SOLENNITA’ DELL’ASSUNTA 2018

A tutti i nostri lettori auguriamo una serena festa dell’Assunta con le bellissime parole del vescovo Tonino Bello, tratte da un suo scritto: “Maria, donna dei nostri giorni”.

Se i personaggi del vangelo avessero avuto una specie di contachilometri incorporato, penso che la classifica dei più infaticabili camminatori l’avrebbe vinta Maria. Gesù a parte, naturalmente. Ma si sa, egli si era identificato a tal punto con la strada, che un giorno ai discepoli invitati a mettersi alla sua sequela confidò addirittura: «Io sono la via». La via. Non un viandante!

Siccome allora Gesù è fuori concorso, a capeggiare la graduatoria delle peregrinazioni evangeliche è lei: Maria. La troviamo sempre in cammino, da un punto all’altro della Palestina, con uno sconfinamento anche all’estero. Viaggio di andata e ritorno da Nazaret verso i monti di Giuda, per trovare la cugina. Viaggio fino a Betlem. Di qui a Gerusalemme, per la presentazione al tempio.

Espatrio clandestino in Egitto. Ritorno guardingo in Giudea e poi di nuovo a Nazaret. Finalmente, sui sentieri del Calvario, ai piedi della Croce, dove la meraviglia espressa da Giovanni con la parola stabat, più che la pietrificazione del dolore per una corsa fallita, esprime l’immobilità statuaria di chi attende sul podio il premio della vittoria.

Icona del camminare, la troviamo seduta solo al banchetto del primo miracolo. Seduta, ma non ferma. Non sa rimanersene quieta. Non corre col corpo, ma precorre con l’anima. E se non va lei verso l’ora di Gesù, fa venire quell’ora verso di lei, spostandone indietro le lancette, finché la gioia pasquale non irrompe sulla mensa degli uomini.

Sempre in cammino. E per giunta in salita. Da quando si mise in viaggio verso la montagna, fino al giorno del Golgota, anzi fino al crepuscolo dell’Ascensione, quando salì anche lei con gli apostoli «al piano superiore» in attesa dello Spirito, i suoi passi sono sempre scanditi dall’affanno delle alture.

Avrà fatto anche discese, e Giovanni ne ricorda una quando dice che Gesù, dopo le nozze di Cana, discese a Cafarnao insieme con sua madre. Ma l’insistenza con cui il Vangelo accompagna con il verbo “salire” i suoi viaggi a Gerusalemme, più che alludere all’ansimare del petto o al gonfiore dei piedi, sta a dire che la peregrinazione terrena di Maria simbolizza tutta la fatica di un esigente itinerario spirituale.

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Assunta, particolare dell’affresco della calotta, Mauro Picenardi 1780 – chiesa parrocchiale di Credera (CR)

Santa Maria, donna della strada,

come vorremmo somigliarti nelle nostre corse trafelate, ma non abbiamo traguardi.

Siamo pellegrini come te, ma senza santuari verso cui andare.

Camminiamo sull’asfalto, e il bitume cancella le nostre orme.

Forzati del camminare, ci manca nella bisaccia di viandanti

la cartina stradale che dia senso alle nostre itineranze.

E con tutti i raccordi anulari che abbiamo a disposizione,

la nostra vita non si raccorda con nessun svincolo costruttivo,

le ruote girano a vuoto sugli anelli dell’assurdo,

e ci ritroviamo inesorabilmente a contemplare gli stessi panorami.

Santa Maria, donna della strada,

fa’ che i nostri sentieri siano, come lo furono i tuoi,

strumenti di comunicazione con la gente

e non nastri isolanti entro cui assicuriamo la nostra aristocratica solitudine.

Liberaci dall’ansia della metropoli e donaci l’impazienza di Dio.

L’impazienza di Dio ci fa allungare il passo per raggiungere i compagni di strada.

L’ansia della metropoli, invece, ci rende specialisti del sorpasso.

Ci fa guadagnare tempo, ma ci fa perdere il fratello che cammina accanto a noi.

Santa Maria, donna della strada,

segno di sicura speranza e di consolazione per il peregrinante popolo di Dio,

facci capire come, più che sulle mappe della geografia,

dobbiamo cercare sulle tavole della storia le carovaniere dei nostri pellegrinaggi.

È su questi itinerari che crescerà la nostra fede.

Prendici per mano e facci scorgere la presenza sacramentale di Dio sotto il filo dei giorni,

negli accadimenti del tempo, nel volgere delle stagioni umane,

nei tramonti delle onnipotenze terrene, nei crepuscoli mattinali di popoli nuovi,

nelle attese di solidarietà che si colgono nell’aria.

Verso questi santuari dirigi i nostri passi.

Per scorgere sulle sabbie dell’effimero le orme dell’eterno.

Restituisci sapori di ricerca interiore alla nostra inquietudine di turisti senza mèta.

Se ci vedi allo sbando, sul ciglio della strada, fermati, Samaritana dolcissima,

per versare sulle nostre ferite l’olio della consolazione e il vino della speranza.

E poi rimettici in carreggiata.

Dalle nebbie di questa valle di lacrime, in cui si consumano le nostre afflizioni,

facci volgere gli occhi verso i monti da dove verrà l’aiuto.

E allora sulle nostre strade fiorirà l’esultanza del magnificat.

Come avvenne in quella lontana primavera,

sulle alture della Giudea, quando ci salisti tu.

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