Vocazione genitoriale

COURAGEOUS – USA 2011 – Drammatico – 101 min. 

Locandina Courageous

Esperti agenti di polizia pronti a fronteggiare qualsiasi situazione, Adam Mitchell, Nathan Hayes e i loro colleghi, si trovano a dover affrontare una sfida ben più grande tra le mura domestiche, per la quale nessuno è veramente preparato: la paternità. Una tragedia in una delle famiglie risveglia prima nel protagonista a poi nei suoi colleghi, il desiderio di applicare la fede in Dio nel rapporto con i figli per essere padri migliori.
Sempre più sicuro di sé, sia dietro che davanti la macchina da presa, Kendrick questa volta mette sotto il microscopio il rapporto padre – figlio/a. Quando Adam si specchia nella Parola di Dio, dopo un fatto drammatico nella sua famiglia, capisce che non sta svolgendo bene il grande compito che Dio gli ha affidato, si chiede cosa vuole Dio da lui come padre, come capo della famiglia, si mette in discussione e stabilisce un decalogo.
Un film davvero ben equilibrato dove coesistono l’azione (presente in gran parte del film con dei bellissimi inseguimenti), i sentimenti, la forte drammaticità (alleggerita da una buona dose di ironia con delle scene davvero esilaranti ben interpretate da un volontario al suo primo film: Robert Amaya). Infine l’elevazione dei valori e le promesse. Il tutto incorniciato dal mettere in pratica nella vita di tutti i giorni la Parola di Dio come in “Affrontando i Giganti” e in “Fireproof”.
Il messaggio, anche questa volta, non è solo per i non cristiani ma anche e soprattutto per persone già credenti, per tutti i padri che hanno l’umiltà di mettersi in discussione. La macchina da presa si mette dalla parte dei figli, guarda con i loro occhi, mettendo questi uomini a confronto con quello che loro stessi credono e predicano, ma che non riescono a mettere in pratica tanto facilmente.
Kendrick pone un punto fermo, una base dalla quale partire, per affrontare la sfida più grande: essere uomini di coraggio!
Un film per tutta la famiglia che vi farà ridere e piangere allo stesso tempo, che vi farà riflettere e … perché no, che vi aiuterà a cambiare.

 

LA STANZA DEL FIGLIO – Italia 2001 – Drammatico – 100 mim. 

Locandina La stanza del figlio

Ancona. Giovanni è uno psicoanalista con numerosi pazienti con i quali ha un rapporto di paziente comprensione ma anche, come la professione richiede, di lucido distacco. Giovanni ha una moglie, Paola, e due figli adolescenti: Irene e Andrea. La vita scorre tranquilla, turbata solo da una ragazzata commessa da Andrea: il furto di un’ammonite nel piccolo museo scolastico. Il ragazzo decide di andare a fare un’immersione con gli amici e, per cause imprecisate, muore per un’embolia. La perdita del figlio stronca i familiari. Giovanni non riesce quasi più a lavorare, Paola si chiude nel dolore e Irene diventa irascibile. Un giorno arriva una lettera per Andrea. È firmata da Arianna, una coetanea che lo aveva conosciuto solo per un giorno e che si era innamorata di lui. Sarà proprio partendo da questo inatteso contatto che la vita della famiglia potrà rimettersi in moto.

Nanni Moretti sembra essere a una svolta della sua carriera di regista e attore. Moretti torna a costruire un ‘personaggio’. Divenuto padre di Pietro cinque anni fa Moretti deve avere colto il senso di quello che è il titolo dell’ultimo film di Zanussi (non uscito da noi): “La vita come malattia mortale trasmissibile per via sessuale”. Cioè dando la vita a un figlio gli assicuriamo inevitabilmente anche la morte. E se questa accade prematuramente e mentre i genitori sono ancora presenti il dramma è devastante. Il film (come già La vita è bella di Benigni) è come diviso in due parti. La prima, in cui Moretti ‘fa’ Moretti con le sue idiosincrasie, le sue scarpe, le sue corse, le sue incertezze, i suoi incupimenti seguiti da improvvisi sorrisi luminosi. La seconda, in seguito alla morte di Andrea, in cui si muta bruscamente registro. I lutti laceranti cambiano nel profondo.

 

LE CHIAVI DI CASA – Italia, Francia, Germania 2004 – Drammatico – 105 min.     (handicap)

Locandina Le chiavi di casa

Gianni ha perso la giovane moglie in sala parto mentre dava alla luce un figlio diversamente abile. Da allora ha rifiutato di vederlo. Ora però fa ritorno per accompagnarlo in Germania per una visita specialistica. Il viaggio e la permanenza in terra tedesca costituiscono per i due l’occasione per conoscersi e comprendersi.

Il rapporto tra padre e figlio è narrato non come un ‘work in progress’ di comprensione ed empatia ma con la profonda consapevolezza della impermanenza dei comportamenti. Gianni si rende conto che la sensibilità del figlio Paolo è elevatissima. Ma così come lo è sul piano dell’espansività affettiva lo è anche su quello delle reazioni di chiusura, degli automatismi ripetitivi che servono a darsi sicurezza, dei ritorni indietro rispetto ad atteggiamenti che si ritenevano ormai acquisiti. “Perché fai così?” è la domanda di Gianni di fronte a una reazione inattesa di Paolo. Ma alla domanda, Amelio ne è perfettamente consapevole, non ci può essere risposta. Paolo non ‘sa’ perché si comporta in quel modo. Lo fa e basta. Il rapporto tra i due non potrà che tentare di fondarsi sulle sabbie mobili dell’incertezza, del costruire con amore ogni giorno una rete di piccoli segni tanto delicata quanto fondamentale. Ma il messaggio più forte è affidato alle parole rivolte a Gianni: “Mi sembrava che lei si vergognasse di suo figlio”. Non bisogna vergognarsi di amare chi non ci offre certezze. E’ forse in questo l’essenza dell’amore più vero.

 

MIO PAPA’ – Italia 2014 – Drammatico – 90 min. 

Locandina Mio Papà
Lorenzo ha 35 anni e lavora come sommozzatore su una piattaforma petrolifera. Lavoro duro, di quelli da uomini tutti d’un pezzo. E nel suo mestiere Lorenzo è uno dei migliori. Alla sera, quando ne ha voglia, scende a terra. Lorenzo con le donne ci sa fare ma ha una regola, una notte e poi sparisce. Non si ferma a dormire, mai. È un leit-motiv che si ripete, perché così è più facile e non ci si prende troppo sul serio. E continua fino a quando incontra Claudia e la passione lo travolge. Claudia è diversa e Lorenzo lo scopre quella notte, quando sulla porta della camera accanto incontra Matteo. Ha sei anni ed è il figlio di Claudia. E si apre un vortice in cui non esistono compromessi. Impossibile amare lei e dimenticare il figlio in un angolo. È un tutto o niente, un prendere o lasciare. Un unico tuffo nel vuoto.
Mio papà ha il suo fulcro nell’affrontare un’opportunità d’amore. Il padre è chi cresce o chi ha dato la vita? E crescere non è forse donare la vita. Amare i figli degli altri, essere padre, dunque. Essere un uomo vero, presente. In antitesi con quello naturale, completamente assente. Crescere, camminare insieme, condurre per mano un bimbo dall’incondizionato bisogno d’amore. Un bimbo che da grande vuole aggiustare il mare, proprio come Lorenzo.
Il piccolo Matteo ha il volto dell’eccezionale Niccolò Calvagna (classe 2006), intenso e mai in difficoltà accanto a professionisti ben più adulti. E grazie alla sua interpretazione è più facile provare empatia per Mio papà, film dalla lacrima suggerita, moderno spaccato familiare di un Italia di provincia, sincera e così lontana dal paese idealizzato che troppo spesso vediamo nelle fiction televisive.