FRAGILITA’ E RISCATTO SOCIALE

AGNUS DEI – Francia/Polonia 2016 – Drammatico – 115 min.

Locandina Agnus Dei

Polonia, anno 1945. Mathilde Beaulieu è una giovane dottoressa francese della Croce Rossa. Quando una suora polacca, cerca il suo aiuto, Mathilde la segue nel convento di benedettine, dove scopre che molte di loro, violentate dai soldati russi nel corso di una violenta irruzione, sono rimaste incinte e sono sul punto di partorire. Tenuta al segreto professionale, cui si aggiunge quello imposto dalla madre superiora e dalla situazione, Mathilde fa visita al convento di notte, esponendosi a non pochi rischi, e supera gradualmente la paura e la diffidenza delle monache, arrivando a stabilire con una di loro, Suor Maria, uno scambio profondo.

Anne Fontaine, che da sempre racconta storie di donne, supera questa volta la dimensione individuale per approcciare quella collettiva, non solo perché s’immerge nella vita di comunità del monastero, con la sua drammaturgia di caratteri differenti, differenti motivazioni, paure e gerarchie, ma perché, sollevando il velo su una prassi di guerra tanto atroce quanto purtroppo comune, parla di ciò che non può essere ignorato da nessuno, nemmeno nel nome del pudore o della presunta protezione (ed è questo concetto ad essere tradotto, nel film, nella vicenda tragica della madre superiora).

Lo stile di regia sembra tener presente un’ampia destinazione del messaggio: la storia forte non si traduce mai in immagini forti, la vita della protagonista fuori dalle mura del convento è romanzata a fini narrativi (con qualche forzatura, va detto) e il film si chiude su una nota forse eccessivamente ottimista. Ma è una scelta di tono dalle motivazioni autoedividenti, e forse l’unica possibile per un film di questo tipo, che è anche e soprattutto un racconto di resistenza e di superamento (o elaborazione) del male.

Agnus Dei (titolo italiano che riprende nel significato l’originale Les Innocentes) trasforma la scrittura scarna e cronachistica degli appunti privati in un racconto vivo e pulsante, che trae una sorta di universalità e anche di contemporaneità dal fatto di essere ambientato in un mondo, quello del convento, dove il tempo ha un altro passo, più lento, quasi immobile. È dunque la Polonia del 1945, ma potrebbe essere la Bosnia del 1993 o l’Africa di oggi. Divise tra l’essere donne per natura e spose di Cristo per scelta, grazie alla mediazione della discreta Mathilde, le suore del convento trovano, col tempo, nella maternità, un’identità e una vocazione che può placare il dissidio. Parallelamente, nella collaborazione tra la religiosa Maria e l’atea Mathilde che porta alla soluzione finale, si compie una delle linee più riuscite del film, quella che va oltre lo scandalo e la denuncia e parla il linguaggio della relazione.

 

CHOCO’ – Colombia 2012 – Drammatico – 80 min. 

Choco

Chocò ha 27 anni, due figli e una vita povera in una baracca in un villaggio colombiano, con un lavoro sottopagato e un marito dedito al gioco d’azzardo. L’ottimismo innato di Chocò vacilla quando la ragazza perde il lavoro e si trova impossibilitata anche a comprare la torta per il compleanno di sua figlia.

Non c’è alcun traguardo che una madre non possa raggiungere per il bene di un figlio e la molla che spinge Chocó a superare ogni difficoltà, pur di vedere sorridere la propria bambina, è tanto grande da permetterle di riconsiderare tutta la sua vita. Sposata ad un perdigiorno che diventa violento dopo qualche bicchiere di troppo, madre di Jeffrey e Candelaria, Chocó vive in un piccolo paese colombiano, in una capanna sugli argini di un fiume, un luogo inospitale protetto da una foresta rigogliosa e dalle montagne; quando il consorte perde il posto di lavoro e lei stessa è costretta a rinunciare allo stipendio di cercatrice d’oro, la donna decide di rimboccarsi le maniche pur di permettere alla secondogenita di festeggiare degnamente il settimo compleanno con una torta. Non possedendo il denaro sufficiente ad acquistare il dolce, Chocó fa i conti con la rozzezza di certi uomini e la gentilezza di altri, prova a non farsi intaccare dalla violenza che la circonda, ma quando si trova a mettere in atto una separazione necessaria per continuare a vivere, sceglie un metodo poco ortodosso.

 

CORAZONES DE MUJER – Italia 2007 – Commedia – 85 min. 

Locandina Corazones de mujer

Zina ha perso la verginità per amore e deve sposarsi senza amore. Nessuno conosce il suo segreto, soltanto lo specchio e Shakira, il sarto incaricato di confezionarle gli abiti delle nozze. Costretta suo malgrado a sposare un uomo mai visto, Zina è disperata perché nel mondo arabo non è permesso alla donna una vita sessuale prima e fuori dal matrimonio. In suo soccorso interviene Shakira, che le propone un viaggio a Casablanca per “ricostruire” la sua verginità e garantirle il matrimonio e il rispetto della famiglia. Sopra uno spider dell’Alfa Romeo lasceranno Torino alla volta del Marocco, in un viaggio dentro la loro “diversità” e contro le coercizioni della tradizione.

La storia di Corazones de mujer, nasce a Torino in un locale notturno saturo di narghilè e tabacco dolce. Al centro di questa storia c’è il ritratto vero o presunto di Shakira, omosessuale torinese con l’urgenza di raccontarsi e di partire per un viaggio riconciliatorio col paese di origine, il Marocco. Accompagna il suo procedere oltre il mare, attraverso il deserto, dentro i villaggi e le città, una giovane donna della comunità marocchina torinese, la cui presenza avvia un discorso sull’identità femminile e sulla costante minaccia della privazione. In un paese musulmano che si illude ancora di ridurre e controllare la loro differenza, il personaggio di Zina e il cuore rosa di Shakira incarnano una rivincita importante del femminile sul maschile, due profili ingenui e idealistici che promuovono il cambiamento.

Corazones de mujer è un viaggio iniziatico a due sulla ricerca di se stessi, che se da un lato si prefigura come una ricognizione storica su cruciali relazioni sociali in un preciso ambiente culturale (uomo e donna, Stato e società civile), cinematograficamente diventa un pretesto per un’indagine decontestualizzata sui temi della libertà individuale e del diritto personale e politico. Lo svolgimento virato al seppia, la caratterizzazione ironica dell’azione, l’umorismo naturale degli attori non professionisti e le situazioni a volte anomale e paradossali, come il sogno western e il duello onirico nel deserto, costituiscono insieme i momenti più divertenti ma anche più aperti alla riflessione.

Il film rifugge l’esotismo e mantiene la coerenza del percorso attuato, assumendo formalmente molteplici sconfinamenti e sperimentando dentro il cinema narrativo quello più aperto al saggio. Abbattendo le categorie finzione/documentario Corazones de mujer non dà mai un giudizio sulle contraddizioni della società, in generale, o di una in particolare, impegnandosi piuttosto a fare emergere la questione puramente umana ed emotiva: la condizione di un uomo e una donna, opposti per carattere, che si trovano confinati nello stesso mezzo (un auto), nello stesso spazio (il Marocco) e nello stesso tempo (quello del cambiamento), con un compito da assolvere, per il quale hanno bisogno l’uno dell’altra. Attraverso questo processo arriveranno alla comprensione reciproca. Questo confronto e questo film dichiarano la necessità della comprensione e del dialogo per la soluzione dei problemi, di qualsiasi problema.

 

IL RICCIO – Francia 2009 – Sentimentale, drammatico, commedia – 100 min. 

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Parigi, rue de Grenelle numero 7. Un elegante palazzo abitato da famiglie dell’alta borghesia. Ci vivono ministri, burocrati, maitres à penser della cultura culinaria. Dalla sua guardiola assiste allo scorrere di questa vita di lussuosa vacuità la portinaia Renée, che appare in tutto e per tutto conforme all’idea stessa della portinaia: grassa, sciatta, scorbutica e teledipendente. Niente di strano, dunque. Tranne il fatto che, all’insaputa di tutti, Renée è una coltissima autodidatta che adora l’arte, la filosofia, la musica, la cultura giapponese. Cita Marx, Proust, Kant… dal punto di vista intellettuale è in grado di farsi beffe dei suoi ricchi e boriosi padroni. Ma tutti nel palazzo ignorano le sue raffinate conoscenze, che lei si cura di tenere rigorosamente nascoste, dissimulandole con umorismo sornione. Poi c’è Paloma, la figlia di un ministro ottuso; dodicenne geniale, brillante e fin troppo lucida che, stanca di vivere, ha deciso di farla finita (il 16 giugno, giorno del suo tredicesimo compleanno). Fino ad allora continuerà a fingere di essere una ragazzina mediocre e imbevuta di sottocultura adolescenziale come tutte le altre, segretamente osservando con sguardo critico e severo l’ambiente che la circonda. Due personaggi in incognito, quindi, diversi eppure accomunati dallo sguardo ironicamente disincantato, che ignari l’uno dell’impostura dell’altro, si incontreranno solo grazie all’arrivo di monsieur Ozu, un ricco giapponese, il solo che saprà smascherare Renée.

 

LA MELODIE – Francia 2017 – Drammatico – 102 min.  (riscatto sociale attraverso la musica)

Simon è un violinista che al momento non ha ingaggi e accetta di tenere un corso sullo strumento a una classe di allievi di scuola media inferiore che vivono in condizioni socio ambientali non facili. L’inizio non è semplice perché i ragazzi sono provocatori e sembrano interessati solo a creare disturbo. Progressivamente però il loro interesse si concretizza e del gruppo entra anche a far parte Arnold uno studente di origine centroafricana che non ha mai conosciuto suo padre e che è particolarmente dotato per lo strumento. L’obiettivo della classe è arrivare al concerto di fine d’anno della Filarmonica di Parigi. Gli ostacoli non mancheranno.

Non siamo nel tormentato Paese dell’America Latina ma a Parigi. I giovanissimi allievi non sono campesinos ma della Ville Lumière conoscono la vista dei tetti che si può scorgere dalle terrazze all’ultimo piano dei casermoni di banlieu in cui crescono. Le dinamiche relazionali si nutrono di volgarità e di una superficialità apparentemente priva di luci in fondo al tunnel. Tutto questo non può che deprimere anche il docente e l’artista più motivato. Ma solo chi è deserto non vuole che qualcosa fiorisca in te, come canta Max Pezzali che, se fosse francese, potrebbe essere collocato dai ragazzini tra gli autori di musica ‘classica’ (ci mettono Cèline Dion).

Ma Simon non è così, non rinuncia subito (anche se la tentazione sarebbe forte). Forse perché si trova non davanti ma dietro a una finestra il piccolo Arnold intento a spiare le lezioni desiderando tanto quello strumento e quell’archetto che altri utilizzano come improvvisata spada. Dal talento che avverte in lui si sprigiona quella luce che i neon dell’aula non sempre garantiscono e che lo spinge a guardare oltre al degrado culturale in cui vivono coloro che ha davanti invitandolo ad entrare in case in cui apprendere a sua volta ciò che non conosce. Si può rimanere freddi dinanzi a un film come questo pensando alla ‘solita storia’ oppure farsi prendere anche dalla commozione vedendo, come accade nella realtà grazie a Démos, dei bambini svantaggiati appoggiare il loro futuro alla mentoniera di un violino.

 

LA TERRA DELL’ABBASTANZA – Italia 2018 – Drammatico – 96 min. 

Mirko e Manolo sono due giovani amici della periferia romana. Guidando a tarda notte, investono un uomo e decidono di scappare. La tragedia si trasforma in un apparente colpo di fortuna: l’uomo che hanno ucciso è il pentito di un clan criminale di zona e facendolo fuori i due ragazzi si sono guadagnati la possibilità di entrare a farne parte. La loro vita è davvero sul punto di cambiare.

Quello dei D’Innocenzo non è l’ennesimo film sulle periferie o sui cosiddetti ‘coatti’ quanto piuttosto un’indagine sulla possibilità di un’amicizia che possa far sì che ci si aiuti reciprocamente a crescere. Manolo e Mirko sono come tanti altri. Come loro vanno a scuola con il desiderio di finirla al più presto per trovarsi un’attività che gli piaccia ma non sanno che stanno già lasciandosi scivolare il mondo addosso. Perché è il contesto contemporaneo che, giorno dopo giorno, sta rivestendoli di una pellicola di impermeabilità a qualsiasi possibile etica.

Intorno a loro non stanno solo i lupi della malavita organizzata pronti a sfruttare la l’apparente indifferenza nei confronti di quanto viene loro richiesto (prostituire minorenni spacciare droga, uccidere) ma anche un padre da una parte e una madre dal’altra che hanno rinunciato di fatto al loro ruolo. Uno per frustrazione e l’altra per debolezza. I figli hanno ‘sentito’ questa insoddisfazione esistenziale e vi hanno reagito come potevano: smettendo di reagire. Solo apparentemente però come si diceva. Perché se Manolo (un sempre più efficace, di film in film, Andrea Carpenzano) sembra indifferente a tutto mentre in alcuni suoi sguardi si avverte la smentita a quanto fa apparire in superficie, MIrko (l’altrettanto efficace Matteo Olivetti) è più tormentato. I suoi scatti d’ira, la sua generosità esibita fuori misura, lo configurano come impreparato al compito. In fondo Manolo ha un padre che gioca alle macchinette per dimenticare che avrebbe voluto far parte di quel mondo del crimine a cui indirizza il figlio. Mirko invece sente la sofferenza che impone alla madre anche se non riesce a rinunciare alla nuova vita.

I registi sanno ritrarre l’appiattimento delle coscienze in cui il dire ‘scusami’ sembra poter mettere a posto qualsiasi cosa risarcendo anche chi sia vittima del crimine più grave. In un ambito sociale in cui la persona è ridotta a merce resta poco spazio per i sentimenti. Il loro è un grido d’allarme che, provenendo da due registi trentenni, assume un valore ancora maggiore.

LE INVISIBILI – Francia 2018 – Commedia – 102 min.

Lady D, Édith Piaf, Brigitte Macron, Beyoncé, Salma Hayek e le altre scalpitano davanti al cancello dell’Envol, centro di accoglienza diurno ubicato nel Nord della Francia e destinato a ricevere donne senza fissa dimora. Nascoste dietro agli pseudonimi celebri che si sono scelte per preservare il loro anonimato, cercano e trovano per qualche ora riparo tra quelle mura. Una doccia, un caffè, qualche ora di calore umano le confortano e le rimettono in piedi. Almeno fino al giorno in cui Audrey e Manu, che dirigono con polso e benevolenza il centro, non ricevono lo ‘sfratto’. I fondi sono sospesi secondo le disposizioni della municipalità che ritiene il tasso di reinserimento insufficiente e non vuole più dispensare senza risultati. Ma Audrey e Manu con l’aiuto di Hélène, psicologa trascurata dal marito, non si arrendono e decidono di installare clandestinamente un laboratorio terapeutico e un dormitorio.

Il nuovo film di Louis-Julien Petit volge una suggestiva materia documentaria sul quotidiano di donne senza un domicilio fisso in una brillante commedia sociale. E tutto funziona a meraviglia, a partire dal casting condotto da quattro attrici resistenti: Audrey Lamy, Corinne Masiero, Déborah Lukumuena e Noémie Lvovsky. Al loro fianco una dozzina di donne che hanno conosciuto la precarietà e la strada, attrici non professioniste le cui vite hanno in alcuni casi ispirato il loro ruolo.

Dirette con grazia e filmate col cuore, le interpreti si rivelano dentro un film che fronteggia l’incapacità delle civiltà moderne di farsi carico della sorte dei più fragili. In perfetto equilibrio tra cinema impegnato e feel good movie, Le invisibili insinua in maniera sottile la violenza della strada (l’aggressione sessuale) e il terrore come norma quando una donna è fuori nel mondo.

Profondamente toccato dal libro di Claire Lajeunie (“Sur la route des invisibles: Femmes dans la rue”), l’autore francese trascorre un anno nei centri di accoglienza per raccogliere testimonianze e realizza un film che dona voce alle donne dimenticate dal mondo e a quelle che le sostengono, accogliendole ‘senza condizioni’ e alleviando la loro angoscia quotidiana. Due categorie impercettibili agli occhi della società convergono al centro di una riflessione che trasforma progressivamente la disperazione in un energico gesto di insubordinazione e di solidarietà, la tragedia annunciata in commedia sensibile.

Elusa qualsiasi idea di moralismo o di miserabilismo, Louis-Julien Petit sceglie il sorriso e l’ottimismo, cogliendo il côté solare dei centri di accoglienza, i volti, le persone, le personalità, i caratteri, le traiettorie. Pesca le ‘vere invisibili’ e le porta sullo schermo, rivelando le donne dietro ai personaggi e trovando insieme a loro la speranza. Nessuna risoluzione miracolosa, la vittoria è quella dei valori, è il processo di rilancio di individui umiliati e dimenticati che ritrovano la propria dignità denunciando un sistema sociale talvolta incoerente.

 

NOI, I RAGAZZI DELLO ZOO DI BERLINO – Germania 1981 – Drammatico – 138 min.  (prostituzione e tossicodipendenza giovanile)

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La quattordicenne berlinese Christiane scivola lentamente nell’abisso dell’eroina, giungendo a prostituirsi per la dose quotidiana e a ridursi a una nullità. Ma, mentre gli amici che la circondano cadono irrimediabilmente nella spirale della droga, per Christiane sembra accendersi una luce di speranza. Lavoro dai toni fortemente drammatici, di taglio televisivo, quasi cronachistico, privo di fronzoli, realistico e crudo ma al tempo stesso freddo e distante nella pura e semplice descrizione della tragedia. Il film nasce dalla storia vera di Christiane, raccolta in un’intervista e diventata un best-seller in Germania.

 

PRECIOUS – USA 2009 – Drammatico – 109 min.      (degrado e violenza familiare)

Locandina Precious

Precious Jones ha diciassette anni, un corpo obeso e un figlio nel ventre (il secondo ed entrambi sono frutto di incesto). A scuola viene derisa dai compagni anche perché non ha ancora imparato a leggere e scrivere. A casa la madre non solo non la difende dalle violenze paterne ma la accusa di averglielo rubato oltre a cercare di ostacolare in ogni modo i suoi tentativi di riscatto dall’ignoranza. Precious però, solo apparentemente ottusa, tiene duro. Accetta l’offerta di iscriversi a una scuola con un programma speciale dove finalmente comincia ad apprendere come leggere e scrivere e, soprattutto, decide di tenere il bambino. La strada verso l’autodeterminazione non è però facile.

Ispirato a un romanzo di Sapphire il film non ha nulla di letterario. Questa storia di ordinaria violenza domestica e sociale è narrata con uno stile decisamente originale e si avvale di una protagonista che riesce a trasformare il proprio problema fisico in una risorsa di indubbio impatto. Se vedendola comprendi come il mondo che la circonda possa trovare più di un’occasione per deriderla, la regia riesce a farti aderire immediatamente all’universo dei suoi desideri non facendo ricorso a un facile pietismo ma lavorando sul suo immaginario. Precious è una ragazza di diciassette anni prigioniera di un corpo fuori misura che però non si sogna magra. Il suo universo ideale ha altri territori in cui cercare percorsi diversi da quelli ormai a lei ben noti della brutalità di una vita in cui domina l’ignoranza. Perché il regista riesce a farci quasi respirare un clima saturo di un odio e di una perfidia dettati dalla totale mancanza di un benché minimo orizzonte culturale. Lo fa però con la leggera profondità di chi sa che si può trovare uno stile piacevole per proporre riflessioni su temi gravi. Riuscendoci.

 

STILL ALICE – USA 2014 – Drammatico – 99 min.      (Alzhaimer)

Locandina Still Alice

Alice Howland è moglie, madre e professoressa di linguistica alla Columbia University di New York. Alice ha una bella vita e tanti ricordi, che una forma rara e precoce di Alzheimer le sta portando via. Confermata la diagnosi dopo una serie di episodi allarmanti, che l’hanno smarrita letteralmente in città, Alice confessa al marito malattia e angoscia. La difficoltà nel linguaggio e la perdita della memoria non le impediranno comunque di lottare, trattenendo ancora un po’ la donna meravigliosa che è e che ha costruito tutta la vita.