ad andare al cuore delle cose, delle situazioni, delle nostre relazioni. No alla tradizione con la “t” minuscola (il famoso “si è sempre fatto così”… le cose che portiamo avanti in maniera stanca, abitudinaria) Sì invece alla tradizione con la “T” maiuscola, ovvero il Vangelo, L’Eucarestia, i sacramenti, la preghiera non meccanica ma fatta col cuore.

“Questo popolo mi onora con le labbra ma il suo cuore è lontano da me”: è il rischio che corriamo anche noi cristiani, quando facciamo diventare un’abitudine le cose di Dio o quando le sostituiamo con tradizione nostre, tradizioni di uomini. 

Dice un teologo del XX secolo: “E’ solo quando il cuore cerca la presenza di Dio che sperimenta la verità dell’essere”. Chiediamo questa grazia al Signore in questa Eucarestia.

XXI DOMENICA DEL T.O. – ANNO B – 22 agosto 2021  

In questa domenica ci soffermiamo brevemente sulla seconda lettura che ci ha proposto la parola di Dio, tratta dal capitolo quinto della lettera di san Paolo. Un brano del nuovo testamento che ha sempre suscitato accesi dibattiti, soprattutto perché letto “alla lettera” oppure mal interpretato. Sopratutto sono due le frasi che fanno problema: la sottomissione della donna al marito e il marito come “capo” della donna. In riferimento a queste citazioni la Chiesa e noi cristiani siamo spesso tacciati di “maschilismo” e di avere una visione retrograda e ormai superata del rapporto uomo-donna; e anche il matrimonio, interpretato in quest’ottica, non viene visto nella sua ricchezza ma come una costrizione e un obbligo.

Anzitutto le parole di san Paolo non vanno prese come un codice etico da applicare alla relazione uomo-donna nel matrimonio. San Paolo utilizza un metodo che poi anche i padri della chiesa useranno spesso: si chiama metodo “tipologico”, ossia il mettere a confronto e così evidenziare le analogie tra l’amore di Cristo, che è la fonte e la risposta di questo amore della Chiesa, che “obbedisce” (nel senso appunto di rispondere) all’amore dello Sposo. Per Paolo infatti il matrimonio cristiani è “figura” (cioè realizza) l’amore di Gesù per la Chiesa e per il mondo.

Quando Paolo parla di “sottomissione” non intende il termine come lo intendiamo noi oggi o come lo intendono i musulmani più radicali. Nelle parole di Paolo sottomissione significa la risposta docile e libera ad un amore che è  sorgente e sta a fondamento della relazione matrimoniale. In altre parole san Paolo non sta facendo un discorso morale ma teologico!

E poi non c’è del maschilismo nelle sue parole, perché prima di dire che le mogli devono essere sottomesse ai mariti dice, nel versetto 21: siate sottomessi gli uni agli altri, cioè amatevi gli uni gli altri, come Gesù ci ama, ama la sua Chiesa.

La seconda frase che, se non compresa bene, desta qualche problema fa riferimento al v. 23: come Cristo è capo della Chiesa, Lui che è salvatore del corpo (del corpo ecclesiale, della comunità cristiana), così il marito infatti è il capo della moglie. “Capo” qui si intende non a livello morale, facendo riferimento ad un certo dispotismo o autoritarismo. “Capo” qui si intende colui che da l’esempio; colui che si fa servo di tutti; potremmo dire colui dal quale deve partire, deve accendersi l’amore; il motore dell’amore!

San Paolo dunque parla di un nuovo stile relazionale nel rapporto uomo-donna nel matrimonio che non ha nulla a che vedere con la struttura della società familiare greca e romana del suo tempo, ma che si fonda sul nuovo rapporto di amore tra Gesù e i credenti, inaugurato proprio dal “capo”, da Gesù che è la fonte di questo nuovo modo di amare (ricordiamoci che san Paolo è apostolo di Gesù; non insegna un vangelo diverso da quello di Cristo!)

Infine l’esortazione dell’apostolo si conclude con il riferimento all’unità del matrimonio: i due diventeranno una sola carne (v.31), cioè “una cosa sola”. “Questo mistero è grande; lo dico in riferimento a Cristo e alla Chiesa” (v.32). 

Mistero qui si intende non qualcosa di oscuro, di nascosto, che non deve essere conosciuto: qui mistero significa “sacramento”: il matrimonio, grazie a Gesù, da semplice contratto viene elevato alla dignità di sacramento cioè di “segno efficace e strumento” con il quale il Signore continua, ancora oggi, ad amarci, ad onoraci, a stimarci, a guidarci.

Allora nelle parole di san Paolo, se interpretate correttamente, alla luce della vita di Cristo, non c’è nessun maschilismo, nessun autoritarismo, nessuna morale obbligatoria e obbligante, ma i passaggi della risposta all’amore iniziale, totale e gratuito di Dio verso di noi.

ASSUNZIONE DELLA BEATA VERGINE MARIA – 15 agosto 2021

Tre sottolineature in questa festa mariana, che la Chiesa ci fa celebrare nel cuore del tempo estivo.

Maria ci insegna a guardare al cielo: alle cose che non passano, che sono eterne, che restano. E ci indica Gesù: tra qualche settimana ripartiremo come comunità cristiana con un nuovo pastorale. Chiediamo alla Vergine slancio, passione, entusiasmo per vivere la vita cristiana.

Maria ci insegna a rendere grazie. A ben guardare abbiamo buoni e seri motivi per rattristarci o deprimerci. Ognuno ha i suoi problemi, anche gravi e faticosi da portare. Eppure ci sono anche tanti segni della bontà di Dio per cui vale la pena ringraziare.

Maria è la prima catechista: in fretta va dalla cugina Elisabetta e annuncia la nascita del Figlio. Una comunità cristiana esiste e ha la sua ragion d’essere nell’annuncio del vangelo. Chiediamo a Maria il dono di catechisti appassionati a Dio e all’uomo.

XIX domenica del T. O. anno B – 8 agosto 2021

Anche in questa XIX domenica del tempo ordinario, come avrete sicuramente intuito dalla parola di Dio, il tema è ancora eucaristico: stiamo meditando il capitolo sesto di Giovanni dove Gesù si presenta a noi come “Pane di vita”.

Bella e interessante è anche la prima lettura di questa domenica, dove il profeta Eliseo, stanco e provato dalle fatiche dell’annuncio, viene cibato da un angelo di Dio, che gli disse:

“su mangia, perché è troppo lungo per te il cammino”.

Con la forza data da quel cibo, Eliseo cammino 40 giorni e 40 notti, fino al monte di Dio, l’Oreb.

Davanti all’Eucarestia, al sacrificio del suo Figlio, anche oggi Dio ci ripete le parole dette a Eliseo: su mangia, perché è troppo lungo per te il cammino.

Mangiare di Cristo presente nel pane consacrato non è un fatto solo e soprattutto alimentare: nutrirsi di Cristo significa avere la forza di conformarsi al suo mistero di amore.

Fede e sacramento nell’Eucarestia non possono stare separati: devono restare uniti, perché la fede esige il sacramento e il sacramento è incomprensibile al di fuori della fede.

Al centro del discorso di Gesù ci sta la “vita”: la piena realizzazione dell’uomo sia come singolo sia come popolo, come collettività. E questa “vita” è la vita stessa di Dio che Dio comunica attraverso la presenza viva, reale ed efficace di suo Figlio Gesù, nel pane e nel vino consacrati.

XVII DOMENICA DEL T.O. – ANNO B – 25 luglio 2021 Mc 6,1-15

In questa domenica la Parola di Dio ci fa iniziare la lettura del capitolo sesto del vangelo di Marco e il brano che abbiamo appena ascoltato è il miracolo della moltiplicazione dei pani.

Tuttavia il termine “miracolo della moltiplicazione” riferito a questo segno che Gesù fa in favore della folla, con la collaborazione dei discepoli non è del tutto esatto, perché il verbo “moltiplicare” porta con sé il significato di una transazione di affari, degli investimenti in borsa, delle speculazioni bancarie… Si moltiplicano i profitti e i guadagni, non il pane. Qui infatti è forte l’allusione al’Eucarestia: il pane che Gesù dona con la collaborazione dei discepoli viene accolto, spezzato e distribuito. E alla fine tutti se ne vanno sazi grazie a quel poco che è stato condiviso. Ecco la parola-chiave che da senso a tutto l’episodio: “condivisione”.

Anche noi siamo chiamati a entrare in questa logica di condivisione: prendere quel “poco” che abbiamo, metterlo nelle mani del Signore e far sì che Lui possa farlo diventare “molto” a vantaggio di tutti. I veri miracoli allora avvengono quando ognuno di noi è disposto a metterci del suo e metterlo a servizio dei fratelli e delle sorelle.

Signore, fa che impariamo il tuo stile per poter crescere sempre di più nella fiducia, nella speranza, nell’amore verso te e verso il prossimo. Amen, così sia.

XVI DOMENICA DEL T.O. – ANNO B – 18 luglio 2021 Mc 6,30-34

Il vangelo di questa XVI dom. del T.O. che abbiamo appena ascoltato è la continuazione di quello di domenica scorsa: Gesù che, per la prima volta, invia i discepoli in missione ad annunciare la “buona notizia”. I Dodici non sono ancora pronti, eppure Gesù da loro fiducia. Questi, dopo un lungo viaggio, ritornano e riferiscono a Gesù tutto quello che hanno fatto e insegnato (v.30). La stanchezza dell’esperienza appena terminata prende il sopravvento e Gesù invita gli apostoli a fermarsi e a riposare un po’.

Cosa dice questo a noi? Dice che il lavoro, se fatto bene e con passione, stanca, e ci vuole un po’ di sano e meritato riposo. Domandiamoci: cosa significa riposare? Il riposo non è semplicemente “non far niente”. Il vero riposo è prendersi un tempo per rigenerarsi, per poi ripartire avendo ripreso le forze necessarie. Il riposo, scrive papa Francesco, non è una sorta di “fuga dalla realtà” ma la contemplazione di tutto ciò che sono riuscito a fare e ad essere, con l’aiuto di Dio.

Per noi cristiani il riposo, al di là dei periodi di vacanza, coincide con il giorno della domenica. Dice il papa: “Per noi discepoli di Gesù, il centro del giorno del Signore, la domenica, è l’Eucaristia, che significa ‘rendimento di grazie’. È il giorno per dire a Dio: grazie Signore, grazie della vita, della tua misericordia, di tutti i tuoi doni. La domenica non è il giorno per cancellare gli altri giorni ma per ricordarli, benedirli e fare pace con la vita. Fare pace con la vita: quanta gente ha la possibilità di divertirsi e non vive in pace con la vita. La domenica è il giorno per fare pace con la vita dicendo: la vita è preziosa; non è facile, a volte è dolorosa, ma è comunque preziosa”.

Nella seconda parte del vangelo troviamo Gesù che osserva le folle e le vede come pecore senza pastore (v.34), ovvero disorientate e spossate.  Il vangelo utilizza il verbo “compatire”: ebbe compassione di loro. Compatire, in italiano significa patire-con. Anche noi siamo chiamati ad assumere questo atteggiamento nei confronti degli altri: troppo spesso siamo chiusi in noi stessi, nei nostri problemi e difficoltà. Il Signore ci insegna a “farci carico” della vita degli altri, a gioire con chi gioisce e a soffrire con chi soffre. Solo così potremo veramente restare in comunione gli uni gli altri e arricchirci a vicenda,

XV dom. del T.O.  – anno B – 11 luglio 2021     Mc 6,7-13

Il vangelo di questa domenica ci ha raccontato della prima missione dei discepoli, mandati da Gesù ad annunciare la “buona notizia” che è quella che san Paolo ha riassunto nella seconda lettura che abbiamo ascoltato nella lettera agli Efesini: siamo figli di Dio, chiamati ad essere santi nella carità (amore), eredi dei beni di Dio.

Gesù manda i discepoli in missione quando sono ancora in formazione, quando non sono ancora totalmente pronti. Cosa dice questo a noi, oggi? Che per annunciare il vangelo non si è mai “pronti”: si testimonia il vangelo con i propri limiti, inadeguatezze e incompletezze… perché è la Parola che agisce, non tanto la nostra bravura o la nostra condotta morale.

Secondo aspetto/sottolineatura: Gesù manda i dodici due a due (meno male che sono stati scelti in numero pari!): è il segno della fraternità. Vivere la fraternità, a partire da noi credenti in Cristo è la prima e più importante testimonianza al mondo (ai non credenti). Chiediamola al Signore come dono e impegniamoci a viverla nel nostro quotidiano.

XIII DOMENICA del T.O.  – anno B – 27 giugno 2021

Continuiamo la lettura del vangelo di Marco. Siamo al cap.5. Ci è stato narrato l’episodio della guarigione della figlia del capo della sinagoga Giairo. Sua figlia sta morendo; Giairo chiede a Gesù di imporle le mani perché la bambina venga salvata e viva. Gesù ascolta il grido di quest’uomo sofferente.

Gesù ascolta le nostre sofferenze, ad una condizione: se glele consegniamo, se glele affidiamo. Se restano chiuse nel cassetto il buon Dio può fare ben poco…

La bambina non è morta ma dorme. E lo deridevano.

Quante situazioni nella nostra vita sembrano morte, invece sono solo apparentemente senza via di uscita: alcune relazioni, alcuni problemi in famiglia, sul posto di lavoro, esperienze di malattia… Gesù dice a Giairo: non temere, continua ad avere fede! La fede è quella energia interiore e forza di Dio che ci consente l’impossibile.

Gesù dice alla bambina: Talità Kum, bimba, io ti dico: àlzati! (Egheiro: verbo della risurrezione). Risorgi!

Risorgi dalle tue paralisi, blocchi, morti interiori, preoccupazioni, fatiche relazionali.

Risorgi dalla tua pigrizia, apatia, noia, fallimenti, problemi (più o meno gravi).

Risorgiamo con Gesù; chiediamogli la grazia di vivere da gente risorta, che sta in piedi con l’aiuto di Dio.

XI DOMENICA DEL T.O. – ANNO B – 13 giugno 2021    Mc 4,26-34

In questa domenica in cui la Chiesa ci fa riprendere il tempo ordinario (che avevamo lasciato prima della quaresima), Gesù nel vangelo riprende ad insegnare alla folla e lo fa attraverso delle parabole, alcune delle quali, come quelle di oggi, che fanno riferimento alla terra, ai semi e ai suoi frutti.

La prima parabola paragona il Regno di Dio (che è la nostra vita illuminata e guidata dal vangelo) ad un uomo che getta il seme sul terreno. E questo seme, indipendentemente dalle condizioni, cresce e porta frutto. E’ la legge della natura: se il seme lo metti in un campo dissodato attecchisce e germoglia.

La seconda parabola parla di un tipo particolare di semente: il granellino di senape, il più piccolo di tutti i semi del terreno, che se messo nel terreno, diventa la più grande pianta del giardino.

Che cosa vuol dirci Gesù con queste parabole “agricole”?

Vuol dirci anzitutto che il seme della Parola di Dio, proprio perché è parola di Dio e non parola umana, contiene sempre una promessa di futuro. Il seme del vangelo ci invita a non perdere mai la fiducia, perché il vangelo cresce nella semplicità e nella povertà, anche quando non ce ne accorgiamo, anche quando gli inizi sono modesti o addirittura invisibili. Il seme porta con se una forza intrinseca, indipendentemente dalle condizioni o dalle contraddizioni che trova sulla sua strada. In altre parole: lasciar fare a Dio; dargli fiducia.

Il secondo messaggio che ci viene dal Signore è imparare da lui a seminare semi buoni nel campo del mondo e della Chiesa: semi di pace; semi di riconciliazione; semi di comunione; semi di fraternità.

Il vangelo di oggi ci vuol guarire da due malattie che spesso ci affliggono:

la prima, l’affanno di chi agisce come se tutto dipendesse da lui e niente da Dio. L’affanno è il contrario della fede. Questo non vuol dire che dobbiamo stare con le mani in mano, ma vivere nella serena certezza che Dio c’è e che fa il suo lavoro.

La seconda malattia è l’impazienza: voler tutto e subito, incapaci di attesa. E invece le cose belle e durature hanno i loro tempi e i loro modi per rivelarsi (pensiamo ad esempio alla nascita di un bambino). Imparare ad attendere che la vita faccia il suo corso e che i fatti, i sentimenti, le persone abbiano i tempi e i modi per rivelarsi.

Alla fine di tutto, cosa o chi c’è dietro queste due parabole? C’è Gesù che rivela se stesso: lui è il seme piccolo, apparentemente insignificante, perdente, sconfitto, lasciato solo, che attraverso il suo entrare nella terra (la sua morte in croce) ha portato frutti abbondanti di vita nuova ed eterna. 

Signore, fa che anche noi possiamo portare frutto.

Fa’ che non ci accada di diventare tralci secchi e aridi, ma rendi il nostro cuore un terreno accogliente dove la tua Parola possa crescere e germogliare. Amen, così sia.

CORPUS DOMINI – 6 giugno 2021

Festa che ci invita a rimettere al centro il mistero Eucaristico nella nostra vita di fede personale, comunitaria, ecclesiale.

Dicevano i Padri: “L’Eucarestia fa la Chiesa e la Chiesa fa (celebra) l’Eucarestia”.

Siamo chiamati ad essere fedeli a questo mandato-invito di Gesù: Fate questo in memoria di me (Gesù non ha detto: pensateci su, provate, se va bene bene, altrimenti amen; fate quando ve la sentite, qualche volta…)

Siamo chiamati dal Signore a mettere in atto due atteggiamenti di fede:

  • Nutrirci dell’Eucarestia (ricordiamo le parole di papa Francesco: L’Eucarestia non è un premio per i giusti, ma un aiuto per i peccatori).
  • Adorare l’Eucarestia come il tesoro prezioso per noi cristiani.

Ultima domanda: perché celebrare, vivere e nutrirci del Corpo e Sangue di Cristo?

  • Per non stancarci a “dire grazie”
  • Per imparare ad amare: “amatevi gli uni gli altri come io vi ho amato”.

SS. TRINITA’ – 30 maggio 2021

Oggi mettiamo l’attenzione su questo mistero. Tutta la Chiesa professa la fede in Dio Padre, Figlio e Spirito Santo. La preghiera e i sacramenti si realizzano nel nome della Trinità.

La Trinità non è un mistero imperscrutabile, inaccessibile (come dice un canto antico). Non è un concetto astratto ma è una storia d’amore; una storia che è stata raccontata e rivelata da Dio stesso nella Bibbia e che continua oggi nell’esperienza della Chiesa. Gesù ci ha fatto conoscere la Trinità!

Pur restando un mistero, tuttavia la Trinità è come un iceberg: emerge solo una parte; la maggiore, che non si vede, c’è ma sta sotto. Un mistero da annunciare; da celebrare, da vivere.

SS. Trinità, donaci la grazia di conoscerti; di amarti, di testimoniarti.

PENTECOSTE – 23 maggio 2021   Giovanni 15,26-27; 16,12-15

Celebriamo e viviamo nella fede la solennità di Pentecoste, festa dello Spirito Santo, festa della Chiesa, guidata, accompagnata, sorretta, sostenuta dal soffio dello Spirito.

Lo Spirito Santo, terza persona della SS. Trinità, viene chiamato da Gesù nel vangelo che abbiamo appena ascoltato come il “Paraclito” (paracleo in greco) che significa avvocato, il protettore, colui che ci difende dal male, dalle scelte sbagliate, dalle rigidità, dall’apatia e dallo scoraggiamento.

Possiamo definire lo Spirito Santo come la forza di Dio; colui che ha il compito di rendere presente Gesù oggi e di non farci dimenticare le sue parole, i suoi insegnamenti, il suo vangelo.

Ci ha detto infatti Gesù: quando verrà lo Spirito della verità vi guiderà alla verità tutta intera (Gv 16,13). Qual è questa verità di cui parla? Continua Gesù: prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà. Lo Spirito ci aiuta a comprendere sempre meglio la Parola del Signore: come cristiani e come Chiesa non abbiamo mai finito di imparare dal vangelo: infatti, ogni volta che ascoltiamo la parola di Gesù, invocando lo Spirito, la Parola si illumina di nuovi significati, apre nuove vie, schiude nuovi orizzonti (questo vale sia a livello comunitario sia a livello personale).

Cosa fa ancora lo Spirito Santo?

  • Rende presente Gesù nei sacramenti;
  • Ci aiuta a discernere, cioè a scegliere il bene: ciò che è bene per la mia vita e per la vita degli altri;
  • Infine, crea comunione: mette insieme le diversità e fa’ si che le differenze non siano un ostacolo bensì un’opportunità per andare avanti uniti, nonostante le diverse sensibilità, i diversi caratteri, le diverse idee e punti di vista.

La bella immagine della prima lettura ce lo ha suggerito (At 2,1-11): un insieme di persone di culture, razze, lingue diverse che si capiscono, che dialogano, che si incontrano, che si accolgono.

Come avranno fatto? Hanno iniziato a parlare la lingua dello Spirito; la lingua della comunione e della fraternità; la lingua dell’amore.

Lasciamoci guidare, accompagnare, illuminare dallo Spirito santo, come ci ha esortato san Paolo nella seconda lettura (Gal 5,16-25); camminiamo nella sua luce; la nostra fede e la nostra umanità ne verrà sicuramente arricchita.

ASCENSIONE – 2021    Marco 16,15-20

Con la solennità dell’Ascensione che oggi celebriamo e viviamo nella fede, si compie il mistero pasquale di Gesù: il Signore, risorto da morte, ritorna al Padre che lo aveva voluto e inviato come “Emmanuele”, Dio con noi, Dio per noi, un Dio a fianco del suo popolo.

L’immagine dell’ascensione non è solo della nostra fede cristiana: anche la religione ebraica e la religione musulmana la possiedono: pensiamo al profeta Elia, rapito su carro di fuoco e portato in cielo, oppure all’ascensione del profeta Maometto nel libro del Corano.

Interessante notare nel vangelo, che, appena Gesù lascia, saluta i discepoli, dà loro il mandato missionario: “andate in tutto il mondo e annunciate il vangelo ad ogni creatura”. E i discepoli fecero proprio come disse Gesù: “allora essi andarono e predicarono dappertutto, mentre il Signore agiva insieme con loro e confermava la Parola con i segni che la accompagnavano”.

Gesù lo aveva già detto in precedenza: “occorre che io me ne vada affinché voi possiate diventare i protagonisti dell’annuncio del vangelo”. L’ascensione di Gesù si compie nell’invito: “adesso tocca a voi, adesso tocca a te; adesso è l’ora della Chiesa; adesso è l’ora dei credenti”.

C’è una bella preghiera di Raul Follerau, che dice molto bene questo mandato di Gesù: Cristo non ha mani,

ha soltanto le nostre mani per fare il suo lavoro oggi.

Cristo non ha piedi, ha soltanto i nostri piedi

per guidare gli uomini sui suoi sentieri.

Cristo non ha labbra, ha soltanto le nostre labbra
per raccontare di sé agli uomini di oggi.

Cristo non ha mezzi, ha soltanto il nostro aiuto
per condurre gli uomini a sé oggi.

Noi siamo l’unica Bibbia che i popoli leggono ancora;
siamo l’ultimo messaggio di Dio scritto in gesti e parole.

Ultimo invito di Gesù: “guardate il cielo”.

In questo periodo non è stato facile guardare il cielo: intravvedere una speranza, uno spiraglio, una luce in mezzo al buio e alle tenebre che ci sono venute a trovare.

Guardare il cielo per noi cristiani è necessario, è possibile, è auspicabile, è reale perché abbiamo un Dio che ci dice: “io sono con voi tutti i giorni fino alla fine del mondo”. Dio è con noi attraverso il dono del suo Spirito.

Guardare al cielo significa non farsi prendere dalla sfiducia, dallo sconforto, dalla tristezza, dall’apatia, dall’ansia, ma ricordarsi che, come dice san Paolo: “tutto possiamo in Colui che ci dà la forza”.

Guardare al cielo significa che abbiamo delle potenzialità, dei talenti, delle energie da esprime e non da tenere chiuse a chiave in un cassetto, ma metterle al servizio e per il bene di tutti.

Guardare al cielo significa andare oltre il superficiale, il banale, lo scontato, andando a fondo nelle cose e nella realtà per scoprirne il vero significato.

Guardare al cielo significa credere, intravvedere e percorrere quella strada, lastricata di possibilità, che il buon Dio non smette di indicarci… Lui che l’ha percorsa per primo (e, se vogliamo dirla tutta, l’ha pure costruita!).

V di Pasqua – anno B – 2021 (Giovanni 15,1-8)

L’immagine che ci viene regalata in questa V domenica di pasqua dalla parola di Dio è quella della vite e dei tralci. E’ un’immagine molto antica: la ritroviamo nell’antico testamento, nelle parole dei profeti Isaia, Geremia, Osea ed Ezechiele, che paragonano il popolo ad una vigna che il Signore ha fatto crescere con cura, ma che non ha dato i frutti sperati, oppure uva selvatica, cioè frutti cattivi. Fuori dalla metafora, Israele non si è dimostrato fedele alla promessa che Dio gli ha rivolto.

Interessante notare quando Gesù pronuncia queste parole, ovvero nell’ultima cena, nel cenacolo, prima di donare la vita morendo sulla croce.

Nel suo discorso, Gesù si identifica con la vera vite, da cui proviene la linfa vitale di cui si nutrono i tralci. Come cristiani non possiamo vivere se non innestati al Signore, alimentando la nostra fede dal tronco della Parola di Dio, dell’Eucarestia, dei sacramenti. E’ anche il motivo per cui ci siamo radunati qui stasera, come Chiesa, ossia come “convocati” nel nome del Cristo Risorto.

Gesù parla di tralci che sono chiamati a “rimanere” attaccati alla vite. La provocazione è chiara: la vita cristiana, per stare in piedi, ha bisogno della relazione viva e vitale con il Signore.

Domandiamoci: “ho una relazione intima, stabile, profonda con il Signore Gesù? Mi nutro della sua Parola, del suo Corpo, dei suoi sacramenti? Mi lascio “potare” dal Signore? Mi lascio correggere, mi lascio accompagnare, mi lascio provocare? Sono disposto a cambiare il mio stile di vita, le mie idee, le mie convinzioni, i miei punti di vista a partire dalla parola di Gesù? Sono disposto a “sacrificare” qualcosa per mantenere questa relazione con Dio?… al contrario, se la relazione con Dio ci sta, bene; altrimenti ne faccio pure a meno… Quali sono i “segni” che dicono che sono interessato a questo rapporto?

Altrimenti il rischio che corriamo è quello della sterilità cristiana, cioè diventare come “tutti gli altri”, seguendo “la massa”, le opinioni comuni. Enzo Bianchi, qualche anno fa parlava della “differenza cristiana”. Sono “differente” cioè so dare ragione della speranza che abita in me (come direbbe san Pietro)? Sono domande che non possiamo e non dobbiamo aggirare, ma prendere in considerazione seriamente se vogliamo essere davvero discepoli di Gesù…

Infine l’immagine termina con i tralci che “portano frutto” perché innestati al tronco centrale. Quali frutti buoni stanno nascendo dalla mia vita di fede?

Frutti di carità, di bontà, di perdono, di altruismo, di solidarietà, di attenzione agli altri… non basta dire: “a me fò mia dal màl a nisù!” “non faccio del male a nessuno”… occorre invece domandarsi: “cosa faccio di bene?”

Per “fare bene” e “fare il bene” il Signore ci chiama a restare uniti a Lui. Lui è la sorgente dell’amore, dalla quale possiamo attingere la forza, l’energia, l’alimento necessario per essere “sale e luce” nel mondo in cui viviamo.

III di Pasqua – anno B – 2021 (Giovanni 10,11-18)

Il vangelo di questa terza domenica di Pasqua ci ha narrato la conclusione dell’episodio dei discepoli di Emmaus, i due viandanti di ritorno da Gerusalemme, tristi e sconsolati perché le loro speranza erano state infrante dalla “sconfitta” di Gesù. Tuttavia questi discepoli riconoscono Gesù risorto attraverso un gesto semplice ma carico di significato, ovvero quello dello “spezzare il pane” (che, tra l’altro era il termine con cui i primi cristiani chiamavano l’Eucarestia).

Nella seconda parte del vangelo, per la terza volta, gli evangelisti ci hanno narrato delle apparizioni di Gesù. A me personalmente questo termine non piace molto… appaiono i fantasmi, gli oleogrammi… forse il termine più adatto è “manifestazione, rivelazione”. Gesù risorto continua a ri-velarsi, a mostrarsi, a farsi conoscere, lascia i segni, le tracce della sua presenza. Qual è il problema? E’ che noi non lo vediamo e non lo ascoltiamo… perché abbiamo occhi e cuori spenti, appesantiti, tristi, chiusi, induriti (la bibbia parla di sklerocardia: un cuore bloccato, che fatica a funzionare). Facciamo tanta fatica a cogliere e interpretare i segni, le tracce di Dio nella nostra vita… eppure dobbiamo sforzarci.

La seconda fatica o mancanza è l’ascolto della Parola: i discepoli di Emmaus vengono istruiti da Gesù a scoprirlo nella sua Parola: “allora aprì loro la mente per comprendere alle Scritture”. San Girolamo diceva: l’ignoranza delle Scritture è ignoranza di Cristo”.

Chiediamo al Signore, anche attraverso questa Eucarestia, di riconoscerlo nel Pane e nella Parola, per poter vivere di Lui.

II di Pasqua – anno B – 2021 (Giovanni 20,19-31)

Ottava di Pasqua. L’evangelista ci ha parlato della “sera della stesso giorno” e poi dell’incontro dei discepoli con Gesù risorto, “otto giorni dopo”.

Domenica della divina misericordia, voluta da san Giovanni Paolo II, basata sulla rivelazione di Dio a suor Faustina Kovalska.

L’aggettivo misericordioso, attribuito a Dio, lo troviamo in tante religioni, soprattutto quelle monoteistiche (ebraismo ed islam). Tuttavia il ‘Dio misericordioso’ non è da confondere come un Dio tonto, ingenuo, bonaccione, che “lascia passare tutto”…

Nella Bibbia troviamo il termine “rahamim”: le viscere. Così è il cuore di Dio, appassionato alla sua creatura.

La figura di Tommaso: “se non vedo e non tocco, non credo”. Non facciamo i fisicisti, i razionalisti… non cadiamo nella tentazione dello scientismo. La resurrezione di Gesù non si spiega con evidenze storico-scientifiche (che pur ci sono… pensiamo alla Sindone) ma solo con la fede. Non serve lo straordinario, ma l’ordinario vissuto in maniera straordinaria. No al sensazionale, al miracolistico, al superstizioso. Spogliamoci da queste idolatrie e rivestiamoci di Gesù e del suo vangelo (san Paolo).

PASQUA DI RISURREZIONE – 2021

“Cristo è Risorto, alleluia! Vinta è ormai la morte, alleluia!”

E’ questo il grande annuncio pasquale che la Chiesa fa risuonare in tutte le chiese del mondo, nelle case, nelle famiglie, nei cuori dei credenti. Ma questo annuncio non deve essere un qualcosa che riguarda solo Gesù. Come suoi discepoli infatti, il Cristo Risorto ci invita a risorgere con lui; a partecipare della sua risurrezione. La veglia pasquale che abbiamo celebrato, con i suoi segni, i suoi gesti e i suoi simboli ci parla di una vita che rinasce, che riprende il cammino, che ricomincia, che si rimotiva, che riprende forza, energia, coraggio e passione.

Non è un’illusione, non è tradizione, non è suggestione psicologica ma è il dono di Dio che, ancora una volta, dalla croce, ci tende le sue mani e ci dice: “io ci sono!”

Un invito: andiamo a caccia, come “cani da tartufo”, delle tracce che Gesù ha lasciato della sua risurrezione. I nostri cuori stanchi e appesantiti ne hanno bisogno! Cerchiamo le tracce della vita nuova dentro di noi e fuori di noi; coltiviamo i semi di bene presenti nella nostra vita e seminiamoli attorno a noi.

Diamo gambe alla risurrezione di Cristo vivendo da risorti e seminando semi di risurrezione.

Auguri di una buona e santa Pasqua!

V DI QUARESIMA – anno B – 2021         Giovanni 12,20-33

Il vangelo di questa quinta e ultima domenica di quaresima (domenica prossima è già la domenica delle palme), ci racconta di alcune persone che “salgono” a Gerusalemme per la festa di pasqua. Tra questa gente ci sono anche alcuni greci convertiti all’ebraismo, i quali si avvicinano a Filippo (anche lui di nazionalità greca) e gli pongono una domanda: “vogliamo vedere Gesù” (v.21), dove quel “vogliamo” indica non tanto arroganza o pretesa, ma un desiderio.

Ci stiamo avvicinando alla conclusione di questo tempo quaresimale; poniamoci anche noi questa domanda: “è cresciuto in me il desiderio di ‘vedere’ Gesù? (dove per ‘vedere’ qui si intende il vedere Gesù con gli occhi della fede) E’ cresciuto in me il desiderio di stare con lui, di pregarlo, di conoscerlo, di seguirlo, di amarlo?”

Ho visto, ho incontrato, mi sono avvicinato di più  al Signore nella celebrazione dei sacramenti, nell’Eucarestia, nell’adorazione eucaristica, nella preghiera personale e comunitaria, nel cammino della croce, nella sua Parola, nella carità, nell’incontro con i fratelli e le sorelle?

Gesù risponde: “è giunta l’ora che il Figlio dell’uomo sia glorificato” (v.23). Cosa intende Gesù con questa risposta? Sta dicendo ai greci: “se volete vedermi, se volete capire chi sono; se volete capire il mio messaggio, se volete intuire e accogliere il segreto della mia vita dovete guardare alla croce”. La croce è la sintesi, l’emblema, il simbolo di tutta la vita di Gesù: “se il chicco di grano, caduto in terra non muore, non può produrre frutto; se invece muore, produce molto frutto” (v.24).

Così è anche per noi: se non impariamo a morire a noi stessi; al nostro egoismo; al nostro desiderio di autosufficienza; ai nostri peccati, non possiamo fare esperienza di risurrezione, di rinascita, di vita nuova. Perché, “chi tiene per sé la propria vita la perde, chi invece la dona, la conserva per sempre” (v.25).

Gesù conclude con una frase profetica, che riassume tutto il significato della passione: “quando sarò innalzato da terra, attirerà tutti a me” (v.32). Con questa frase Gesù mette insieme la morte in croce ma anche il fatto della risurrezione, perché il verbo “alzarsi”, Giovanni lo utilizza per indicare il Cristo Risorto.

Carissimi, in questi giorni non stanchiamoci di guardare il Crocifisso, di essere attratti da Lui, dalla sua debolezza e dalla sua forza, dal suo dono e dal suo sacrificio, dal suo dolore e dal suo amore.

Don Tonino Bello, grande vescovo di Molfetta di qualche decennio fa, guardando alla croce, così meditava e così diceva alla sua gente:


“Collocazione provvisoria”. Penso che non ci sia formula migliore per definire la croce. La mia, la tua croce, non so quella di Cristo. Coraggio, allora, tu che soffri inchiodato alle tue paralisi. Animo, tu che provi i morsi della solitudine. Abbi fiducia, tu che bevi al calice amaro dell’abbandono. Non imprecare, sorella, che ti vedi distruggere giorno dopo giorno da un male che non perdona. Asciugati le lacrime, fratello, che sei stato pugnalato alle spalle da coloro che ritenevi tuoi amici. Non tirare i remi in barca, tu che sei stanco di lottare e hai accumulato delusioni a non finire.

Coraggio. La tua croce, anche se durasse tutta la vita, è sempre “collocazione provvisoria”. Il Calvario, dove essa è piantata, non è zona residenziale. E il terreno di questa collina, dove si consuma la tua sofferenza, non si venderà mai come suolo edificatorio. Anche il vangelo ci invita a considerare la provvisorietà della croce.

C’è una frase immensa, che riassume la tragedia del creato al momento della morte di Cristo. “Da mezzogiorno fino alle tre del pomeriggio, si fece buio su tutta la terra”. Forse è la frase più scura di tutta la Bibbia. Per me è una delle più luminose. Proprio per quelle riduzioni di orario che stringono, come due paletti invalicabili, il tempo in cui è concesso al buio di infierire sulla terra.

Da mezzogiorno alle tre del pomeriggio. Ecco le sponde che delimitano il fiume delle lacrime umane. Ecco le saracinesche che comprimono in spazi circoscritti tutti i rantoli della terra. Ecco le barriere entro cui si consumano tutte le agonie dei figli dell’uomo.

Da mezzogiorno alle tre del pomeriggio. Solo allora è consentita la sosta sul Golgota. Al di fuori di quell’orario, c’è divieto assoluto di parcheggio. Dopo tre ore, ci sarà la rimozione forzata di tutte le croci. Una permanenza più lunga sarà considerata abusiva anche da Dio.

Coraggio, fratello, sorella che soffri. Mancano pochi istanti alle tre del tuo pomeriggio. Tra poco, il buio cederà il posto alla luce, la terra riacquisterà i suoi colori primari e il sole della Pasqua irromperà tra le nuvole in fuga.

IV DI QUARESIMA – anno B – 2021

Questa quarta domenica di quaresima ci fa incontrare un personaggio biblico molto interessante, che troviamo nella prima lettura, tratta dal libro delle Cronache: è Ciro, Re di Persia: la Persia (detta anche Mesopotamia) ai tempi dell’antico testamento è uno dei regni più grandi e potenti della terra. Ciro è un grande re, buono, retto di cuore, ma pagano. Non ha mai sentito parlare del Dio d’Israele, eppure, JHWH si rivela a Lui, Ciro lo ascolta e lascia che il popolo, dopo la deportazione a Babilonia, ritorni a Gerusalemme per ricostruire il Tempio.

Cosa ci insegna questo racconto? Che nonostante le nostre infedeltà e i nostri peccati Dio porta avanti la sua storia di salvezza. E sceglie chi vuole per la sua missione: Dio non etichetta, non ha pregiudizi; cerca la collaborazione di tutti e si serve anche di chi, apparentemente è lontano da Lui (o comunque non lo ha come punto di riferimento). Carissimi, impariamo da Dio a non “incasellare” le persone; a non “classificarle”, a non “metterle nei nostri schemi”.

Proviamoci, almeno per due motivi: perche Dio è il primo a non “incasellarci” ma ci vuol bene perché siamo suoi figli e non perché partecipiamo alla messa o facciamo parte di un movimento, di un’associazione, di un gruppo o perché preghiamo o facciamo del bene… il suo è un amore incondizionato, senza condizioni.

La seconda motivazione riguarda il modo di ragionare di Dio, che è diverso dal nostro: per Lui, anche la persona ritenuta più distante e più indegna dalla fede, può trasformarsi in suo collaboratore. Certo, per fare questo occorre imparare a dare fiducia, che, per noi, è la cosa più faticosa… Imparare e accettare che le persone facciano il loro cammino; che siano diverse da noi; che sbaglino, che cadano, che ci riprovino…

Il vangelo invece ci ha narrato l’ultima parte dell’incontro tra Gesù e Nicodemo (un capo dei giudei, fariseo; quello che va da Gesù di notte per paura di essere scoperto dai suoi “colleghi”).

Gesù gli anticipa la crocefissione: “come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo” (v.14). Perché deve succedere questo? Perché “chiunque crede in Lui abbia la vita eterna” (v.15). Ecco allora il vero motivo della nostra gioia: “Dio non ha mandato suo Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui” (v.17). E se ci dovesse essere una condanna, non sarà sicuramente per colpa di Dio, ma a causa nostra, perché potremmo aver rifiutato il suo amore, la sua misericordia, il suo perdono. Gesù dice infatti: “chi crede non è condannato; ma chi non crede è già condannato perché non ha creduto nel nome del suo unigenito Figlio” (v.18).

Il vangelo si chiude con una esortazione: “venite alla luce”, avvicinatevi alla luce, che è un altro modo di san Giovanni per dire: “abitate la croce; guardate al Cristo Crocefisso e avrete e imparerete da Lui la vita”: “Io sono la via, la verità, la risurrezione e la vita”.

Se vuoi risorgere dai tuoi peccati, dai tuoi errori, dai tuoi fallimenti, dalla tua tristezza, dal tuo scoraggiamento, dalla tua apatia, dalle tue delusioni, dalle tue incomprensioni, dalla tua fatica, dalla tua stanchezza, dal tuo vuoto interiore, abbraccia la croce, la quale, da quando Gesù vi è salito sopra, si è trasformata in strumento di vita.

III DI QUARESIMA – anno B – 2021   Giovanni 2,13-25

Il vangelo di Giovanni che la liturgia della parola ci ha presentato in questa III domenica di quaresima ci fa incontrare Gesù che sale a Gerusalemme per la festa di Pasqua. Giovanni è l’unico evangelista che ci dice che Gesù è “salito” tre volte a Gerusalemme per la pasqua ebraica. La prima volta Gesù si incammina verso il Tempio (il cuore della fede ebraica) e compie un gesto eclatante, sorprendente, e per i sacerdoti e i capi del popolo, irritante.

Cosa succede? Succede che Gesù si arrabbia, ha uno scatto d’ira perché trova gente che vendeva animali per i sacrifici e cambiamonete (che avevano il compito di cambiare le monete pagane di chi proveniva fuori dalla Palestina). Interessante è che questa gente non era abusiva, faceva il suo lavoro. E tuttavia Gesù diventa violento (anche qua una annotazione importante: Gesù non fa violenza contro le persone ma contro quello che quelle persone avevano costruito: un mercato in piena regola all’interno del luogo più sacro della città santa). Perché questa reazione? Perché quel “sistema” commerciale faceva credere che la fede e il rapporto con Dio poteva essere comprato con offerte e sacrifici; un Dio in vendita; un Dio da accaparrare, da portare dalla mia parte, per fargli fare quello che voglio io.

E qui Gesù si irrigidisce e si àdira perché dice: “Mio padre non è così!”; “questo non è il vero Dio!”; “tutto questo va contro alla rivelazione divina!”; “questo è paganesimo!”

Gesù, oggi, con il suo gesto eloquente, spazza via tutto ciò che può inquinare il nostro rapporto con Dio: “prego Dio, così fa qualcosa per me… così sono a credito con Lui”; “pago qualche messa per i miei morti così sono sicuro che andranno in paradiso”; “faccio del bene così, oltre a farmi vedere come sono buono e bravo, metto a riparo me e la mia famiglia da cose spiacevoli”… quante volte anche a noi capita di ragionare così… E sbagliamo! Perché l’amore di Dio è gratuito; non è a nostra disposizione ma è puro dono; non ce lo meritiamo ma ci viene regalato; e non viene meno anche quando la vita ci potrebbe far dubitare della sua bontà.

Allora anche le “cose di Dio” non devono sostituirsi a Lui, perché il “vero tempio” dove adorare il Signore è Gesù stesso; è la relazione che noi abbiamo con Lui e che Lui ha con noi. L’unico vero altare sul quale offrire la nostra vita diventa la croce. Lui diventa, insieme, il sacerdote e la vittima perché offre se stesso, e offrendo se stesso, ama, e amando, salva.

La prima lettura ce lo ha annunciato: via gli idoli, di ogni tipo, di ogni genere, sia religiosi, sia pagani. Perché uno solo è il Signore, tuo Dio, quello che ci ha rivelato Gesù: “nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo” (Mt 11,27). Allora c’è un solo ed unico sacrifico che possiamo offrire a Dio e che a Lui sarà sicuramente gradito: offrire noi stessi, ogni giorno, come ha fatto Gesù, per testimoniare la forza rinnovatrice del vangelo; unendoci a Lui per migliorare il nostro mondo; per renderlo sempre più “a immagine e somiglianza di Dio”. Non è facile, ma questa è la nostra vocazione a cui non possiamo rinunciare, perché verremo meno a noi stessi e alla nostra identità di cristiani e di figli amati gratuitamente da Dio.

II DI QUARESIMA – anno B – 2021          Marco 9,2-10

La seconda domenica di quaresima ci presenta il vangelo della trasfigurazione di Gesù. Come spesso accade, il vangelo inizia con una introduzione temporale: “in quel tempo”. Oggi questo particolare non è insignificante perché per capire il fatto della trasfigurazione dobbiamo ricordare cosa è accaduto fino a qui.

Gesù ha proclamato il vangelo in Galilea; poi esce dalla Galilea e va a Tiro e Sidone (città pagane), poi Betzaida, poi Cesarea di Filippo, sempre in terra pagana, e in questa seconda fase di ministero Gesù inizia ad annunciare la sofferenza, la passione e la morte che lo aspetta. Poi rincara la dose e spiega a tutti le condizioni per seguirlo: rinnegare se stessi, perdere la vita per Lui per salvarla (8,34-38).

E cosa succede? Succede che, di fronte ad un linguaggio così duro, la gente inizia a defilarsi. Inoltre aumentano le discussioni e le controversie con i farisei, i sadducei, i capi del popoli (che sono per la maggior parte uomini religiosi). Le cose non si mettono bene e i discepoli “annusano” il clima che si sta creando e iniziano a preoccuparsi: sono stati, fino ad ora, discepoli di un “vincente”; ora si ritrovano ad esserlo di un “perdente”.

Allora che fa Gesù? Li invita a prendersi una pausa, fa fare loro una sosta rigenerante, rafforzando la loro fede (che, da lì a breve dovrà affrontare lo scandalo della passione e della morte in croce).

Li porta su un alto monte (il brano è ricco di immagini e di allusioni antico testamentarie: il monte infatti per la Bibbia è il luogo della rivelazione, delle manifestazioni di Dio… pensiamo a Mosè…), e si TRASFIGURA cioè cambia di aspetto. Cosa vuol dire che Gesù si trasfigura? Vuol dire che fa vedere ai discepoli il suo vero volto, anticipando la gloria della Pasqua. Gesù sta dicendo ai suoi discepoli che la crocefissione non sarà la fine di tutto, ma l’inizio, perché la croce diventerà offerta di amore, e allora sarà capace di sconfiggere anche la morte.

Carissimi, anche noi, come Gesù, siamo chiamati a fare vedere la ‘parte bella’ di noi stessi… anzitutto a “credere” in questa parte bella” (perché per primo ci crede Dio); a far uscire la parte migliore che è in noi; che già ci abita.

Spesso quello che gli altri vedono, incontrandoci, sono “musi lunghi”, stanchi, affaticati, disillusi, disincantati… come direbbe papa Francesco “cristiani che si sono fermati al venerdì santo”; con “facce da eterna quaresima”. Come allora cambiare aspetto? Ce lo suggerisce il vangelo: venne una nube che li coprì con la sua ombra e uscì una voce dal cielo che disse: “questo è mio Figlio, colui che amo, ascoltatelo!” (v.7). Se saremo capaci di stare con il Signore, di seguirlo, di amarlo, di imitarlo, allora anche noi sperimenteremo la trasfigurazione.

Per utilizzare un’immagine: è come l’esperienza che tanti di noi hanno fatto in questi giorni: un sole caldissimo… bastava prendere una mezz’oretta, un’oretta di raggi solari e ti sentivi un’altra persona. Stessa cosa con Dio. Anzi, meglio: il sole ha delle controindicazioni: la sovraesposizione ai raggi solari può provocare tumori alla pelle. La luce di Dio, non ha controindicazioni: illumina, scalda, rinvigorisce lo spirito, al massimo acceca e ti fa cadere da cavallo (come è successo a cavallo)… e tuttavia qualche volta, cadere da cavallo fa pure bene… un po’ di “scossoni” nella vita non guastano, altrimenti ci si siede e non ci si alza più…

Ultima sottolineatura: Pietro dice a Gesù “è bello per noi stare qui” (v.5). Domandiamoci: sento, percepisco la mia vita di fede, il mio rapporto con Dio nella preghiera e nel silenzio, il partecipare all’Eucarestia, l’ascoltare la sua Parola, il vivere la comunità, il praticare la carità, come qualcosa di bello? Oppure le sento come “tasse da pagare”, come un sasso pensate, una palla al piede, che addirittura intralciano la mia felicità e la mia autorealizzazione? Per come la viviamo, la vita cristiana, a volte, sembra più una fatica che una gioia. E qui ritorniamo al punto di prima: se uno resta al sole si scalda e vede la realtà a colori; se uno sta al buio sente freddo e vede in bianco e nero. A noi la scelta: vivere come figli delle tenebre oppure come figli della luce. Ci aiuti il Signore a fare la scelta giusta (non per moralismo, ma semplicemente per “star bene” e per rispondere alla chiamata del Signore).

I DI QUARESIMA – anno B – 2021          Marco 1,12-15

Cari fratelli e sorelle, in ogni anno liturgico, nella prima domenica di quaresima, la liturgia della Parola ci offre come brano di vangelo il racconto delle tentazioni di Gesù. Questʼanno il racconto di Marco è piuttosto scarno e sintetico (le altre due narrazioni, di Matteo e di Luca sono più articolate e ricche di particolari): Marco ci dice anzitutto che Gesù è tentato dal diavolo allʼinizio del suo ministero pubblico. Cosa dice a noi questo particolare? Che la tentazione, la prova, lʼinclinazione al male (san Paolo la dice così: vorrei fare il bene ma mi ritrovo a fare il male) è nel nostro DNA… siamo fatti cosi… dobbiamo accettare questa realtà… anche se, come direbbero i Padri della Chiesa: “non dobbiamo darle da mangiare”. Per questo, finalmente, la Chiesa italiana ha modificato la traduzione della preghiera del “Padre nostro”. Non è Dio che ti induce alla tentazione; è la nostra condizione di uomini e la presenza del male del mondo che crea le occasioni e le condizioni nelle quali il male può sguazzarci. Poi, dipende da come si dispone la nostra libertà. La nuova traduzione recita: “non ci abbandonare alla tentazione”. Come ha fatto Gesù: Gesù ha vinto le tentazioni (Gesù riapre l’Eden – il rapporto con il Padre), non mostrando i muscoli (attraverso la forza di volontà), ma con un atto di fede. Dice santʼAgostino: Tu fermi la tua attenzione al fatto che Cristo fu tentato; perché non consideri che egli ha anche vinto? Fosti tu ad essere tentato in lui, ma riconosci anche che in lui tu sei vincitore. («Commento sui salmi», Sal 60, 2-3; CCL 39, 766-9).

Gesù vince le tentazioni perché chiede aiuto a Dio; gli chiede la forza per chiamarle con il loro nome, per affrontarle, per combatterle, per superarle e per sconfiggerle. Gesù “fa alleanza” con Dio padre, come ci ha ricordato la prima lettura, dove Dio offre la sua alleanza al popolo dopo il diluvio (il simbolo è lʼarcobaleno).

Altra domanda: Dove Gesù vince le tentazioni? Le vince nel deserto. Interessante notare che è lo Spirito Santo che “spinge” Gesù in questo luogo inospitale. Perché proprio nel deserto? Perché è il luogo dove non cʼè confusione, dove non ci sono rumori e distrazioni; dove uno può pensare, può stare solo con se stesso e guardare in faccia alla propria vita, e affidarla a Dio.

Allora per affrontare e vincere le tentazioni, oltre a chiedere aiuto al Signore; occorre creare quelle condizioni per non lasciarci travolgere dalle prove della vita ma, al contrario, saperle oggettivare (vederle come sono in realtà e non come lo vedo io) e trovare le soluzioni adatte per “ʼnaghen fòra”, (come si direbbe di dialetto).

Ultima considerazione: proviamo ad elencare le tentazioni e  le prove che ci stanno facendo visita in questo tempo storico che stiamo vivendo:

  • La tentazione dello scoraggiamento, della disillusione, della paralisi (non va bene niente, e dunque non mi muovo neanche).
  • La tentazione del pensare solo al nostro ʽorticelloʼ: sto bene io, stan bene tutti. Ricordiamoci le parole di papa Francesco: “nessuno si salva da solo”.
  • La tentazione, per noi cristiani, di dire: “faccio a meno della Chiesa” (intesa come comunità dei credenti). Il mio rapporto con Dio, me lo curo io e me lo faccio pure “su misura”.

Cʼè un grande pericolo in questo: che credi di avere un rapporto con Dio ma alla fine non è il Dio rivelato da Gesù, ma è un Dio che ti sei fatto tu, a tua immagine e somiglianza. Questo si chiama idolatria…

Carissimi, chiediamo ancora una volta al Signore, in questa Eucarestia, di tenderci la sua mano per poter affrontare, vittoriosamente, le prove che la vita ci riserva e per poter ricevere in dono quella “vita nuova” che Dio prepara per tutti i suoi figli.

VI DOMENICA DEL T.O. – ANNO B – 2021     Mc 1,40-45

Il vangelo di questa domenica ci ha narrato, in modo stringato, unʼaltra guarigione operata da Gesù: quella nei confronti di un lebbroso.

La lebbra, ai tempi di Gesù non era solo una malattia fisica molto contagiosa che doveva essere curata isolando il soggetto dalle altre persone (ricordiamoci, ad esempio, la peste manzoniana dei “Promessi Sposi”); ma veniva anche interpretata come una conseguenza del peccato: il lebbroso, ritenuto impuro, doveva essere estromesso dalla società e dunque era considerato un emarginato dalla comunità, lontano da qualunque posto sociale. E proprio per questo motivo, quando una persona guariva da ogni tipo di lebbra, doveva presentarsi al sacerdote (che aveva il compito di confermare lʼavvenuta guarigione) offrire un sacrificio (secondo la legge di Mosè, la Torah), infine essere riammesso nella comunità.

Lʼuomo lebbroso mostra una grande fede in Gesù: si avvicina a lui (infrangendo la Legge), si mette in ginocchio e lo supplica. Tra lʼaltro, la cosa interessante è che il malato di lebbra non chiede a Gesù di essere guarito ma di essere purificato: lʼuomo sa che cʼè una correlazione tra lebbra e peccato e riconosce a Gesù sia il potere di guarire fisicamente, sia il potere di guarire spiritualmente (offrendogli il perdono).

Gesù ne ha com-passione (patisce, soffre con lui), poi Marco utilizza tutti i verbi che fanno riferimento alla creazione dellʼessere umano nella Genesi: gli tende la mano, lo tocca, e gli dice (la parola creatrice).

Gesù aveva già parlato del tema della purificazione, al capitolo settimo del vangelo di Marco (vv.14-23). Ascoltiamo le sue parole: «Ascoltatemi tutti e comprendete bene! 15Non c’è nulla fuori dell’uomo che, entrando in lui, possa renderlo impuro. Ma sono le cose che escono dall’uomo a renderlo impuro». 17Quando entrò in una casa, lontano dalla folla, i suoi discepoli lo interrogavano sulla parabola. 18E disse loro: «Così neanche voi siete capaci di comprendere? Non capite che tutto ciò che entra nell’uomo dal di fuori non può renderlo impuro, 19perché non gli entra nel cuore ma nel ventre e va nella fogna?». Così rendeva puri tutti gli alimenti.  20E diceva: «Ciò che esce dall’uomo è quello che rende impuro l’uomo. 21Dal di dentro infatti, cioè dal cuore degli uomini, escono i propositi di male: impurità, furti, omicidi, 22adultèri, avidità, malvagità, inganno, dissolutezza, invidia, calunnia, superbia, stoltezza. 23Tutte queste cose cattive vengono fuori dall’interno e rendono impuro l’uomo».

Se anche noi vogliamo essere purificati non dobbiamo dare la colpa a ciò che è fuori di noi. Spesso ci capita infatti di pensare e di dire: “è colpa della società che non è più quella di una volta; della cultura individualista; del governo che non pensa al bene dei cittadini, degli insegnanti che non sanno insegnare; della Chiesa che non annuncia più il vangelo”… e chi più ne ha più ne metta…”

Gesù ci invita a custodire e a purificare il cuore (che è sinonimo della nostra vita interiore, della nostra vita spirituale, della nostra coscienza). Abbiamo bisogno di un cuore aperto, limpido, trasparente, generoso, vivo, che batta allo stesso ritmo del cuore di Dio. Chiediamo come dono al Signore, in questa Eucarestia.

V DOMENICA DEL T.O. – ANNO B – 2021     Mc 1,29-39

Il Vangelo di questa domenica è la continuazione di quello di domenica scorsa (abbiamo infatti iniziato, come credenti, a fare la lettura continua del vangelo di Marco; lettura che, purtroppo, si arresterà a breve con il tempo di quaresima e di pasqua, per poi riprendere in tarda primavera).

Gesù si è trasferito nella cittadina di Cafarnao, presso il lago di Tiberiade, insieme ai suoi discepoli e sta iniziando il suo ministero pubblico.

Essendo uno che ha autorità (il vangelo di domenica scorsa… e vi ricordate, noi avevamo tradotto “autorevolezza”) Gesù insegna nella sinagoga, e, appena, uscito, entra subito nella casa di Simone per guarire la suocera che ha la febbre. Per fare una battuta, Gesù già “inizia male” perché guarire una suocera potrebbe essere un gesto non particolarmente apprezzato (soprattutto dal genero). Battute a parte, Gesù si rivela lʼagire di Dio che fa una cosa alquanto importante: tiene insieme, unisce, unifica, le dimensioni dellʼesistenza, mettendo in parallelo, in relazione la vita “cultuale”, religiosa, e la vita quotidiana. Poi, nella seconda parte del vangelo, ancora, mette insieme preghiera e azione.

Se pensiamo alla nostra esperienza, e se vogliamo essere sinceri, non è facile tenere insieme relazione con Dio e vita di tutti i giorni. Gesù ci insegna che è possibile, anzi, che è assolutamente necessario.

Occorre ricordarcelo: la vita sacramentale, il “venire a messa”, il partecipare allʼEucarestia, allʼascolto della parola, agli altri sacramenti e a tutto ciò che riguarda la vita comunitaria non è fine a se stesso. Se tutto questo fosse fine a se stesso non staremmo facendo unʼesperienza di fede ma solo un culto religioso (che non serve praticamente a niente). Partecipare alla vita sacramentale significa andare alla sorgente e alimentare la nostra riserva di bene, ricaricando le pile (che spesso si scaricano). Eʼ quello che ha fatto Gesù: sveglia presto; una buona dose di relazione con Dio attraverso la preghiera, e poi via, si parte per affrontare la giornata che ci sta davanti. E alla sera imparare a ringraziare e a chiedere scusa.

I grandi santi (pensiamo a S. Benedetto da Norcia oppure a S. Francesco dʼAssisi, tanto per fare due esempi “di spessore”) non solo avevano ben presente questa cosa ma la vivevano quotidianamente, e avevano scoperto che chi riusciva a mettere insieme “preghiera e lavoro” (preghiera e vita), acquistava una sapienza (e un equilibrio psico-fisico) che aiutava a vivere bene, in pace con se stessi, con Dio e con gli altri.

Pensiamo alla civiltà contadina di settanta, ottantʼanni fa…. erano poveri, lavoravano come i somari dalla mattina alla sera; cʼerano molti problemi sociali ma sicuramente erano meno “sbarellati” di noi… perché avevano una vita equilibrata… avevano (e veniva loro dato) un binario sicuro: tutta la vita era scandita dalle stagioni, dal ritmo della terra e dal ritmo della preghiera.

Non sto dicendo che per ritrovare un equilibrio si debba per forza tornare al modello della vita contadina (anche perché nelle nostre zone, nel contesto attuale, sarebbe impossibile); sto dicendo che il Signore, in questa domenica, ci insegna un modo di vivere “sapiente”: caro mio/a figlio/a, impara e impègnati a tenere insieme la tua relazione con Dio e la tua vita, fatta di lavoro, di famiglia, di socialità, di svago. Ti sentirai meglio e potrai affrontare le difficoltà e le fatiche che la vita riserva con occhi nuovi e con un energia diversa.

Perché rapporto con Dio e vita quotidiana non sono in contraddizione, ma, al contrario si alimentano e si arricchiscono a vicenda.

IV DOMENICA DEL T.O. – ANNO B – 2021   Mc 1,21-28

Nel vangelo di questa IV domenica del T.O. Gesù è nella sinagoga di Cafarnao e sta insegnando. Siamo allʼinizio del suo ministero pubblico, la gente lo sta ad ascoltare, è curiosa, vuole vedere se è realmente un profeta, un uomo mandato da Dio oppure un ciarlatano, un fanfarone (è la differenza di cui ci ha parlato anche la prima lettura tratta dal libro del Deuteronomio).

La gente, ci dice lʼevangelista Marco che ce lo racconta, è stupita del suo insegnamento, perché Gesù si mostra come una persona che ha autorità (v.22). A noi questa parola non piace più di tanto, perché secondo la nostra sensibilità ci fa venire in mette lʼaggettivo autoritario, cioè uno che vuole imporre le sue idee con la forza; uno che non propone ma che impone, appunto. Se volessimo ritradurre questa parola potremmo utilizzare autorevolezza. Gesù non era un dèspota, un dittatore, ma affascinava perché era autorevole.

Cosʼè lʼautorevolezza? Eʼ quella capacità di farsi ascoltare dalla gente; di far breccia cuori. Gesù è riconosciuto come un maestro autorevole perché credibile; perché alle sue parole seguivano i gesti e i fatti: gesti e parole nella sua vita non erano in contraddizione ma si completavano a vicenda.

Dove nasce questa autorevolezza di Gesù? Dalla sua relazione con Dio: non parla di cose “per sentito dire”, ma annuncia un messaggio che egli vive sulla propria pelle!

Gesù non “faceva finta”; Gesù aveva un rapporto con Dio e quando hai un rapporto con Dio, gli altri lo vedono, se ne accorgono… Che bello quando troviamo persone così!

Spesso invece troviamo tante persone che parlano, parlano, ma che alle loro parole non fanno seguire i fatti. Gesù ci ha messo in guardia: “non fate come gli scribi, che dicono e non fanno” (Mt 23,1). Questa si chiama incongruenza, ambiguità, le persone così vengono dette “ipocrite” (una persona che dice il contrario di quello in cui crede).

Colui che vuole tracciare una strada, accompagnare in un cammino, un educatore, un testimone deve essere una persona autorevole. Siamo nella settimana dellʼoratorio, domani (oggi) festeggeremo don Bosco: san Giovanni Bosco era una persona autorevole, coerente: diceva quello che faceva e faceva secondo le sue convinzioni.

Nella seconda parte del vangelo Gesù incontra un uomo posseduto da uno spirito impuro. Questo spirito malvagio conosce Gesù, sa bene chi è: “Che vuoi da noi, Gesù Nazareno? Sei venuto a rovinarci? Io so chi tu sei, il santo di Dio!” (v.24). Arriva addirittura a chiamarlo il “santo di Dio” che è quasi unʼallusione alla sua figliolanza (“Figlio di Dio”).

Questo fatto ci insegna che non basta credere che Dio esista (anche il diavolo ci crede, appunto). Credere significa fidarsi di Gesù, mettere nelle sue mani la nostra vita ed essere sicuri che, se lo facciamo, il Signore sa far saltar fuori le nostre migliori energie, facendoci diventare persone oneste, generose, credibili, autorevoli.

Chiediamolo nella preghiera al buon Dio, in questa Eucarestia, dove il Signore ha il potere di renderci persone migliori, (sempre che lo vogliamo).

III DOMENICA DEL T.O. – ANNO B – 2021   Mc 1,14-20

Anche in questa terza domenica del T.O. la liturgia della parola, come domenica scorsa, ci presenta altri due racconti di vocazioni (di chiamate): nel vangelo quella dei primi discepoli (iniziamo così a leggere e meditare il vangelo di Marco, che ci accompagnerà lungo tutto questo anno liturgico) e nella prima lettura la vocazione di Giona, che viene chiamato da Dio per annunciare la conversione agli abitanti di Ninive, città pagana e nemica del popolo ebraico (Gio 3,1-5.10).

Ci poniamo due domande:

la prima: perché tutti questi racconti di vocazione? La Parola ci sta dicendo quanto sia importante la chiamata di Dio! Nella vita di fede non siamo noi i protagonisti, ma è Dio, attraverso lo Spirito Santo, a chiamarci. La fede è sempre una risposta una chiamata, non una iniziativa nostra. Se siamo convinti che siamo noi ad avvicinarci a Dio; che siamo noi a fargli un piacere a venire a messa e a vivere la vita cristiana non abbiamo capito molto del vangelo e di cosa significa essere realmente “credenti”. Allʼinizio di tutto cʼè Dio non ci sono “io”: per questo la nostra religione si chiama “rivelata”, perché allʼinizio di tutto cʼè un Dio che si rivela, non lʼessere umano che cerca in tutti i modi di rapportarsi con la divinità e conquistare i suoi favori. Questa è paganesimo, non è vita cristiana.

La seconda domanda: cʼè qualche differenza tra il racconto di vocazione di Giona della prima lettura e la chiamata dei primi discepoli del vangelo? Sì, ci sono delle differenze. Quella più evidente è che Giona ci mette un sacco di tempo per dire di “sì” a Dio: non ne ha voglia, si sente impreparato e “non portato” ad una missione del genere, ma alla fine “cede” alla volontà di Dio. Nel vangelo invece i discepoli non pongono resistenza a Gesù, si lasciano affascinare da Lui e rispondono con prontezza e generosità (lʼevangelista utilizza l avverbio “subito” v.18).

Sintetizzano possiamo dire che la fede parte sempre da una chiamata del Signore. Ma, se Dio chiama, mi chiama fare che cosa? Sicuramente non allʼimmobilismo! Al non far niente, a stare con le mani in mano, peggio, al dire: “sono fatto così, mi piaccio così, resto così, non ho bisogno di cambiare, non ho bisogno di crescere, non ho bisogno di migliorare”. Ecco, se ragioni così, stai pure sereno che non hai neanche bisogno di Dio. Potrai venire anche a messa per tutta la vita, ma stai sicuro che non sentirai mai la sua voce (forse sentirai il prete che parla… forse…)

Dio chiama al cambiamento (questo è il significato della parola con-versione!). Dio ti chiama ad una vita santa, ad una vita onesta, ad una vita attiva, laboriosa, generosa, una vita che “si spende”.

E poi, tornando al vangelo, i discepoli sono chiamati a diventare “pescatori di uomini”. Unʼespressione un poʼ enigmatica ma non più di tanto”. E qui una nostra (o meglio vostra) reazione di laici, (comprensibile), potrebbe essere: questa è una esortazione, una chiamata rivolta ai preti, ai vescovi, al papa, ai consacrati, io non cʼentro! E invece no! Cʼentri anche tu! Eccome se cʼentri: tutti siamo chiamati a diventare “pescatori di uomini”, cioè a “pescare” la vita degli altri. Pescare la vita degli altri significa farsi attenti alle necessità e alle sofferenze dei fratelli, infondendo fiducia, dando una mano, interessandosi, provando empatia per i dolori e le difficoltà degli altri. Dio ci chiama a questo!

Un ultima annotazione: quando vengono chiamati da Gesù i discepoli (due coppie di fratelli: Simone e Andrea, Giacomo e Giovanni), mettono in atto una condizione, affinché si realizzi la chiamata: e la condizione è il “lasciare”. Dice il vangelo: “lasciarono tutto e andarono dietro a Gesù” (v.18-20b).

Per rispondere a Dio, occorre lasciare. Come anche per le scelte umane: ogni scelta implica sempre un distacco da qualcosa o da qualcuno. Allora la domanda sorge spontanea: “Signore, cosa devo lasciare per seguirti?” A ciascuno la sua risposta, sapendo che, “a chi fu dato molto, molto sarà chiesto; a chi fu affidato molto, sarà richiesto molto di più” (Lc 32,48).

II DOMENICA DEL T.O. – ANNO B – 2021     Gv 1,35-42

Il vangelo di questa seconda domenica del T.O. è un racconto di vocazioni, come lo è anche la prima lettura che ci ha narrato la chiamata di Samuele. (1Sam 3,3-10.19).

Siamo all’inizio del ministero pubblico di Gesù; è il momento del passaggio da Giovanni il Battista a Gesù; sono i primi passi della formazione del gruppo dei discepoli, il nucleo originario della Chiesa.

La prima sottolineatura è che Giovanni il Battista non è autocentrato, ma da buon educatore indica ai suoi discepoli  Gesù: “ecco lʼ agnello di Dio!”. Giovanni non mette al centro se stesso ma lascia spazio a colui che è la Luce del mondo. Quante volte invece noi facciamo il contrario: imponiamo noi stessi, impedendo agli altri di rivelarsi, di emergere. Noi spesso occupiamo tutto il palcoscenico, invece colui che ama lascia spazio, orienta, accompagna… questo vale in tutti gli àmbiti della nostra vita: a casa, sul posto di lavoro, con gli amici… imparare a valorizzare gli altri e lasciare che gli altri possano dirsi, raccontarsi, rivelarsi.

Gesù, vedendo che i discepoli di Giovanni iniziano a seguirlo, pone loro una domanda: “che cosa cercate, chi cercate?” (v.38). E’ LA domanda che suscita il desiderio! Dicevamo già in altre nostre riflessioni: quando uno smette di cercare smette di vivere! La loro risposta è semplice ma profonda. Gli chiedono:“Rabbì, dove dimori? Dove abiti?”. “Venite e vedrete!”. L’evangelista continua:“Andarono e videro dove egli abitava e in quel giorno dimorarono con lui” (vv.38-39).

Mi vengono in mente le splendide parole di papa Benedetto XVI nell’enciclica Deus Caritas Est: All’inizio dell’essere cristiano non c’è una decisione etica o una grande idea, bensì l’incontro con un avvenimento, con una Persona, che dà alla vita un nuovo orizzonte e con ciò la direzione decisiva.

Tanti cristiani conoscono Gesù “per sentito dire”. Per questo alla minima difficoltà, al minimo ostacolo (consentitemi la battuta…: all ennesimo “lockdown”) non lo seguono più. Per conoscere realmente Gesù occorre farne esperienza, occorre lasciargli spazio, occorre “stare con Lui”, “dimorare in Lui”, “metter su casa con Lui”.

Domandiamoci: voglio davvero bene a Gesù? Le sue parole sono davvero “parole di vita”, che interpretano, illuminano, provocano le mie scelte, il mio quotidiano? Sto “facendo casa con Lui” ?

Infine unʼannotazione temporale: “Erano le circa le quattro del pomeriggio” (v.39b). Qualcuno potrebbe domandarsi: ma non è un dettaglio superfluo? L evangelista poteva risparmiarselo… e invece no! Quando uno si innamora, si ricorda tutto del primo incontro con l’amato/con l’amata. Così Giovanni si ricorda giorno, ora e luogo dell’incontro con Gesù. E non lo dimenticherà mai!

Nella seconda parte del Vangelo entrano in scena due fratelli: Andrea e Simone, che poi diventa Pietro. Andrea conduce suo fratello allʼincontro con Gesù, il quale, dice il vangelo, fissa lo sguardo su di lui. Eʼ lo sguardo di amore che Gesù ha su ciascuno di noi, uno sguardo che ci consente di attivare le nostre migliori energie di bene, che tante volte restano sopite nel nostro cuore e che il Signore ha il potere di risvegliare e di rimettere in moto.

BATTESIMO DI GESU – 2021

La festa del battesimo di Gesù che oggi la chiesa ci fa celebrare conclude il tempo natalizio e ci aiuta a cogliere unʼaltra manifestazione di Gesù: come abbiamo già detto,

  • nel Natale Gesù assume la nostra umanità e si mostra al popolo di Israele come re e messia;
  • nellʼEpifania il Figlio di Dio si rivela a tutti i popoli come Luce del mondo;
  • nel segno del Battesimo, Gesù, (ricevendo il battesimo da Giovanni) si fa conoscere come il Figlio amato e solidale con il genere umano: colui che è senza peccato si mette in fila con i peccatori per assumere su di sé gli sbagli, le fatiche, i dolori del mondo.

Vorrei fare alcune sottolineature. La prima: dall’Epifania al Battesimo passano trent’anni.

Trent’anni in cui Gesù vive la sua vita nella più sorprendente normalità: va a scuola (da rabbi Gamaliele), vive la vita familiare, probabilmente lavora nella bottega di Giuseppe, aiutando il padre e imparandone la professione; cresce in età, sapienza e grazia, davanti a Dio e agli uomini, come ci dice il vangelo.

Questa vita normale, feriale, semplice, umile, fedele alla volontà del Padre, lo tempra, lo rafforza, lo prepara alla missione pubblica (che inizia proprio dallʼevento del battesimo). Dio vede tutto questo e infatti esclama: “questo è mio figlio, lʼamato; in lui ho posto la mia fiducia e la mia stima”.

Cosa dice questo alla nostra vita? Per noi, oggi, non è facile vivere il quotidiano: siamo immersi in una società che esalta lo straordinario, il ‘fuori dalle righe’. Lʼabitudine, la monotonia dei giorni che passano uguali le vediamo come un peso, spesso come una noia, invece il feriale è un tirocinio, una palestra, un tempo per allenarci a scoprire chi siamo, chi vogliamo essere e diventare. Tutti sono bravi a vivere lo straordinario; la sfida è quella di vivere bene la vita di tutti i giorni. Siamo noi a “darle gusto”, cioè senso e significato, non lei che deve “dare gusto a noi”.

Seconda sottolineatura: nel Battesimo, come abbiamo ascoltato nel vangelo, è Dio che proclama e investe Gesù come “Figlio”, tuttavia anche Gesù, con il bagaglio dei suoi trent’anni passati a Nazareth, progressivamente si scopre “Figlio”. Cresce quella “sintonia” tra Padre e Figlio che consentirà alla Trinità di rivelarsi e di essere sempre in comunione. Tutto questo grazie al dono dello Spirito Santo. Gesù impara ad amare il padre ed esprime il suo amore nell’obbedienza alla sua volontà e al suo progetto di bene: “un corpo mi hai dato o Dio per fare la sua volontà”.

La festa del Battesimo di Gesù è qui a ricordarci la nostra vocazione, quella di essere anzitutto “figli amati”: come direbbe san Paolo, “ricordati che sei figli e non schiavo“.

Ci sono ancora tanti cristiani che vivono la fede e il proprio rapporto da “schiavi”: per andare dʼaccordo con Dio non devo fare questo, questo, e questʼaltro… oppure da “farisei”: per andare dʼaccordo con Dio devo rispettare queste regole e queste altre… vivere da figli significa invece avere la certezza di avere un padre che fa crescere, accompagna, sostiene, incoraggia, ci sprona al bene, e, quando occorre corregge.

Secondo passaggio: siamo figli, chiamati a collaborare con Dio a rendere il mondo migliore, più a immagine di Gesù e di quel “regno” che egli ha annunciato. E qui ci sta il nostro impegno, la nostra testimonianza, il nostro “vivere nel mondo” da cristiani, da discepoli, da “figli”.

Carissimi, la “buona notizia” di questa festa è semplice e impegnativa. Il battesimo di Gesù ci insegna a tenere insieme il dono e lʼimpegno: il dono del riscoprirci figli di Dio e lʼimpegno nel testimoniarlo con la santità della vita (che non è fare cose straordinarie ma vivere lʼordinario in modo straordinario, aiutati e accompagnati dal Signore).

EPIFANIA – 2021

L’epifania celebra la manifestazione (epifaneuo) di Gesù al mondo intero (e non solo per Israele). Dio viene per tutti, non solo per un popolo, per una categoria di persone, per una razza, per un’etnia. Dio non discrimina, non esclude, ma accoglie e include.

I protagonisti di questa festa sono i Magi: gente sapiente che proviene dall’antico Oriente (probabilmente dalla Persia).

Chi sono questi tipi un po’ leggendari che vanno a Betlemme, guidati da una stella? Tre sottolineature:

Sono dei cercatori. Dei cercatori di Dio. Chi cerca trova, dice il proverbio. Se cerchi Dio si fa trovare; cercatelo, mentre è vicino (dice un salmo). E quando l’hai trovato (o Lui ha trovato te) cercalo ancora, perché Dio è sempre ‘oltre’, è sempre avanti, è sempre un passo in più rispetto alla nostra andatura. Cari fratelli e sorelle, impariamo dai magi ad essere sempre uomini in ricerca, desiderosi di conoscere, di scoprire, aperti al nuovo, curiosi, esploratori, attenti a tutto ciò che ci si presenta davanti.  Al contrario, le persone muoiono quando vanno in “stand by”: quando non si aspettano più nulla; quando danno tutto per scontato; quando non c’è più niente o nessuno che provochi meraviglia, interesse stupore. Quando si perde la passione.

I magi offrono doni a Gesù. Ricambiano l’affetto, la luce, il sorriso di Gesù Bambino facendogli dei regali. Domandiamoci: siamo capaci di ricambiare il bene che riceviamo oppure “s’èm an pò Genues”, tirchi, avari? Siamo capaci di restituire la fiducia che spesso ci viene accordata e che ancora più spesso non ci meritiamo?

Infine: “Per un’altra strada fecero ritorno al loro paese”. I magi non tornano da Erode. Non si assoggettano al potente di turno, a chi fa la voce grossa, a chi la spara più grossa…

Al termine di questo tempo natalizio domandiamoci:

sono un po’ cresciuto nell’amicizia con Dio?

sono riuscito a “limare” certi tratti del mio carattere?

mi sono preso cura di chi mi sta vicino?

Mi sono fatto messaggero di lieti annunzi; come colui che porta la pace; come colui che testimonia un cammino di felicità?

Santi Magi, avete compiuto un lungo itinerario e avete trovato Cristo, Luce del mondo. Non vi siete fermati; non avete ceduto alla paura; non vi siete fatti scoraggiare dalle difficoltà, dagli imprevisti, da chi vi remava contro. Avete capito ciò che una frase molto bella evoca: “Il senso della vita è che ciascuno trovi il suo dono. Lo scopo della vita è quello di regalarlo”. Insegnatelo anche a noi, con il vostro esempio e la vostra testimonianza. Amen, così sia.

II DOPO NATALE – 2020

La Parola di Dio di questa seconda domenica del tempo natalizio ha come scopo il farci gustare il mistero dell’incarnazione che abbiamo da poco celebrato. E lo fa con dei testi biblici non più narrativi, ma dallo stile poetico, sapienziale e riflessivo.

Fermiamoci un attimo sul prologo di Giovanni che abbiamo ascoltato nel vangelo (1,1-18). Giovanni evangelista non racconta i fatti della nascita di Gesù ma ne fa una riflessione teologica. Giovanni si fa illuminare dallo Spirito Santo, Spirito di sapienza e di rivelazione, per comprendere, per cogliere, per entrare nella profondità del mistero dell’Incarnazione del Figlio di Dio. Senza Spirito Santo non possiamo gustare, assaporare, contemplare il mistero nel Natale di Gesù Cristo, ci ha ricordato la prima lettura, tratta dal libro del Siracide.

Giovanni ci dice che la Parola, potremmo tradurre anche “il legame” che Dio ha voluto intessere con l’umanità, fin dalla creazione del mondo, si è fatta carne; è venuta nel mondo; ha posto la sua casa in mezzo a noi.

E qui saltano fuori le reazioni degli uomini: alcuni non l’hanno accolto; ad altri ha dato il potere (non in senso comune del termine, ma nel senso di possibilità) di diventare figli di Dio. Quelli che hanno creduto nel suo nome, da Dio sono stati generati (Gv 1,13).

Cari fratelli e sorelle, penso sia bello, utile e necessario fermarsi e domandarci seriamente se noi credenti abbiamo davvero ‘creduto’; se davvero siamo tra quelli che ‘lo hanno accolto’. E uno dice: come si fa? Qual è il termometro per misurare la mia fede? C’è uno modo per verificare se ho realmente accolto Gesù nel santo Natale? Sì, c’è, e tuttavia non sono il numero delle messe a cui hai partecipato né le preghiere che hai detto. Questi sono strumenti, fondamentali e indispensabili per coltivare, far crescere, alimentare il nostro rapporto con Dio. Ma non sono il fine: alla fine di ogni messa, il prete dice: “la messa è finita; andate! (non restate) e portare la pace di Cristo”.

Ho accolto Gesù nel natale se sono riuscito ad essere più paziente, meno iroso, scontroso, nervoso con chi mi sta vicino;

ho accolto Gesù nel natale se mi sono sforzato di perdonare chi mi ha fatto un torto;

ho accolto Gesù nel natale se mi sono fatto vicino a chi ne aveva bisogno; a chi ha gridato aiuto e soprattutto a chi non ha avuto la forza o il coraggio di farlo;

ho accolto Gesù nel natale se mi sono sforzato di essere strumento di comunione, mantenendo rapporti sereni e cordiali con tutti;

ho accolto Gesù nel natale se sono stato onesto e competente nel mio lavoro e non ho cercato di fregare gli altri;

ho accolto Gesù nel natale se non mi sono tirato indietro al mio dovere; al sacrificio, “tenendo duro” nelle situazioni più difficili e complicate;

ho accolto Gesù nel natale se non mi sono fatto prendere dalla banalità; dalla superficialità; dall’ignoranza, dai “luoghi comuni”;

ho accolto Gesù nel natale se non ho pensato solo a me stesso o alla mia famiglia e mi sono ricordato di chi fa più fatica.

E se non ci fossi riuscito? Dio ci sussurra: “non avere paura. Ricordati che Natale può essere tutti i giorni”. Non è una frase fatta; è la realtà della fede, perché Dio può nascere in noi ogni giorno, a patto che lo vogliamo, lo desideriamo e gli facciamo spazio. Come Maria nel suo grembo, come Giuseppe, come i pastori, come i santi Magi che ricorderemo nella solennità dell’Epifania.

SANTO STEFANO – 2020

Stefano è un martire. Il primo martire; il primo a dare la vita per Gesù e lo fa donando il suo sangue. Questa festa che la Chiesa ha inserito appena dopo il Natale ci fa ricordare che la nascita di Gesù ha senso e significato solo se inscritta nel mistero della morte e resurrezione di Cristo. Come anche il nostro nascere in questo mondo, che ha senso solo nel donare la vita.

Dice papa Francesco: siamo spesso occupati a lamentarci e a deprimerci per le cose che non vanno, soprattutto in questo tempo di pandemia. Quando ci prendono questi sentimenti non continuiamo a rimuginarci sopra; non lasciamo che la malinconia ci prenda ma usciamo da noi stessi e impariamo a donare. Il donare è la più grande medicina per sconfiggere tristezza e sconforto. Eʼ ciò che ci testimonia Santo Stefano.

  • Donano la vita mamma e papà che si prendono cura e danno il cuore per i propri figli;
  • Dona la vita chi fa onestamente il suo lavoro, cercando di aiutare gli altri e di soddisfarne i bisogni, senza sfruttare, ingannare o raggirare;
  • Dona la vita chi si spende nel volontariato e dedica un poʼ del proprio tempo agli altri;
  • Dona la vita chi insegna ed educa i valori alle nuove generazioni;
  • Dona la vita chi cerca di rispondere ai bisogni della comunità;

Tanta gente è impegnata, presa, indaffarata (lavoro, genitori anziani, figli e nipoti, volontariato…). Ma cʼè anche tanta gente che non sa come tirar sera. E comunque, se il chiuderti in te stesso ti soffoca e ti deprime, esci da te stesso e dal tuo narcisismo/egocentrismo e prenditi cura degli altri, e starai meglio.

Sono vere le parole del proverbio: “cʼè più gioia nel dare che nel ricevere”. Tuttavia per capire queste parole occorre sperimentarle sulla propria pelle, altrimenti non si riescono a comprendere fino in fondo…

Infine un ultimo accenno sul donare il sangue: è un gesto di grande altruismo e di grande generosità; di grande valore sociale ed etico, che va sicuramente incentivato e ricordato. Soprattutto in questo tempo di pandemia occorre sangue e plasma. Chi può e se la sente, doni con gioia, anche attraverso questa forma di amore e di cura verso gli altri.

GIORNO DI NATALE – 2020

Si racconta che durante la Notte Santa, quando gli angeli cantavano il “Gloria” in cielo e annunciavano la buona notizia sulla terra, anche un giovane pastore ricevette l’invito a recarsi a Betlemme. Era povero, anzi il più povero di tutti!

Ogni pastore aveva trovato qualcosa da portare in dono: chi un agnello, chi della frutta, chi del formaggio o un poʼ di latte; chi una coperta di lana ben calda… lui, il più povero, non aveva trovato proprio nulla. Tanto che diceva tra sé: “Non ho proprio nulla: come faccio ad andare a Betlemme? Cosa porterei?”

Così pensava e così fece presente a quanti insistevano perché si unisse alla loro comitiva. Ma tanto dissero e tanto fecero che lo trascinarono insieme a loro.

Durante il viaggio non riuscì a pensare niente e camminava quasi tranquillo. Ma quando fu nella stalla dove in una mangiatoia giaceva il Bambino con Maria e Giuseppe, fu preso dall’ansia e dalla preoccpazione. Ecco avanzavano gli altri e offrono i loro doni… e Maria, la madre del Bambino, si disponeva a ricevere i regali… ma aveva il Bambino tra le braccia: come fare?

Guardò attorno e, come scorse il povero pastore, il più povero di tutti, e le sue mani vuote, lo chiamò a sé, gli fece un sorriso e gli adagiò il Bambino tra le braccia!

Solo in quel momento il pastore capì che per poter accogliere quel Bambino bisognava avere le mani vuote!

Cari fratelli e sorelle, una semplice storia che ci ricorda la sola condizione per accogliere Gesù nel mistero del Natale: essere mendicanti dʼamore. Dice Gesù: “Beati i poveri in spirito perché di essi è il Regno dei cieli”.

Se hai un cuore aperto e disponibile Dio troverà i modi per farsi trovare; se hai un cuore chiuso, egoista e autoreferenziale, Dio farà fatica a venire ad abitare a casa tua, semplicemente perché non ne hai bisogno.

Tutto si riassume in queste due affermazioni: “ho bisogno di Dio” oppure “non ho bisogno di Dio”. (Non è proprio così  scontato che se siamo venuti a messa stamattina, allora abbiamo bisogno di Dio… anzi, non è scontato per niente!)

Quando diciamo Ho bisogno di Dio, Dio risponde: io ci sono, vengo ad abitare a casa tua. Non sono Harry Potter che ti risolve tutte le situazioni intricate me posso darti forza per affrontarle e darti le chiavi giuste per provare a risolverle.

Quando diciamo Non ho bisogno di Dio, Dio risponde: io provo a venirti incontro, ma hai le orecchie tappate, il cuore chiuso, le mani e i piedi paralizzati; la porta di casa tua è sprangata. Non ho ancora trovato il modo di poterti venire a trovare. Ma forse la vita lascerà aperta qualche fessura, e allora, ma solo allora, potrò entrare…

Carissimi, guardiamo a Gesù Bambino e scopriamo in Lui quella povertà che ci consente di trovare e accogliere lʼinestimabile ricchezza che desideriamo, ma che facciamo a fatica a trovare perché spesso sbagliamo la direzione della nostra caccia al Tesoro.

NOTTE DI NATALE – 2020

Cari fratelli e sorelle, celebriamo e viviamo il mistero della nascita di Gesù. E lo facciamo in un contesto e in un tempo non facile, di grande fatica, di profonda sofferenza.

Siamo venuti in questa chiesa stasera alcuni da credenti, altri da dubbiosi, altri da agnostici, oppure tutte e tre le cose insieme. Siamo venuti carichi delle nostre ansie e preoccupazioni; con cicatrici dirette o indirette di un virus che ha preso non solo il corpo ma anche il cuore e lʼanima.

Ci sentiamo (e siamo) confusi, disorientati, stanchi, spaventati, scoraggiati e forse anche un poʼ demoralizzati. Siamo stati spiazzati (per non dire sconvolti) da una situazione che ha cambiato la vita a noi e a chi ci vuole bene. Stasera siamo qua un poʼ così. E non possiamo far finta di niente. Perché sarebbe come falsificare la realtà, tradire la verità, non accettare la storia.

Noi siamo abituati a pensare il Natale come un fatto, un evento che trasmette profonda serenità e gioia. Eppure il Natale è un dramma: una giovane ragazza spaventata che resta incinta per opera dello Spirito Santo; uno sposo che decide di ripudiarla in segreto perché non capisce; una coppia estromessa dalla vita sociale, che fa nascere il figlio primogenito in una stalla o comunque in un alloggio di fortuna; il re Erode Antipa che vuole uccidere il bambino; la fuga in Egitto, lontano dagli affetti più cari. Gli abitanti di Gerusalemme che manco si svegliano e vanno avanti a dormire come se nulla fosse…

Dio nel Natale non viene solo ad abitare la storia ma viene a condividere lʼintricata storia umana. Dio sa, Dio conosce, Dio prova sulla propria pelle ciò che significa “vivere”. E come lo fa? Lo fa da bambino, affinché ciascuno di noi non abbia più paura o vergogna delle proprie fragilità.

Nella notte più cupa, nella nebbia più fitta, nellʼorizzonte più incerto nasce la Vita. Ecco il grande annuncio del Natale: qualsiasi cosa succeda; qualsiasi cosa accada, qualsiasi cosa avvenga non solo Dio cʼè (sarebbe fin troppo banale) ma sta con noi, sta dalla nostra parte.

Nel Natale Dio impara il faticoso e impegnativo “mestiere di uomo” (infatti si chiama “Emmanuele” Dio-con-noi). Lo sceglie; sceglie di sporcarsi le mani con la nostra umanità e sporcando le sue mani con le nostre, nasce una stretta di mano, unʼalleanza, una relazione, unʼamicizia.

Ecco lʼaltro grande annuncio del Natale. Dio dice: “non sono un tuo rivale; non sono tuo nemico; non sono il tuo antagonista: per esserci tu non ci devo essere io. Al contrario: se ci diamo una mano, possiamo sperimentare la felicità entrambi” (SantʼIreneo di Lione la diceva così: la bellezza di Dio sta nellʼuomo che vive).

Come si fa a credere a questi annunci? Per crederci, dobbiamo diventare, anche noi (almeno un poʼ) come i pastori di Betlemme: si alzano, si mettono in viaggio, camminano, vanno, vedono e trovano il Bambino avvolto in fasce che giace in una mangiatoia. Cosʼè che li fa partire, che li fa muovere? Eʼ il desiderio: de-siderare significa essere in cerca delle stelle. Se desideriamo una vita migliore, più autentica, più ricca (non la bella vita ma la vita bella) potremmo trovare Qualcuno che ci indichi la strada che ci conduca alla sorgente dellʼAmore.

Vi auguro di desiderare, di chiedere e di trovare la vostra relazione personale con il Dio che ci ha rivelato Gesù, che non ha il ghigno di un padrone scontroso, rancoroso, vendicativo, egoista e autoreferenziale, ma che ha il volto di Padre, il cui unico scopo è la felicità dei propri figli. Dove per felicità non si intende “andrà tutto bene”, ma anche quando non dovesse andare tutto bene so a Chi chiedere nuova fiducia (che è la stessa cosa di dire “fede”).

Allora davvero buona nascita di Gesù salvatore

ai fratelli e alle sorelle che stanno soffrendo per la perdita di una persona cara;

a coloro che piangono la perdita di un figlio;

per una grave malattia in famiglia;

per un tradimento, una separazione, un divorzio,

una forte incomprensione;

per problemi economici;

per la perdita del posto di lavoro;

Buon Natale a coloro che sperimentano la precarietà e l’insicurezza, a coloro che sono lontani dalla propria patria e dagli affetti più cari.

Buon Natale a coloro che sentono il peso e la fatica nel costruire il futuro, immaginandosi un avvenire migliore, che non si riesce a intravvedere. Buon Natale a coloro che hanno sbagliato e stanno pagando per i propri errori.

Per noi, per tutti questi fratelli e sorelle, e per coloro che lavorano anche in questa notte per la nostra sicurezza, per la nostra salute, per il bene pubblico.

A tutti auguri di buon Natale,

a tutti, in tutto il mondo e per tutti i cuori

oppressi,  affaticati e stanchi,

arrivi lʼabbraccio di Cristo Salvatore.

E insieme al suo, giunga anche il nostro;

visto che siamo i suoi discepoli e collaboratori.

IV domenica di AVVENTO – anno B – 2020

Nel mistero dell’incarnazione Dio vuole porre la sua casa in mezzo a noi, come ci dice san Giovanni nel prologo del suo vangelo.

Occhio a non fare lo stesso errore che ha compiuto Davide nella prima lettura: il re vuole costruire un tempio per Dio, mettendosi così come protagonista dell’opera divina e Dio gli dice: io ti farò una casa, ti darò un grande discendenza! La tua casa, il tuo regno, il tuo trono saranno stabili per sempre. E infatti la promessa è stata mantenuta: Dio ha reso salda la dinastia davidica, mandando un re che regnerà per sempre: suo Figlio!

Questo racconto ci fa capire che non dobbiamo essere noi a costruire una casa a Dio, a dirgli dove si deve mettere, cosa deve fare, come si deve comportare… questa è una tentazione forte, soprattutto per noi credenti: è la tentazione di chi vuole impossessarsi di Dio, di fargli fare quello che vuoi tu, a tuo vantaggio personale.

Nel Natale la casa, il tempio di Dio diventa l’umanità, dimora della sua presenza.

Il vangelo, che ci ha narrato l’episodio dell’annunciazione (già ascoltato nella solennità dell’Immacolata), ci indica in Maria e Giuseppe le prime pietre di questa casa che Dio sta costruendo per gli uomini e con gli uomini, attraverso la loro attiva collaborazione, attraverso il loro “Sì” generoso e incondizionato.

Anche noi, in questo natale, siamo chiamati ad essere pietre vive per costruire il tempio spirituale di Dio, che siamo noi, dice san Paolo.

L’annunciazione dell’angelo a Maria e la sua risposta bella, umile, profonda, generosa, appassionata, vera e sincera, ci insegnano che solo l’amore edifica; solo l’amore crea, solo l’amore costruisce per sempre. Per questo Gesù si fa uomo.

Sentiamoci tutti sollecitati, invitati, provocati a pronunciare il nostro “sì” personale, nell’obbedienza a Dio, nello stesso modo con cui viene chiesto alla Vergine Maria di acconsentire al progetto del Padre. S.Bernardo di Chiaravalle lo esprime così:

Hai udito, Vergine, che concepirai e partorirai un figlio; hai udito che questo avverrà non per opera di un uomo, ma per opera dello Spirito santo. L’angelo aspetta la risposta; deve fare ritorno a Dio che l’ha inviato. Aspettiamo, o Signora, una parola di compassione anche noi, noi oppressi miseramente da una sentenza di dannazione. Ecco che ti viene offerto il prezzo della nostra salvezza: se tu acconsenti, saremo subito liberati. Noi tutti fummo creati nel Verbo eterno di Dio, ma ora siamo soggetti alla morte: per la tua breve risposta dobbiamo essere rinnovati e richiamati in vita. 
Te ne supplica in pianto, Vergine pia,
Adamo esule dal paradiso con la sua misera discendenza; te ne supplicano Abramo e David; te ne supplicano insistentemente i santi patriarchi che sono i tuoi antenati, i quali abitano anch’essi nella regione tenebrosa della morte.  Tutto il mondo è in attesa, prostrato alle tue ginocchia: dalla tua bocca dipende la consolazione dei miseri, la redenzione dei prigionieri, la liberazione dei condannati, la salvezza di tutti i figli di Adamo, di tutto il genere umano. 
O Vergine, da’ presto la risposta. Rispondi sollecitamente all’angelo, anzi, attraverso l’angelo, al Signore. Rispondi la tua parola e accogli la Parola: dì la tua parola umana  e concepisci la Parola divina; emetti la parola che passa e ricevi la Parola eterna.
Apri, Vergine beata, il cuore alla fede, le labbra all’assenso, il grembo al Creatore. Ecco che colui al quale è volto il desiderio di tutte le genti, batte fuori alla porta. Non sia, che mentre tu sei titubante, egli passi oltre e tu debba, dolente, ricominciare a cercare colui che ami. Levati, su, corri, apri! Levati con la fede, corri con la devozione, apri con il tuo assenso. 
“Eccomi”, dice, “sono la serva del Signore, si compia in me la tua parola” (Lc 1, 38).

III di Avvento – Anno B – 2020

Cari fratelli e sorelle, continuiamo il nostro cammino di Avvento illuminati e accompagnati dalla parola di Dio. Ci stanno accompagnando dei verbi: quello della prima domenica era “vegliare”; quello di domenica scorsa era “preparare”, in questa domenica, nella quale ci viene ancora presentata la figura possente e austera di Giovanni il Battista, il verbo con cui riflettere è “raddrizzare”.

Allora la domanda diventa: “cosa devo raddrizzare nella mia vita? Quali sono le curvature che mi impediscono di stare in posizione eretta? Cosa cʼè di storto nella mia vita che va raddrizzato?” (la posizione eretta, nella Bibbia e nei vangeli è la posizione dei risorti): stili, comportamenti, atteggiamenti, scelte, pregiudizi, invidie, falsità… Qui ci possono venire in aiuto le riflessioni che abbiamo fatto domenica scorsa a riguardo del sacramento del perdono.

Raddrizzare le vie di Dio e raddrizzare le vie degli esseri umani, siamo chiamati a farlo singolarmente ma anche come società, come comunità. E qui cʼè tanto da “raddrizzare”…

Ci sono da raddrizzare le disuguaglianze sociali…

Ci sono da raddrizzare i “mali” che affliggono il nostro Paese: Carlo Cottarelli, economista, cremonese DOC, ne elenca sette:

  • Lʼevasione fiscale…
  • La corruzione…
  • La burocrazia…
  • La giustizia che non funziona, lenta e infinita…
  • La denatalità…
  • Il divario tra nord e sud…
  • Il faticoso rapporto con lʼEuropa e con la moneta unica…
  • Il debito pubblico nazionale, cresciuto a dismisura in questi ultimi decenni e a causa della pandemia. Debito che ricade sul futuro delle nuove generazioni….

Ci sono da raddrizzare i cuori, che corrono il rischio di chiudersi in se stessi e di non prendersi cura gli uni degli altri, in una fraternità solidale e reale…

Diceva Piero Gobetti nel 1918 (qualche anno dopo la prima guerra mondiale): “Come non bastano le antiche glorie a darci la grandezza presente, così non bastano i presenti difetti a toglierci la grandezza futura, se sappiamo volerlo, se vogliamo sinceramente rinnovarci”.

Ricordandoci che anche il rinnovamento sociale passa per il rinnovamento dei singoli. Se ognuno fa la propria parte, la somma di ogni singola parte forma il tutto.

Aiutaci, Signore a raddrizzarci,

Aiutaci, Signore a rinnovarci,

Aiutaci, Signore a vivere da uomini e donne, illuminati dalla luce del tuo Natale e dalla tua Pasqua. Amen.

MARIA IMMACOLATA – 2020

Cari fratelli e sorelle, inserita nel cammino dellʼAvvento la Chiesa ci fa celebrare la solennità dellʼImmacolata Concezione della Vergine Maria.

Dice il dogma della Chiesa: “Maria è stata preservata da ogni contagio di peccato – di colpa, perché scelta da Dio per diventare la madre del suo Figlio”.

La liturgia parla di “singolare privilegio” accordato a Maria, in previsione della sua maternità. Tuttavia qui di privilegi non ce ne sono… Maria non è una “privilegiata”… e neanche lʼImmacolata è la festa dei “meriti” di Maria la quale avrebbe meritato di diventare la madre del Figlio di Dio… tutto, lʼabbiamo ascoltato nel vangelo, è accaduto per grazia!

Maria è stata scelta da Dio per diventare la Madre di Gesù per puro dono. La divina maternità è un regalo che Dio ha fatto alla Vergine… la quale è stata “scelta”. Ecco, potremmo parlare dellʼelezione di Maria di Nazareth: Dio ha scelto questa ragazza tra le tante ragazze presenti in quel momento sulla faccia della terra. Perchè Dio ha scelto Maria? Lʼha scelta perché umile; perché aveva un rapporto con Dio; perché aveva un cuore buono e disponibile, perchè capace di ascolto; lʼha scelta in uno dei più insignificanti paesini della più piccola provincia dellʼImpero Romano. Anche questo fatto è stata una scelta voluta e ben pensata da Dio stesso. Niente palazzi, niente potenti, niente teste coronate. Una semplice donna del popolo, che, nella fede dice “Sì” al progetto di Dio.

Preservata da ogni peccato originale: se volessimo ritradurre la parola “peccato” potremmo dire: peccato è ciò che ci allontana da Dio. Maria non si è mai allontanata da Dio. Per questo ha reso il suo cuore ospitale, libero, aperto per accogliere le Sue meraviglie.

Lʼabbiamo ascoltato nel vangelo dellʼAnnunciazione: è lʼincontro tra due libertà: quella di Dio, che fa una proposta e una promessa (abbastanza misteriosa e incomprensibile) e la libertà di Maria, che prima di decidere, ci pensa sopra, riflette, prega, chiede chiarimenti. E poi, nella fede, si fida di Dio e gli accorda fiducia.

Carissimi, Maria Immacolata ci insegna tre cose, apparentemente semplici ma faticose da mettere in pratica:

  • Dio non fa tutto da solo ma chiede la nostra collaborazione per portare avanti i suoi progetti di bene;
  • Maria ci insegna a dire il nostro Sì convinto e generoso a Dio;
  • E come ha fatto Lei, anche noi siamo chiamati a far nascere Gesù in noi. Questo sarà il vero senso del Natale.

II di Avvento – Anno B – 2020 (Mc 1,1-8)

Cari fratelli e sorelle, continuiamo il nostro cammino di Avvento illuminati e accompagnati dalla Parola di Dio. Ci stanno accompagnando dei verbi: quello di domenica scorsa era “vegliare”; quello di questa domenica, che ci viene dal vangelo dalla figura di Giovanni il Battista è “preparare”.

Un verbo che ha a che fare con la nostra vita perché gli eventi e i fatti più belli noi li prepariamo. Pensiamo alla nascita di un bambino, a un matrimonio, ad una ricorrenza, al termine di un percorso universitario, accademico, a una promozione nel mondo del lavoro… insomma, quando cʼè in ballo qualcosa di importate ci prepariamo. E questo deve valere anche per la nostra vita di fede.

E come facciamo a prepararci per la venuta del Salvatore? le modalità sono tante, alcune le abbiamo già accennate domenica scorsa; tuttavia ce nʼè una che non dobbiamo dimenticare ed è quella dellʼincontro con il Signore nel sacramento della confessione o del perdono.

Mi piace chiamarlo “sacramento del perdono; sacramento dellʼamore di Dio” perché al centro di questo sacramento non cʼè il mio “elenco della spesa” ma cʼè lʼamore di Dio che, al di là dei miei meriti o demeriti, mi viene regalato. Il sacramento del perdono è importante soprattutto per questo.

E poi non dimentichiamoci che in questo sacramento abbiamo lʼopportunità di fare un poʼ il punto della situazione sulla nostra vita: a che punto sono; le mie difficoltà, i miei punti di forza; i traguardi che ho raggiunto e quelli che devo ancora raggiungere. Eʼ quello che noi cristiani chiamiamo “esame di coscienza”, che ci aiuta a capire come siamo messi di fronte a Dio, di fronte a noi stessi, e di fronte agli altri.

Anche a livello psicologico questa cosa aiuta: il “dirsi”, il “narrarsi”, il “raccontarsi”, il “buttar fuori” fatiche, ansie, frustrazioni, insieme al racconto di ciò che funziona, ci aiuta a stare bene e a capire i passi che siamo chiamati a fare.

Un ultimo aspetto positivo della confessione è lʼumiltà: andare davanti a un ministro di Dio, peccatore come me (se non peggio) raccontando la mia vita e chiedendo il perdono dei peccati ci rende umili, piccoli, pronti per accogliere Colui che si è fatto umile, piccolo e povero. Senza queste virtù, da chiedere e, prima ancora, da desiderare, è davvero difficile “fare Natale”.

Vi invito allora ad accostarvi al sacramento della confessione/del perdono. Le possibilità ci sono… Ricordiandoci due cose:

  • Che il perdono è il secondo nome dellʼamore; ciò vuol dire che chi impara a perdonare, impara ad amare (e viceversa)
  • Che impariamo a perdonare, se facciamo esperienza di perdono: “perdonati, perdoniamo”

Che il Signore, in questo tempo di avvento, ci dia la grazia di riconoscere i nostri errori, sbagli e mancanze e faccia crescere il noi il desiderio di incontrarlo come Padre buono e ricco di misericordia.

I di Avvento – Anno B – 2020 (Mc 13,33-37)

Cari fratelli e sorelle, iniziamo questo tempo “forte” dellʼAvvento che la chiesa ci fa vivere e celebrare per accompagnarci e condurci al Santo Natale che è il mistero dellʼincarnazione del Figlio di Dio.

Sarà un cammino breve ma speriamo intenso; questa intensità dipenderà molto anche dalla nostra collaborazione, dalla disposizione del nostro cuore, dal desiderio di incontrare colui che desidera farsi Incontro.

Ci accompagneranno diversi verbi. Il primo, quello proposto da Gesù nel vangelo per questa prima domenica di avvento è “vegliare”. Il Signore ci invita a vegliare, a stare pronti, attenti in attesa di Colui che deve venire.

E come si fa? Quali sono gli ingredienti per fare nostro questo atteggiamento? Sono quelli di sempre. Ma proprio perché sono quelli di sempre, occorre riscoprirli, farne memoria. 

Il vescovo Daniele, parlando ai giovani alla veglia in cattedrale in streaming domenica scorsa li invitava a vivere il tempo di Avvento come un allenamento. Cosa bisogna allenare?

Anzitutto allenare gli occhi, che vuol dire riconoscere il Signore presente nella nostra vita nei segni sacramentali (lʼEucarestia in particolare, quella festiva ma anche quella feriale) e poi riconoscerlo negli altri, soprattutto in quelli in difficoltà: come cristiani siamo chiamati a “guardare gli altri come li guarda Dio”.

In questi mesi cʼè ancora tanta sofferenza in giro: sofferenza fisica, sofferenza psicologica, sofferenza economica e sociale. Tuttavia ci sono anche tanti semi di speranza e di solidarietà: e qui salta fuori il secondo allenamento: allenare le mani.

Un segno di questo allenamento, penso lʼabbiate sentito nei telegiornali, è la “banca del tempo”: giovani che mettono a disposizione parte del loro tempo per aiutare soprattutto le persone anziane… una sorta di “scambio fra generazioni”. Ma poi anche i piccoli gesti di gratuità, di aiuto, di raccolta fondi, come abbiamo fatto anche noi come comunità e come continueremo a fare in questo tempo di Avvento (in particolare per il “fondo diocesano san Giuseppe”). Perché “il bene genera sempre altro bene”…

Infine allenare il cuore: attraverso la preghiera, il mio rapporto personale con Dio. Ricordandoci che la preghiera è anzitutto ascolto: ascolto di Dio che parla; ascolto della sua parola; ascolto del vangelo, di una “buona notizia”. E quanto ne abbiamo bisogno in questo periodo!

Infine, anche se non siamo in quaresima, vi propongo qualche fioretto, qualche rinuncia, qualche segno di sobrietà:

  • la sobrietà delle parole (inutili) e dei giudizi: sui social se ne sentono di tutti i colori e tutti devono dire tutto di tutto.

Cʼè una frase che gira in internet.. molti la leggono ma pochi la mettono in pratica: “sii gentile e non giudicare, perché ogni persona che incontri sta combattendo una battaglia di cui tu non sai nulla”.

Sobrietà… non tanto da ciò che è “leggero”, di cose “leggere” ne abbiamo bisogno, soprattutto in questi mesi… sobrietà invece dalle cretinerie, dalle scemenze, da ambienti (sia fisici che virtuali) che fanno polemica inutile e sterile… sobrietà… altrimenti ci viene mal di testa e fegato ingrossato per niente…

  • la generosità: se possiamo, proviamo ad essere generosi. Perché cʼè più gioia nel dare (tempo, ascolto, risorse materiali) che nel ricevere.

Buon cammino di avvento, incontro al Signore che viene!